Pyeongchang 2018 e i rischi di una guerra tra USA e Corea del Nord

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Pyeongchang 2018

Negli ultimi giorni il percorso delle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang 2018 si è fatto più complesso del previsto: la crisi tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord e i toni di sfida tra Trump e Kim Jong Un hanno ormai superato il livello di guardia tanto da far temere l’imminenza di una guerra tra questi due eterni rivali.
Una guerra atomica rappresenterebbe un rischio dalle conseguenze apocalittiche per l’umanità, come vedremo tra poco, e anche se si tratterebbe al confronto di una eventualità meno grave, potrebbe compromettere seriamente la possibilità che la cittadina di Pyeongchang, che si trova ad appena ottanta chilometri dal confine con il Nord Corea, possa ospitare i Giochi Invernali.

Verso una seconda guerra di Corea?

Partiamo dai fatti: pochi giorni fa il regime di Kim Jong Un ha lanciato una sorta di ultimatum che dovrebbe scadere il 15 agosto e che prevede il lancio di missili contro la base americana di Guam, un’isola che di fatto è un territorio non incorporato degli Stati Uniti, a 4.000 miglia dalle Hawaii.
Colpire questa estrema propaggine degli USA nell’Asia rappresenterebbe un atto di guerra a cui Donald Trump non mancherebbe di rispondere – semmai non decidesse di sferrare un attacco preventivo, come si potrebbe intuire dagli ultimi, incendiari tweet lanciati dal presidente americano. In ogni caso, gli Stati Uniti si stanno preparando nell’eventualità di rispondere colpo su colpo ad una offensiva coreana.

Il punto è che una seconda guerra in Corea rappresenterebbe, come ha ammesso il segretario di Stato americano alla Difesa Jim Mattis, “una catastrofe“: un conflitto nucleare potrebbe avere delle conseguenze innimmaginabili non solo se per quanto riguarda i danni concreti ed immediati lasciati sui campi di battaglia ma anche per le conseguenze diplomatiche che seguirebbero.
Un illuminante articolo a firma di Harry J. Kazianis della FoxNews passa in rassegna i rischi connessi all’escalation non più in punta di fioretto tra Trump e Kim Jong Un: se il Nord Corea decidesse di attaccare il Sud con il suo arsenale (vetusto ma esorbitante dal punto di visto quantitativo viste le ingenti ed incessanti spese destinate agli armamenti: più di mille missili, 200.000 unità di forze speciali per gli assalti clandestini, 4.300 carri armati e un milione di soldati per le incursioni via terra. E questo senza citare le armi nucleari) la devastazione potrebbe essere totale, con un costo in termine di vittime e di ricostruzione molto alto.
Ammettendo inoltre che la guerra possa essere vinta dagli Stati Uniti, ci potrebbero essere altre conseguenze non meno pesanti: le difficoltà connesse ad una eventuale riunificazione delle due Coree, il ruolo della Cina che aveva nel regime di Kim Jong Un un (per quanto imbarazzante) alleato nonché una zona cuscinetto da quel Sud e dal Giappone nella sfera di influenza occidentale, i costi della ricostruzione e i crolli delle Borse con effetti domino sulle economie globali, le difficoltà nel cambio di regime (che fare con i fedelissimi sopravvisuto del dittatore? E se quest’ultimo rimane vivo?) e il ruolo della wild card della situazione, cioè la Russia. Insomma, un busillis difficile da dipanare.

Il difficile ruolo di Pyeongchang 2018

In tutto questo pasticcio orientale un piccolo spazio se lo ritaglia la nostra Pyeongchang (curiosamente, quasi omonima della capitale nordcoreana, Pyongyang), vaso di coccio in questa guerra di nervi tra vasi di ferro. Come abbiamo scritto all’inizio, è una contea che ospita un comprensorio sciistico che si trova a pochi chilometri dal confine e dalla zona demilitarizzata costituita nel 1953 dopo la guerra tra i due Stati adiacenti.
Il CIO, capita l’antifona, ha da poco assicurato che, pur continuando a monitorare da vicino la situazione, i lavori di avvicinamento a Pyeongchang 2018 continuano, ma come ha dichiarato il presidente del Comitato Olimpico francese la questione coreana verrà discussa nella sessione che il CIO ospiterà questo settembre a Lima, in Perù.
Non mancano comunque le assicurazioni sul fatto che l’evento ci sarà e che non c’è motivo per preoccuparsi, almeno per ora, con l’auspicio che la guerra tra USA e Nord Corea rimanga solo verbale.
E pensare che questa candidatura dovrebbe rappresentare, secondo l’augurio del Ministro dello Sport di Seul, Do Jong-hwan, un passo verso una simbolica riunificazione: consideriamo che lo spirito olimpico, tradizionale portatore di pace, riusciì a far marciare uniti i due Paesi in occasione delle cerimonie di apertura di Syndey 2000, Atene 2004 e Torino 2006, pur gareggiando poi separati.
Lo spettro della guerra però aleggia su Pyeongchang 2018 e, al di là delle dichiarazioni di circostanza, le preoccupazioni restano. Ora, si sa che in ogni caso le Olimpiadi non sono un’Arcadia distinta dalle turbolenze dell’attualità, basti pensare alle proteste che hanno infiammato la vigilia di Rio 2016, per non parlare della spada di Damocle del terrorismo fondamentalista che incombe su qualsiasi evento di questo spessore (e non da oggi: il ricordo torna al passato, ai fatti dei Giochi di Monaco 1972).
Tuttavia Pyeongchang 2018 rappresentava, e rappresenta tutt’ora nonostante tutto, una occasione per gli organizzatori per gettare un ponte di concordia con i cugini della Corea del Nord: sebbene nessun atleta del regime per il momento si sia qualificato ai Giochi invernali (ridotte al lumicino le possibilità delle coppie di pattinaggio artistico che si giocheranno l’ingresso ai tornei di qualificazione di settembre in Germania) è molto forte la volontà di Seul di far partecipare il Nord chiedendo al CIO una sorta di ingresso speciale per gli atleti, o magari istituendo una squadra di hockey con giocatori appartenenti ai due Paesi. Il tutto si inscrive nella politica distensiva inaugurata dal neopresidente sudcoreano, Moon Jae-in, di estrazione progressista, il quale ha paventato la possibilità di una candidatura congiunta per i Mondiali di Calcio 2030.
Lo sport, insomma, si attiva per riuscire là dove la politica mondiale sta fallendo, ovvero non tanto cercare una pace che ora come ora suona come una utopia impossibile, ma muovere dei piccoli passi per stabilire un punto di contatto fra realtà così distanti e in perenne conflitto; una specie di diplomazia del ping pong come fu quella avviata tra la Cina e Nixon. Chissà se a Pyongyang o a Washington si ricordano ancora di questo fatto.

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