Doping atletica: Andrew Howe risponde così

Pubblicato il autore: Cristina G. Segui

 

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Una spada di Damocle oscilla sulla testa dell’atletica italiana, che, a poco meno di un anno dai Giochi di Rio 2016, vede accusati in gran parte i suoi professionisti più noti.
Un nuovo capitolo oscuro per l’atletica, che si mostra sempre più fragile,dopo il pesante colpo subito con i fatti che hanno coinvolto la Russia, e stavolta anche l’Italia viene chiamata in causa.
La richiesta espressa dalla Procura Antidoping della Nado-Italia riguarda la squalifica di 26 azzurri per un arco di tempo di circa due anni, a causa dell’accusa di eluso controllo. Dall’indagine condotta dai Nas-Ros dei carabinieri di Trento, nata in seguito alla riscontrata positività di Alex Schwazer nell’anno 2012, e in seguito, dal luglio 2014 passata nelle mani della Procura Antidoping, guidata da Tammaro Maiello, sono emersi nomi di personalità molto importanti dell’atletica nostrana, su tutti Simone Collio, argento nella staffetta 4×100 a Barcellona 2010, Andrew Howe, il campione europeo di corsa campestre 2012 Andrea Lalli e i triplisti Daniele Greco e Fabrizio Donato, bronzo a Londra 2012, accusati di aver eluso i controlli antidoping nel periodo in questione. Gli atleti elencati non sono ancora sospesi: è necessario aspettare il processo del Tribunale antidoping dei Coni, che si svolgerà probabilmente a Gennaio.Le sorti degli atleti azzurri dipenderanno dalle due sezioni del Tribunale Nazionale Antidoping che avranno luogo nel maxi-processo che si terrà presso il Foro Italico di Roma
In difesa della Fidal e degli atleti coinvolti  si era già esposto nei giorni scorsi il numero uno del Coni, Giovanni Malagò, intervenuto microfoni di Rtl 102.5 con la volontà di far luce sullasituazione: “Nessuno ha barato, è solo un fatto di procedure di comunicazione della presenza. L’attuale Federazione italiana di atletica non solo è estranea, ma è anche vittima”. “Sono vicende che riguardano sostanzialmente il quadriennio 2009-2012, in particolare, mi sembra, 2011 e 2012. Questa parolina magica che si chiama “whereabout” che è praticamente un codice che impegna gli atleti divisi su due categorie, di fascia A e di fascia B, i primi quelli di grande rilievo internazionale che sono sotto l’egida della Wada, l’agenzia indipendente antidoping, e quelli di fascia B che rientrano nei controlli a livello nazionale. Sulla base degli incartamenti arrivati a pioggia e a singhiozzo, dato il volume dei documenti, dalla Procura di Bolzano dopo le note vicende che riguardavano il caso Schwarzer, la Procura nazionale antidoping ha disposto questi deferimenti solo e semplicemente in quegli anni, malgrado nessuno avesse segnalato questo tipo di comportamento anomalo, nessuno aveva nemmeno effettuato un warning, un’ammonizione, un cartellino giallo, e quindi ha dovuto necessariamente predisporre un atto dovuto nei confronti di 26 atleti su un blocco di 65”.
Intanto Andrew Howe, uno dei nomi più celebri finiti nello scandalo dal suo profilo Facebook respinge fermamente le accuse mostrando una foto risalente proprio al periodo in questione che lo ritrae in stampelle e con la gamba ingessata dopo un infortunio.
Pare ormai chiaro che in casi di tale portata si scatenino valanghe di reazioni molto contrastanti tra i diretti interessati e la stessa opinione pubblica: spesso questa attenzione mediatica si è tradotta in un vero e proprio un gioco al massacro che attribuito il marchio del dopato a tutti i 26 atleti presi in causa, senza tenere in considerazione che, nei fatti, nessuno di questi nomi è stato mai trovato positivo ad un controllo antidoping.

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Whereabouts 2011/12"This is where i was."Ringrazio per le parole spese a difesa dell'atletica pulita dal CONI,FIDAL e CONI Provinciale di RIETI. #letsbeserious #andrewhowe

Posted by Andrew Howe on Venerdì 4 dicembre 2015

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