Dinamo Sassari: Il nuovo ciclo riparta dall’umiltà, non dai proclami

Pubblicato il autore: Davide Visioli Segui

Dinamo Sassari: Il nuovo ciclo riparta dall’umiltà, non dai proclami

“Non dobbiamo ripetere gli errori del passato”. Parole scolpite da Jack Devecchi, capitano simbolo della Dinamo Sassari, che ha attraversato la recente storia biancoblù dell’ultimo decennio.
Dall’estate 2006 abbracciando la causa sassarese, Jack è divenuto simbolo di fedeltà sempre più rafforzata (come altre icone del basket sardo: Emanuele Rotondo e Travis Diener), proprio come l’esponenziale crescita della Dinamo Sassari di quegli anni, una scalata iniziata dal rischio di una discesa, con Sassari a rischio fallimento, capace di risollevarsi compiendo il salto decisivo tra 2009 e 2010, prima con la A sfiorata e poi con la Serie A conquistata contro Veroli Basket, crepuscolo di un’era densa di asperità, orgogliosa e infine vincente, come quella dei Mele, nonchè principio di un’epopea che portò altri storici successi e record, negli anni successivi con Sardara.

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Gli anni d’oro

Dalla storica promozione del 2010 assieme a Jason Rowe, Marcelus Kemp e Jiri Hubalek, ai successi delle stagioni magiche con il nucleo di italiani dell’altro capitano storico Manuel Vanuzzo, con Brian Sacchetti e Massimo Chessa, per giungere agli alfieri trionfatori del più recente passato, da Meo Sacchetti ai cugini Diener, da Caleb Green a Jerome Dyson, da David Logan a Rakim Sanders, da Jeff Brooks a Shane Lawal.
La storia di Jack è anche la storia del decennio dorato sassarese, nonostante le crepe emerse negli ultimi anni, sbiadiscano questo colore.
Dal 1960, dopo 58 anni di storia, Sassari ha conosciuto il momento più splendente della sua vita dal 2010, inanellando una serie di risultati impressionanti, che nell’arco delle prime 5 stagioni di A (2010-2015), l’hanno collocata nell’Olimpo del basket italiano.
Dalla prima Coppa Italia 2014 contro la Montepaschi Siena, alla prima Supercoppa 2014 contro l’Olimpia Milano, fino alla seconda Coppa Italia 2015 contro l’Olimpia Milano, per giungere allo Scudetto 2015 contro la Pallacanestro Reggiana.
Una costellazione di successi che ha avuto come artefici anche Stefano Sardara e Meo Sacchetti.
Il Presidente, grande appassionato, costruisce questi risultati con lo spirito del tifoso da un lato e con capacità e ambizione dell’imprenditore dall’altro.
Il coach, grande conoscitore di basket, ex giocatore di eccellente fattura e geniale visione della pallacanestro da coach, è capace di riscrivere il basket in Italia, là dove si credeva che non avrebbe mai vinto.
Entrambe personalità spigolose, dotate di notevole poliedricità, collaborando hanno esaltato la dimensione di Sassari e dell’intera Sardegna per almeno 5 stagioni, convertendo le proprie competenze, capacità e desideri in soluzioni, benefici e successi, costruiti con pazienza, da zero.
Il fenomeno Dinamo Sassari non ha catalizzato solamente sponsor, risonanza mediatica e risultati sul campo, ma ha scovato l’interesse più profondo dei sardi e di appassionati provenienti da tutta l’isola, superando persino antichi retaggi culturali tra Nord e Sud Sardegna.
Lo sport, l’imprenditorialità, la capacità di saperci fare e ottenere risultati sul campo (e fuori) che sovrastano qualunque altra dimensione, coinvolgendo un intero popolo a ritrovarsi insieme nel riscatto sociale, nel superamento dei propri limiti, nonchè un orgoglio per i sardi nel mondo.
Il vero miracolo, al di là dei successi sportivi ed economici, è stato questo.

La profonda crisi

Ma ciò che sta scritto nelle stelle per la Dinamo Sassari, dalla vetta più alta mai esplorata, non ha avuto più gloria in sorte.
In una escalation di decisioni a dir poco deleterie, la società è andata in confusione dopo il 21 novembre 2015, senza mai veramente riprendersi, dal giorno del drammatico esonero di Meo Sacchetti.
Dalla scelta di affidare una panchina rovente all’incolpevole Marco Calvani, alla decisione di affidare 3 stagioni ad un GM, che di coach aveva solo il titolo, senza alcuna esperienza a certi livelli, Federico Pasquini.
Ma tante furono le scelte controproducenti sul mercato, iniziando dai vari Brent Petway, Christian Eyenga, Jarvis Varnado, Tony Mitchell e MarQuez Haynes, per proseguire con Darius Johnson Odom, Josh Carter, David Lighty e Gabriel Olaseni per arrivare a Levi Randolph e William Hatcher e senza dimenticare la batteria di italiani sacrificata annualmente, sull’altare della panchina.
Da modello virtuoso di gestione economico-finanziaria e sportiva, con risultati invidiabili da tutta Italia (ed Europa), la Dinamo Sassari diventa progressivamente un esempio di confusione e instabilità, dilapidando la sinergia tra società, tifosi e giocatori, divisi tra contestazioni e fazioni.
Una degenerazione che ha acceso gli animi e spento gli entusiasmi, calando il sipario sull’epoca d’oro di Sassari, confinandola in un limbo di mediocrità, dal quale non è più riemersa.
Così, la sintesi delle recenti stagioni di Sassari, caduta nell’oblio della dimenticanza, è data al netto di proclami fuorvianti e contestazioni più aspre, da una parabola discendente senza precedenti, realizzata da colui che in precedenza l’aveva resa più grande di qualunque altra realtà del basket italiano, Stefano Sardara.
Per la prima volta nella sua storia la Dinamo Sassari, non coglie neppure l’obiettivo minimo più infimo (come la Europe Cup), ne le Final Eight di Coppa Italia, ne i playoff scudetto.
Fuori da tutto, senza attenuanti, col peso grande quanto 3 stagioni, nell’aver sopravvalutato le proprie capacità e quelle del proprio fido gregario, quel Federico Pasquini che nel dimettersi da coach, dopo il disastro compiuto, non ha neppure trovato il coraggio per dimettersi da GM.

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Si riparte da El Diablo e da un gruppo talentuoso

Chiusa la stagione, la Dinamo Sassari ha vissuto un’estate di basso profilo, ripartendo da zero, posando la prima pietra con un nuovo, vero, coach.
Vincenzo Esposito avrà l’arduo compito di ricostruire un ambiente depresso e diviso, dopo il ridimensionamento delle ultime stagioni.
L’esordio da coach a Caserta ed in seguito il triennio a Pistoia, fanno presagire nel Diablo le qualità necessarie per affrontare questa nuova sfida, in una piazza con una pressione molto più probante.
La Dinamo Sassari riparte dai punti fermi Scott Bamforth, Dyshawn Pierre, Achille Polonara, Jack Devecchi e Marco Spissu, ai nuovi innesti giovani e di qualità quali Terran Petteway, Jaime Smith, Rashawn Thomas, Jack Cooley e dalla panchina Stefano Gentile, Daniele Magro e Ousmane Diop.
I primi 4 spot (play, guardie e ali) appaiono coperti e profondi, mentre persiste il dubbio sull’efficienza dello spot 5, con Cooley che difficilmente potrà reggere 25-30 minuti a gara, con Magro che non offre le stesse garanzie, oltre al giovane Diop (che ha l’occasione per emergere).
Occorre osservare che la Dinamo Sassari rispetto al passato, per la prima volta si è ritrovata senza Coppe (salvo poi essere ripescata per la FIBA Europe Cup), operando in condizioni peggiori rispetto all’appeal che suscitava sul mercato.
Gli obiettivi minimi (qualificazioni ai playoff scudetto, Final Eight di Coppa Italia e fase finale della FIBA Europe Cup), sembrano realisticamente alla portata.

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