NBA, la classe del 2018: Steve Nash, Ray Allen, Jason Kidd e Grant Hill entrano nell’Hall Of Fame

Pubblicato il autore: alerosi Segui

“È magnifico far parte della storia di questo gioco” con queste parole Steve Nash inizia il suo discorso prima di essere introdotto nel tempio della pallacanestro: la Hall of Fame di Springfield, città dove fu inventato il basket. Sono due gli MVP vinti dal cestista canadese nel corso della sua carriera, un traguardo che hanno saputo raggiungere pochi giocatori, eppure questo riconoscimento individuale dice poco del suo modo di giocare, lui che ha sempre cercato l’assist anche laddove sembrava impossibile far passare la palla, che ha chiuso partite con 20 assistenze e 0 punti. È così che è riuscito a portare i Phoenix Suns ad un passo dal titolo, grazie ad un’imprevedibile ragnatela di passaggi in grado di intrappolare gli avversari. “Avrei dovuto tirare di più, almeno 20 tiri a partita” questo è il rammarico di una star che sa di aver dato tutto, ma consapevole che avrebbe potuto raggiungere il titolo se avesse avuto qualcosa in più, magari quel compagno di squadra a Dallas, Nowitzki, con cui aveva iniziato la carriera prima di essere ceduto.

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Che dire di Ray Allen? Il tiro decisivo nelle finali del 2008 è già nella storia. Quando si parla di “the shot” solitamente si fa riferimento al canestro conclusivo con cui un giovane Michael Jordan riuscì a sconfiggere i Cavs, ma quello di Jesus Shuttlesworth (come veniva chiamato nel film “He Got Game” di Spike Lee) è ancora vivido nella memoria di tutti. Il suo tiro è elegante, fotografico, affascinante, eppure nasconde un segreto dietro. Tutti invidiano il suo movimento, la sua capacità ed efficacia nel segnare, ma non si tratta di un dono divino. “A Dio non interessa nulla se segno o no” dice l’ex all-star, che riconosce che la sua abilità deriva nientedimeno che da un disturbo ossessivo-compulsivo, il quale lo porta a ripetere lo stesso movimento incessantemente. “Sono consapevole del mio problema e ci convivo” ha dichiarato ad un’emittente televisiva di Boston durante il suo cammino trionfale insieme a Garnett e Pierce. Un “problema” i cui risultati si lasciano tutto sommato apprezzare volentieri.

Piedi sulla linea del tiro libero, carezza sul pallone e bacio al canestro. Questo il rituale del playmaker Jason Kidd, un giocatore tutto tondo, in grado di segnare, passare e rubare la palla. Abilità che gli hanno permesso di salire sul secondo gradino più alto del podio nella classifica ogni tempo di palle rubate (2554) e di posizionarsi terzo in quella delle triple doppie (107) registrate. La sua intelligenza cestistica è stata sempre sopra la media, tale da migliorare il rendimento delle squadre squadre per cui ha giocato, fino a trascinare i New Jersey Nets in finale per ben due volte e riuscire a strappare l’anello nel 2011 insieme a Nowitzki. Ora ha intrapreso la carriera da allenatore con discreti risultati in attesa di un nuovo bacio, stavolta verso il Larry O’Brien Trophy.

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Ce ne sarebbero tanti altri da menzionare (in tutto sono stati introdotti 13, tra giocatori e allenatori, nella Hall Of Fame) ma non si può non far riferimento a Grant Hill. La sua carriera NBA è stata sfortunata, il suo fisico martoriato dagli infortuni per colpa di quelle ginocchia troppo deboli, che non hanno saputo reggere il peso del suo talento. Ha trovato tuttavia il tempo per brillare, soprattutto durante il college, quando ha guidato Duke al titolo per due anni consecutivi. Un’impresa riuscita a pochi, a testimonianza di un giocatore in grado di incantare il pubblico, come quando riuscì nel ’99 a segnare 46 punti contro i Wizards, mentre vestiva la maglia dei Detroit Pistons. “Aspetto Pierce e Garnett nella Hall of Fame” ha dichiarato Allen. Saranno loro la classe del 2019?

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