La stagione della rinascita biancoblù: la rivoluzione di Esposito, il miracolo di Pozzecco

Pubblicato il autore: Davide Visioli Segui


La Dinamo è reduce da un’annata che l’ha rilanciata tra le grandi del basket italiano.
Viaggio nell’annata biancoblù con i protagonisti della rinascita sassarese: Vincenzo Esposito e Gianmarco Pozzecco.

Le imprese a Pistoia, Sassari ed un miracolo che porta anche il suo nome

Prima i risultati lusinghieri a Pistoia, dove ha raggiunto i playoff con una squadra dal budget infimo, vincendo il titolo di migliore allenatore.
Poi nell’estate 2018, il salto di qualità in una piazza dalle grandi ambizioni, ma appena uscita distrutta da 3 anni di gestione Pasquini: la Dinamo Sassari.

Esposito riparte dal principio, mantenendo Spissu e Polonara, aggiungendo l’esperienza di Gentile, conservando dal progetto precedente Pierre e Bamforth.
E poi le intuizioni del coach biancoblù, che centra gli acquisti di Jack Cooley e Rashawn Thomas, perfetti per il suo gioco interno di attacco al ferro e prevalenza in area (mai visti due manzi così a queste latitudini).
L’avvio è altalenante, ma promettente, arrivano buoni riscontri che culminano a metà stagione, nella conquista degli Ottavi di FIBA Europe Cup e nel posto in campionato, valevole per le Final Eight di Coppa Italia, risultati che migliorano, il magro bottino della passata stagione.

Il caso Torino e la svolta

Ma ad un tratto la situazione precipita, rapporti tra persone mai decollati realmente.
A febbraio si consuma lo strappo, dopo le sconfitte con Varese, Brindisi e sopratutto contro una Torino in pezzi e cenerentola della A.
Una sconfitta incredibile (-19, che toccò anche il -30), su cui ancora oggi aleggiano dubbi (considerato che a fine stagione proprio Sardara ha salvato Torino dal fallimento).
Dopo quella caduta rovinosa, El Diablo forse in contrasto con la società e con alcuni suoi giocatori, decide di farsi da parte, senza un fiato.

Arriva Pozzecco, nasce la Dinamo dei Record

L’addio improvviso di Esposito alla vigilia delle Final Eight (proprio contro Venezia), sconvolge l’ambiente biancoblù, precipitato nello sconforto.
Per dare una scossa arriva da Formentera Gianmarco Pozzecco, personaggio istrionico del nostro basket.
All’inizio lo scetticismo è forte, ma il Poz non cambia l’identità tattica della squadra, conservando lo stesso tema di gioco tracciato dal suo predecessore. A differenza di El Diablo però, il Poz modifica l’approccio mentale con i suoi giocatori. Sarà la chiave della svolta.

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Tempo un mese, per oliare i meccanismi e infondere il suo “stato mentale”, e il Poz ha in mano la macchina perfetta.
Dal 10 marzo al 10 giugno, segue una striscia impressionante di vittorie (7 in Fiba Europe Cup, 15 in campionato, di cui 9 in regular season e 6 nei playoff), e nel mezzo, il coronamento della prima conquista europea della storia: la FIBA Europe Cup.
Nei playoff, dopo aver spazzato via Brindisi e Milano, si arriva alla finale scudetto contro Venezia in uno stato di grazia fisica e mentale tale, da far sognare la conquista dello scudetto.
E la Dinamo si dimostra reale contender per l’iride. Combatte in una serie estenuante fino alla fine, ma in gara 7, crolla schiacciata dal logorio fisico e mentale e da una panchina corta e avara di soluzioni.
La storia dice Reyer. Vincono i veneziani, ma la Sassari di Pozzecco, esce a testa altissima.

L’eredità lasciata da Esposito e la mentalità di Pozzecco, fanno rinascere Sassari

Esposito ha sempre privilegiato nelle sue squadre il gioco interno, votato alla fisicità, all’attacco costante al ferro, all’aggressività a rimbalzo, al riempire l’area ed occupare gli spazi, e poi ad una grande difesa fatta di impatto, equilbrio e sacrificio.

Contrariamente a quanto si è vissuto a Sassari, sia nell’epoca d’oro del triplete, che nella successiva era del disastro Pasquini.
La Dinamo d’oro di Meo Sacchetti valorizzava il tiro da 3, il contropiede, l’atletismo, ed una scarsa propensione al gioco interno (sistema esaltato solo dagli individualismi eccellenti di Travis Diener, Logan, Dyson e Sanders).

Rispetto a Pasquini che da GM o coach, non ha mai considerato elementi e caratteristiche alla Cooley o alla Thomas, Vincenzo ha sempre puntato proprio su giocatori con caratteristiche più fisiche che atletiche, perchè quella è la sua visione del basket. Sarebbero stati considerati in sua assenza?

I meriti del Poz

Pozzecco con grande onestà intellettuale l’ha sempre detto, fin dall’inizio della sua esperienza sassarese, che non avrebbe sconvolto l’identità di squadra data da Esposito.
Gianmarco in effetti, si è adeguato al sistema di Vincenzo, riuscendo a interpretarlo meglio del suo creatore, grazie alla “lettura” delle partite e alla sua innata empatia, che ha colto nel profondo tutti i suoi “ragazzi”.
Il lavoro compiuto sulla testa dei giocatori in 4 mesi è prodigioso: amplificando consapevolezza e abilità, una mentalità senza eguali prima d’ora.
Probabilmente non era la Dinamo più forte della storia, ma la sua è andata vicina ad esserlo.

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L’errore di non crederci, il rimpianto della società

La gara 7 resta una macchia indelebile su un percorso dorato. Dopo 6 gare combattutissime, era quasi scontato che i primi a cadere nella settima, fossero proprio i sassaresi, sempre costretti a inseguire in tutta la serie. Più corti come roster, più stanchi e logorati mentalmente e fisicamente.
Come ribadito dal Poz: “Non ne avevamo più, rispetto a loro”.

E qui subentrano i rimpianti più grossi. Quando il Poz prima dei playoff esclamava: “Vogliamo vincere lo scudetto”, molti non lo prendevano sul serio, tra cui Sardara.
La sensazione è che non si credesse realmente nel successo e questo ha portato a non impegnarsi realmente sul mercato, per ottenerlo.

Perchè se la società ci avesse creduto realmente, avrebbe tagliato Justin Carter, aumentando la qualità del roster con 1-2 elementi, che avrebbero evitato il logorio completo accusato in gara 7.

Un peccato. Ma ormai quel che è stato, è stato.
La promessa per la prossima annata è unanime: “Riproviamoci”.
Non ci resta che attendere.

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