Esonero Ancelotti, solo mancanza di risultati dietro le motivazioni del Bayern?

Pubblicato il autore: Ivan Aiello Segui


Alle dure dichiarazioni di Rumenigge (“Questo non è il vero Bayern”) si erano associate le parole per niente dolci di Robben (“Ancelotti? Non dico nulla, superflua ogni parola”) a conclusione di una serata parigina di fine settembre disastrosa per il Bayern Monaco e Carlo Ancelotti. L’aria di tempesta era dunque sotto gli occhi di tutti, ma che si potesse giungere ad un divorzio così imminente in pochi ci avrebbero scommesso.
E invece la decisione di interrompere la collaborazione non è tardata ad arrivare: già oggi pomeriggio, intorno alle 16, in seguito ad un vertice societario del club tedesco. Dalle note del comunicato stampa della società bavarese, si evince come la pesante sconfitta di Champions contro il Paris Saint Germain di Neymar e compagni per 3-0 sia stata solo la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Tutto lo staff dirigenziale ha infatti espresso malumore per la gestione del tecnico di Reggiolo già dalle prime battute della stagione in corso, sottolineando che le prestazioni fin qui realizzate erano al di sotto delle aspettative del club bavarese. La squadra è stata affidata ad interim al suo vice Willy Sagnol, bandiera del Bayern in cui ha giocato per 10 stagioni.
Se vi siano solo motivazioni tecniche e mancanza di risultati dietro l’esonero di Ancelotti o altri fattori abbiano condizionato pesantemente la drastica decisione dei vertici societari non è dato saperlo, di certo le frizioni e i contrasti con i senatori (Ribery, Lewandowski e Müller prima e Arjen Robben poi) non hanno sicuramente aiutato il tecnico italiano a mantenere la barra dritta in vista del raggiungimento degli obiettivi stagionali del più titolato club tedesco, ambiente in cui la parola “sconfitta” tende ad essere percepita come tabù.
Ma lo stesso discorso vale anche per il nostro Carletto (sia calciatore che allenatore): “sconfitta” e Ancelotti nella stessa frase suona quasi come un ossimoro.
Ha vinto in Italia, Francia, Spagna e Germania, conquistando, in ognuna di queste nazioni, campionati e diventando il quinto allenatore al mondo a riuscire nell’impresa.
In Inghilterra (Premier League nel 2010 con il Chelsea) e in Germania (Bundesliga nella passata stagione con il Bayern Monaco) ci riesce al primo tentativo mentre per riportare la Ligue 1 a Parigi dopo 19 anni ce se sono voluti due, ma solo perché nel primo campionato prese il PSG in corsa subentrando a Kombouaré. Passiamo al capitolo Champions? Bene, con 3 vittorie eguaglia il record di Paisley. Ne vince prima due con il suo Milan da favola targato Kaka, Sheva, Pirlo, Seedorf e Nesta. La prima nella stagione 2002/2003 nella finale tutta italiana contro la Juventus. Si concede addirittura il lusso di perdere una finale nel 2004/2005 nella surreale sfida di Istanbul rimasta agli annali per la rimonta del Liverpool da 0-3 a 3-3 e persa poi nella lotteria dei rigori.
La vendetta contro i Reds arriva puntuale nel 2006/2007 ad Atene. Questa volta, infatti, sarà la doppietta di Filippo Inzaghi a rimanere negli annali.
Nel 2013/2014 invece l’apoteosi: la Decima con i Blancos. Anche qui, naturalmente, al primo tentativo. Praticamente il sogno di tutti gli allenatori del mondo, la massima aspirazione per chiunque.
E Florentino Perez, chissà perché, chiamò proprio lui.

 

  •   
  •  
  •  
  •