Atalanta-Lione: Garlini, Petagna e la Curva Nord. L’Europa è ancora per la minoranza

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui


Oliviero Garlini è nato a Stezzano – una manciata di chilometri da Bergamo – il 4 marzo del 1957. Malgrado i suoi natali però ha giocato nell’Atalanta una sola stagione: 1987/1988. In Serie B. Ma soprattutto in Coppa delle Coppe, nella magica annata della finale mancata di un soffio, contro il Malines, che poi vincerà la competizione. Ve la ricordate la Coppa delle Coppe? Quella ancestrale competizione cui prendevano parte le vincitrici di tutte le coppe nazionali. Quella rassegna dove potevi giocare in campi sperduti al centro del Galles o in vere e proprie pozzanghere adibite a terreno di gioco nell’Est Europa, quando la temperatura diventava siderale persino per gli indigeni.

Perché aprire questo pezzo con Garlini? Semplice, fu lui l’autore dell’ultima rete in quella cavalcata che ha fatto sognare intere generazioni di bergamaschi. Suo il vantaggio, dopo pochi minuti, che ha fatto sperare nel ribaltamento del 2-1 dell’andata e nella finale di Strasburgo.

Il Mechelen vinse 2-1 e conquistò anche la coppa, contro l’Ajax. Ma i ragazzi di Mondonico – quel Mondonico che qualche anno dopo proprio contro l’Ajax sfiorerà un’altra impresa, con il Torino – furono comunque vincitori. Tramandando il proprio cammino di generazione in generazione. Facendo sognare a decine di nerazzurri il ritorno in Europa e il sapore di una trasferta oltre le Alpi orobiche. Sebbene i lombardi in Europa ci torneranno un paio di volte dopo quell’occasione, sempre facendo la loro bella figura e sempre dimostrando come dietro quella Dea stampigliata sul gonfalone nerazzurro si nascondano doti come la tenacia e la caparbietà.

Sognavano i capelloni biondi di Stromberg e ora danzano con il Papu Gomez ai suoi gol. Perché la Dea è tornata ed ha ripristinato quel cammino interrotto nel 1991. Contro l’Inter. Nei quarti di finale della Coppa Uefa. Ultima apparizione ufficiale in una competizione continentale.

Certo, non c’è la Brumana a custodirne il calore, i canti e l’irruenza. Si sono dovuti spostare verso la Bassa, per ottemperare alle regole del calcio d’oggi, che non ne vuol sapere di dar lustro e linfa vitale ai vecchi templi del pallone. Perché questo è lo stadio dell’Atalanta, con i suoi gradoni non numerati e la sua Curva Nord che pulsa di passione al di là di ogni risultato e di concerto con qualsiasi tipo di destino della sua squadra.

Sono arrivati a Reggio Emilia con ogni mezzo in queste tre partite. Partiti forse per gioco, qualcuno non ci credeva, altri non hanno voluto fare calcoli. Di certo nessuno, nemmeno il tifoso più ottimista, avrebbe pensato di arrivare a questa gara già qualificato e con la chance di chiudere al primo posto.

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“L’Atalanta è follia, la Nord è magia”, diceva un vecchio striscione degli ultras orobici. Che non va poi tanto distante dalla realtà. Un realtà complessa, variegata e piena di spunti quella di Bergamo. Una città che ha sempre sfidato il Dio Calcio. A viso aperto, malgrado l’indole schiva e diffidente. Si è messa di traverso nelle sue storture, contro le sue tessere e i suoi divieti. Chissà che quest’anno quel Dio avverso non abbia voluto esser clemente e premiare per una volta il popolo atalantino. Un Dio si crede unico e non accetta di buon grado l’invasione del suo campo e il guanto di sfida lanciato da una Dea. Ma qualche volta deve per forza cedere il passo. E l’incedere di questa Atalanta non è semplice da fermare.

Sono 15.000. Sono carichi. Suonano e cantano già arrivando a Reggio Emilia. Invadendo una tranquilla città alle prese con i primi spruzzi di neve e i primi freddi rigidi.

Lo Stadio del Tricolore non può certo pretendere tanta passione nelle sue partite di Serie A, quando il Sassuolo riesce sì e no a portare 4/5.000 persone. Deve aspettare la sua proprietaria morale e geografica, quella Reggiana ormai da troppi anni impantanata nelle sabbie mobili della Serie C. In quei casi ha sempre avuto dimostrazione di attaccamento e quando le cose hanno girato per il verso giusto ci si è ricordati la bellezza di un simile stadio pieno.

E allora vogliamo credere che l’Atalanta si prenda anche gli oneri del club neroverde e riequilibri la solitudine di uno stadio che negli ultimi anni ha fatto prima a contare gli spettatori che i seggiolini vuoti quando il “grande calcio” vi ha messo piede.

Basta guardare negli occhi i ragazzi della Curva Nord. Fermi a ogni ingresso per distribuire le bandierine che rivestiranno l’intero stadio. Nel loro sguardo c’è l’attesa, l’ansia, la gioia e la speranza di vedere realizzato al meglio uno spettacolo pianificato da giorni. Un qualcosa di semplice e profondamente primordiale per qualsiasi tifoso di calcio: lo sventolio di una bandiera. Un pezzo di stoffa con i colori di una vita, che farà da sfondo ad abbonamenti e biglietti negli anni successivi. Perché questo Atalanta-Lione è già storia ancor prima di cominciare. E sarà leggenda al triplice fischio.

Ma è soprattutto spettacolo mozzafiato per tutti i 90′. Ci sono anziani e signore a seguire i cori degli ultras, c’è il sentimento d’orgoglio a prevalere e confermare che a Bergamo il calcio è un incredibile collante in città. Un fattore ancora aggregativo e identitario. Una vera dannazione per chi vorrebbe distruggere tutto quello che si aggira attorno a questo sport. Cominciando dal suo aspetto sociale.
Paradossalmente questo genere di partite sono inversamente proporzionali a quelle che da anni ci spacciano come necessarie per “riportare le famiglie allo stadio”.

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Il bambino si appassionerà con una coreografia. Non con una masnada di insulsi personaggi seduti e freddi. Il ragazzo si avvicinerà sentendo i cori e vedendo le torce. E non nel freddo silenzio delle gare a porte chiuse o dei settori ospiti deserti causa discriminazione territoriale.

Non c’è Garlini questa volta, ma un triestino purosangue: Andrea Petagna. E il suo gol non sarà l’ultima, ma solo una ciliegina sulla torta di chi ha messo i sigilli al primo posto e si sfrega le mani pensando ai sedicesimi di finale in febbraio.

Già stanno avvertendo datori di lavoro e famiglie, perché quel giorno una parte di Bergamo emigrerà per la quarta volta in Emilia. Alla rincorsa di un sogno chiamato Europa.
29 anni dopo qualcuno rivede quel cammino di Coppa Coppe. Ma non lo dice per scaramanzia e – giustamente – obiettività. Comunque vada quest’anno verrà ricordato come quello dei bergamaschi. Del loro coro su “Despacito” e delle loro invasioni in ogni città. Quasi irridendo un loro vecchio motto, quello secondo cui “la minoranza è ovunque”.

Quest’anno la minoranza è divenuta prepotentemente maggioranza.

 

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