A quindici anni dalla scomparsa di Marc Vivien Foè

Pubblicato il autore: massimiliano granato Segui

26 giugno 2003. E’ il 26 giugno 2003. Sono a Sottomarina con un amico: è sera e siamo seduti su una panchina. Chiacchieriamo un pò. All’improvviso mi arriva un messaggio. All’epoca i cellulari erano molto diversi da quelli di adesso: non esisteva ovviamente whatsapp e di collegarsi ad internet col cellulare forse era impossibile. A me arrivavano messaggi da un certo numero 42420: in sostanza: anse (notizie)di sport su risultati di calcio e non solo. Ma quella volta non fu così. Una riga scarna per annunciare la morte, sì, la morte di un giocatore. Parliamo di Marc Vivien Foè, un atleta di 28 anni che giocava in Europa, precisamente nel Manchester City. Si può dire ciò che si vuole, ma da quel momento, quando penso alla Confederation’s penso a Foè, atleta nel pieno della sua carriera. Aveva 28 anni. Giocò ad Usa ’94. Rinunciò a Francia ’98 per un infortunio. Vinse poi due coppe d’Africa, poi giocò il mondiale nippo-coreano.  Contro la Colombia cadde a terra, gli occhi al cielo. Morì dopo un’ora negli spogliatoi. Si seppe dopo che con un defibrillatore forse Marc sarebbe ancora tra noi.
Due sono le cose che non mi vanno giù, a tre lustri di distanza dalla scomparsa.  La prima è il fatto di aver giocato ugualmente la finale: certo, ci fu l’omaggio commosso delle due squadre (l’altra era la Francia) al giocatore scomparso; ci fu l’alzata della coppa simultanea con Desailly e Song ma tutto questo non basta. Si dice che lo spettacolo DEVE continuare. 
Scusate, ma io dico di no. Il torneo doveva essere interrotto e il trofeo non doveva essere assegnato. Certo, il precedente dell’Heysel (finale di Coppa Campioni 1985, ndr) è emblematico ma in quel caso si poteva soprassedere. Piuttosto, avrei fatto una cerimonia allo stadio alla presenza delle semifinaliste. E magari, avrei fatto giocare le partite restanti mesi dopo o addirittura l’anno dopo. Perché di fronte alla morte anche lo sport, in segno di rispetto, si deve fermare. Quando Foè cessò di vivere la partita doveva interrompersi. D’altronde, come fai a giocare sapendo che qualcuno lotta tra la vita e la morte? La seconda cosa è perché su youtube ci sono video sull’accaduto e perché su google ci sono ancora le foto degli ultimi istanti sul campo dell’atleta?
Ora penso che comunque sia, un leone non muore mai, sta solo dormendo. Negli anni a seguire (ma senza dimenticare la tragica morte di Curi, a Perugia, nell’ottobre del 1977), ci sono stati numerosi decessi sul campo, e tutti per cause cardiache. Questo è accaduto anche al povero Davide Astori, nella propria camera d’albergo, il 4 marzo scorso. Non dimenticare queste tragedie, come quella di Foè, serve a sensibilizzare la ricerca scientifica ma anche la prevenzione delle malattie, di qualsiasi natura siano, ed aumentare i controlli: su tutte le persone, ma anche e soprattutto sugli atleti. Ed è agghiacciante sapere che in presenza di macchine apposite, l’atleta africano oggi sarebbe forse ancora con noi. Per questo motivo non bisogna mai dimenticare ma tenere viva la sua memoria, per evitare tragedie simili, per prevenirle il più possibile. Marc Vivien Foè riposa oramai da quindici anni, ma ricordarlo è assolutamente doveroso.

 

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