Brasile, polvere di stelle

Pubblicato il autore: Giovanni Anania Segui
LIVERPOOL, ENGLAND - JUNE 03: The Brazil team pose for a team photo prior to the International Friendly match between Croatia and Brazil at Anfield on June 3, 2018 in Liverpool, England. (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Foto Getty Images© selezionata da SuperNews

Ad ogni edizione del Campionato del Mondo che si apre, dal 1982 in poi, dall’album delle figurine manca una squadra: il Brasile.
Il campionato che si sta disputando in Russia non farà eccezione, purtroppo.
Oh sì, certo, il Brasile di Neymar si è qualificato per la fase finale.
Anzi, è anche tra le grandi favorite del Torneo, però……….
Però il Brasile che tutti hanno nel cuore, il Brasile che è ancora nell’immaginario di tutti gli sportivi del Mondo non c’è più.
E’ rimasto sepolto tra le macerie dello Stadio Sarrià di Barcellona, demolito nel 1997, oltre un decennio dopo aver perso contro l’Italia di Bearzot al Mundial spagnolo.
Noi italiani portiamo nel cuore l’Italia campione del Mondo del 1982, anche più di quella del 2006, ma va detto che, dal punto di vista della storia del gioco, la sconfitta di “quel” Brasile è stata una sciagura per il calcio e per chi lo ama.
Da allora non abbiamo più rivisto, e probabilmente non rivedremo mai più,  il Brasile della “ginga“, il passo base della capoeira che, trapiantato sul campo da gioco,  ha dato vita al magico  fútbol bailado brasiliano, un calcio fatto di palleggio acrobatico e dribbling.
Oggi (vero Mister Allegri?) per vedere quel giocare quel calcio ( e magari sì, anche per divertirsi, perchè no? Iin fondo, “pagano il biglietto”…) gli appassionati devono andare al circo.
Quel” Brasile del 1982, come il Brasile di Pelè, sta alla storia del Calcio come Muhammad Alì, il ballerino del ring, a quella della boxe.
Il talento, la tecnica e l’eleganza contro la forza e la potenza atletica.
Perchè il calcio è un gioco, prima ancora di essere uno sport.
Ma la “ginga” non era solo uno stile di gioco, ma un modo di vivere.
Toda joia, toda beleza.
Un modo di vivere che non c’è più, e tutto il resto è noia canterebbe Franco Califano.
Il Brasile è tornato ad essere Brasile anche dopo il “Maracanazo”, la più grande tragedia del calcio brasiliano, ma dopo quella sconfitta con l’Italia ha rinunciato per sempre ad essere sè stesso, per diventare, direbbe il grande Totò….n’ata cosa.
I tempi erano cambiati.
Le sconfitte epiche restano nella storia, molto di più che tante mediocri vittorie sportive, ma piacciono poco ai grandi strateghi del marketing e del marchandise.
Inoltre, siccome la storia la scrivono i vincitori, la narrazione che si fa di quella partita “urta” contro la prova televisiva.
“Quel” Brasile avrebbe perso perchè troppo “arrogante”, perchè non aveva una “difesa solida” e perchè non ebbe l’umiltà di “accontentarsi” di un pareggio che lo avrebbe qualificato alle semifinali del Torneo e, quindi, fu ripetutamente colpito in contropiede dai furbi e scaltri italiani.
Niente di più falso, ovviamente.
Basterebbe rivedere quella partita per rendersi conto che l’Italia partì immediatamente all’attacco, proprio perchè lo 0 a 0 avrebbe qualificato i brasiliani, e segnò dopo pochi minuti con Paolo Rossi che “bucò” con un colpo di testa una difesa schierata-
Altro che contropiede.
Il goal del 2 a 1, dopo il bellissimo pareggio di Socrates, fu il frutto di un errore individuale di Cerezo, sfruttato molto abilmente da Rossi, che non era mica uno qualunque, e non dell’amnesia difensiva dell’intero reparto.
Il goal del  3 a 2 definitivo scaturì da un corner fischiato in favore dell’Italia, protesa  tutta in avanti.
E per parlare qui di “contropiede” ci vuole proprio una bella fantasia…..
Ma contro il pregiudizio, purtroppo, non c’è niente da fare, niente.
E poi a noi italiani piace così tanto vincere “in contropiede”, che quasi ci vergognamo di dire che nell’82 abbiamo vinto contro il grande Brasile di Zico, Socrates, Falcao, Cerezo e Junior e compagnia danzante, giocando a viso aperto e rispondendo colpo su colpo.
Quel Brasile perse perchè….. la palla è rotonda per tutti.
Quel Brasile perse perchè il ct Bearzot (probabilmente dopo aver letto l’ Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam) convocò Paolo Rossi, anzichè il capocannoniere del Campionato Roberto Pruzzo, e gli affidò le chiavi e le sorti della squadra.
Quel Brasile perse perchè Zoff parò un colpo di testa sulla linea all’ultimo minuto di gioco.
Quel Brasile perse come persero la grande Ungheria di Puskas o l’Olanda del 1974, immeritatamente.
Eppure tutti le ricordano ancora, a dispetto di chi ostinatamente continua a ripetere che vincere è l’unica cosa che conta.
Il calcio di quel Brasile forse era fatto della… materia di cui sono fatti i sogni, ma allora lasciateci dire con Jim Morrison: “datemi un sogno da vivere perchè la realtà mi sta uccidendo“.
Il Brasile è morto, W il Brasile.

 

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