Re Leone e i suoi 50 anni, buon compleanno Batistuta

Pubblicato il autore: Francesco Fiori Segui

Il tempo è tiranno, sembra non passar mai ma poi ti accorgi che scorre velocissimo. Gabriel Omar Batistuta, per tutti Batigol, è stato l’attaccante perfetto della Serie A a cavallo tra anni 90 e 2000.
Destro, sinistro, testa, potenza, cinismo e sopratutto gol, ciò che si chiede ad un attaccante, e Batistuta eccelleva in tutto.

Arriva a Firenze quasi per caso, perché gli emissari di Cecchi Gori s’invaghiscono di Diego Latorre, trequartista del Boca Juniors, ma quando il presidente della Viola guarda i filmati esclama: “Ma quale Latorre, portatemi quel Batistuta“.
Nella Fiorentina l’attaccante è acerbo e chiaramente all’occhio della critica appare goffo e slanciato. Una sorta di cavallo pazzo da domare.
L’esordio arriva contro la Juventus ma Gabriel non riesce a segnare, cosa che invece farà una settimana dopo contro il Genoa, con la prima stagione che si conclude con 27 presenze e 13 gol, ma anche problemi di ambientamento con Dunga e Orlando, all’epoca i giocatori più carismatici.
La seconda stagione, 92/93 è a dir poco rocambolesca. Batistuta infiamma il Franchi con tre doppiette nelle prime sette partite, la squadra si rinforza con Baiano, Effenberg e Brian Laudrup, stazionando sempre ai primi posti.
Poi, incredibilmente, dopo una sconfitta casalinga con l’Atalanta alla quindicesima giornata (i Viola alla tredicesima erano secondi dietro il Milan) Cecchi Gori esonera Gigi Radice affidando la panchina ad Aldo Agroppi.
E’ l’inizio della fine, la Fiorentina inizia una parabola discendente che porta a tre vittorie in 20 partite ed un 15esimo posto che porta ad una devastante retrocessione.
Batistuta chiude quella disgraziata annata con 16 reti in lacrime all’ultima partita, con l’inutile 6-2 al Foggia, decidendo però di restare a Firenze anche nella serie cadetta.
Batistuta ed Effenberg sono un lusso per la B e Batigol matura in maniera decisiva, con altre 16 reti e la promozione in A, con successivo torneo dove è capocannoniere con 26 reti in 32 partite, dopo un Mondiale giocato negli Usa che lo consacra come bomber totale.
Arriveranno altre caterve di gol, fino ad essere il maggior goleador della storia della Fiorentina, superando Hamrin con 168 gare e piangendo per il record, perché Batistuta ha deciso di andare alla Roma, unica possibilità di vincere lo scudetto, dopo quello sfiorato col Trap e con Edmundo partner d’attacco.
Gabriel realizzerà il suo sogno, segnerà anche un gran gol proprio alla sua Fiorentina, vincerà il tricolore dopo aver speso una vita con altri colori, un esempio che in quei giorni è imitato nella NHL, la lega di hockey nord americana, dove un giocatore, Ray Bourque, a 40 anni, lascia l’unica squadra della sua carriera, Boston, per vincere con i Colorado Avalanche.
L’esempio porta alla ribalta il cuore dell’atleta argentino, storico nello zittire il Camp Nou e segnare poi all’Arsenal in Champions, martoriato nelle caviglie ma sempre in campo nel 2000/01, perché a Capello va bene anche se gioca con una gamba sola, se si allena poco, ma che poi alla domenica è sempre decisivo.
Le ultime fasi della carriera di Batistuta lo vedono a Milano, quando Moratti lo chiama per sostituire Crespo infortunato e infine negli Emirati Arabi, quando segna 25 gol in 18 partite, appendendo poi le scarpe al chiodo dopo l’ennesimo infortunio.
Negli anni recenti Batigol ha avuto problemi a camminare, a correre, a fare una vita da persona normale, a causa dei troppi acciacchi e del troppo coraggio messo in campo da Re Leone.
Oggi però Batistuta ha gli stessi occhi della tigre, lo stesso carattere e coraggio di chi è stato l’incubo delle difese, di chi compie in questo giorno mezzo secolo di vita, ma che nella mente di qualsiasi tifoso è lì che fa il gesto del mitra dopo un gol, o sta in posa sulla bandierina per l’ennesima marcatura.
Batigol compie 50 anni. Batigol è leggenda.
Auguri!

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