IJF19, Ruffo: “La non responsabilità legale non esclude quella morale. Oggi la notizia deve piacere, non essere giusta”

Pubblicato il autore: Gabriele Ripandelli Segui


Federico Ruffo ha partecipato al Festival del giornalismo di Perugia come speaker in un panel che parlava  dell’infiltrazione mafiosa nelle curve, avendo al centro la sua brillante inchiesta per Report sul caso Bucci-Juventus. Dopo la conferenza ha concesso ai microfoni di Supernews un’intervista con il quale ha ripercorso le varie fasi della sua indagine ed ha aggiunto alcune considerazioni.

Che impressione ha avuto della risposta dello spettatore medio?
Facendo un discorso molto tecnico, la puntata ha fatto un ottimo share. Anche se non dovremmo mai preoccuparci dello share, ti fa capire quanta gente ha preso a cuore quella tematica. Il calcio interessa di suo principalmente gli uomini, quando ne parli male interessa alla metà della metà degli uomini. Quindi normalmente non fa ascolto. Il dato di quella sera ha dimostrato, invece, che non era un’inchiesta che verteva sul calcio, ma sulla mafia: questo concetto era molto importante per noi. Poi ha dimostrato che puoi tenere un pubblico femminile anche se  la tematica è prevalentemente maschile. L’importante è che il racconto sia giusto, avvincente, strutturato. Questa è stata un’ottima risposta.

Invece sui social si è assistito ad un fenomeno diverso?
Sui social siamo stati oggetto di una campagna di odio con pochi precedenti già da quando si è avuta l’avvisaglia che stavamo lavorando su questa inchiesta. Nella mia carriera non era mai capitato, nella storia di Report poche altre volte. Avevamo capito subito che montava un aria molto pesante intorno alla puntata: ci fu addirittura un tentativo di boicottaggio con un falso tweet del profilo di Report, che comunicava per cause indipendenti dalla nostra volontà  che la puntata  non sarebbe andata in onda. Questo ci fece capire che il lavoro stava facendo rumore, ma anche che erano cambiate le normali dinamiche:  non è più un confronto normale quello che passa per i social.

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Ruffo precisa che:”Viviamo una fase in cui che una notizia sia vera o meno ha sempre meno importanza, ha importanza che incontri il nostro gusto, il nostro favore. Questo comporta  che se io tifo per una squadra o per un partito politico e il tuo lavoro per qualunque motivo mette in dubbio il mio credo politico o sportivo, lo devo massacrare, non ha spessore e sicuro qualcuno ti ha pagato per farlo. Vorrei capire se chi ci paga sbaglia iban o qualcuno ha percepito male la cosa, dato che questi soldi non li vedo mai (dice ridendo, ndr.). Viviamo una fase di questo genere: prima ci rassegniamo che il nostro lavoro piace sempre di meno o che non può piacere a tutti, meglio è.

(Ruffo mostra ai giornalisti alcuni dei tweet ricevuti, foto di Gabriele Ripandelli)

Hai avuto l’impressione che l’inchiesta abbia smosso qualcosa?
Chi aveva una percezione sbagliata del calcio ce l’ha ancora di più, chi non crede al male del calcio non ci crede lo stesso. Il giorno dopo le puntate di Report è purtroppo solo martedì. In termini d’inchiesta, invece, ha smosso molto. Il venerdì precedente alla puntata si era insidiato alla procura di Cuneo, che procedeva rispetto al suicidio di Raffaelo Bucci, il nuovo procuratore capo, che lunedì si è ritrovato subito sulla scrivania questo faldone dell’inchiesta di Report, con le accuse di essersi mosso troppo lentamente. Questo ha portato il procuratore, un magistrato di grande fama e grande esperienza, ad imprimere una forte accelerazione  all’inchiesta. Sono stati riascoltati i protagonisti della vicenda e laddove la puntata avesse fornito qualche spunto nuovo è stato approfondito. La salma di Raffaello è stata  riesumata per un nuovo  esame autoptico.  Dopo due anni e mezzo non mi aspetto che quell’esame possa portare a molto. E’ tardi, ma è stato comunque un segnale. Per quanto riguarda l’inchiesta Alto Piemonte è ormai in appello, fra poco arriverà la sentenza di cassazione e sono state già molto definite le responsabilità.

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Ruffo ci tiene a puntualizzare: “Di certo si è smossa la percezione che anche se una sentenza assolve in termini tecnici i dirigenti di una squadra, questo non toglie la responsabilità morale. Io posso non avere le prove per dire che un determinato agente o una determinata società sapeva di fare affari con la ‘ndrangheta.  Questo dice la sentenza, la rispetto, ma rimane la responsabilità morale: non esserti fatto lo scrupolo di fornire migliaia di biglietti ad un qualcuno che quei  biglietti non doveva averli, esserti fregato della tifoseria che per anni ha strapagato quei biglietti, non esserti preoccupato di dove finivano quei soldi e non esserti preoccupato di chi arricchivi. Non c’è un solo motivo per cui un capo ultras debba guadagnare sulla passione degli altri. Quello spettacolo va in scena grazie ai calciatori ed alle società e sono i calciatori e le società che ne traggono un guadagno, gli ultras fanno semplicemente i tifosi. Il loro ruolo è uscire di casa, andare allo stadio, vedere la partita, tornare a casa. Tutto quello che c’è intorno è di più, se tu non ti sei preoccupato di questo comunque è una responsabilità morale.

Dall’ideazione al post puntata, quale è stata la parte più difficile della realizzazione dell’inchiesta?
La parte più difficile e bella è stata in larga parte il montaggio. Quando hai una mole di materiale così importante, renderla semplice e fruibile per tutti è un’operazione molto complicata. Io avevo il grande problema di dover raccontare delle cose delle quali non c’erano immagini. In questo le intercettazioni mi hanno molto aiutato dandomi ritmo. È stato difficile poi convincere a parlare chi non aveva nessun interesse a farlo. Se l’avvocato della Juventus che si presenta in ospedale subito dopo la morte di Bucci e pretende che gli diano il telefonino e la macchina non ti vuole parlare, tu sai che in qualche modo lo devi vedere e ci devi parlare. Quindi passerai ore ed ore sotto il suo ufficio, sperando che scenda, sperando che lo riconosci perché non sei davanti ad una persona nota, sperando che le microcamere, la tua telecamera ed il microfono funzionino. Trovare qualcuno, all’interno di quel mondo che muoveva cosi tanti soldi ed arricchiva così tanta gente, che collaborasse è stato complicato. Più complicato, in assoluto, forse è stato  spiegare al figlio di Raffelle Bucci, un bambino di dieci anni che giustamente vuole sapere cosa è successo al padre, che nonostante tutto quello che avesse visto in tv c’era una possibilità abbastanza elevata che non sappia mai la verità.  Mi ricordo che dopo l’attentato mi chiamò in lacrime, urlando : “no, la colpa è mia! la colpa è mia”!. Ti resta dentro.

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