Van Dijk e Bonucci: quando spostare gli equilibri non è da tutti

Pubblicato il autore: Francesco Rossi Segui

Nello sport c’è sempre un leader. In ogni squadra che si rispetti, la presenza di una figura portante sulla quale fare affidamento è di vitale importanza per i compagni di squadra, specialmente nei momenti difficili. Una personalità capace di far crescere tutta la squadra, la sicurezza, il punto di riferimento da seguire.

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Questa è l’identikit che potremmo affibbiare a Virgil Van Dijk, centrale difensivo del Liverpool arrivato lo scorso anno a Anfield. Il peso sulle spalle del colosso olandese lo scorso anno era enorme: 85 milioni di euro spesi dai Reds per strapparlo al Southampton. Un’azzardo andato a buon fine. L’olandese è arrivato nel Merseyside con questo macigno addosso, entrando nello spogliatoio del Liverpool in punta di piedi senza fare dichiarazioni eclatanti. La sua leadership in squadra è arrivata piano piano, cercando prima di capire il sistema di gioco di Klopp – prettamente offensivo – per poi adattare le sue  indubbie caratteristiche tecnico-tattiche in campo a tale causa. L’olandese è stato equilibrato e si è guadagnato la fiducia della squadra in silenzio, senza mai eccedere. Il risultato è stato a dir poco sbalorditivo dato che con il suo arrivo, la difesa di Klopp è stata letteralmente trasformata in una delle migliori d’Europa. Insomma Van Dijk sarà stato pagato fior di quattrini, ma gli equilibri a Liverpool li ha spostati eccome. Stessa cosa non si può dire di un’altro difensore giudicato tra i migliori al mondo: Leonardo Bonucci. 

Il mancato spostamento degli equilibri di Bonucci nel Milan

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Se Virgil Van Dijk è l’esempio lampante di difensore capace di spostare gli equilibri. Ciò lo pensava anche Leonardo Bonucci, centrale difensivo di altissimo livello con tanti trofei vinti in carriera, capace – a detta sua – di cambiare la squadra dal punto di vista difensivo con la sua presenza, ma che nel Milan non lasciò assolutamente il segno. Le qualità di Bonucci sono indiscutibili: le prestazioni fornite con la Nazionale italiana e con la Juventus sono un biglietto da visita non indifferente. È un dato di fatto. Ciò in cui l’ex difensore di Inter e Bari sbagliò appena arrivato al Milan, fu l’approccio, ovvero auto plocamarsi leader dello spogliatoio, affermando di essere colui in grado di spostare gli equilibri difensivi da solo. In rossonero però non fu così: la fragilità del giocatore venne fuori e nel Milan, Leo era la brutta copia del giocatore ammirato con la casacca juventina. Anche lui venne pagato fior di milioni dalla ex dirigenza milanista Fassone-Mirabelli, la quale diede addirittura la fascia da capitano a Bonucci, neo acquisto rossonero. Errore accettare la fascia. Bonucci era convinto di essere un leader già prima di arrivare in una nuova realtà. Come ha dichiarato lui stesso in una intervista giorni fa, il suo approdo nel Milan avveniva in un momento complicato della sua vita
legato a motivi personali, ma lo spirito di rivalsa nei confronti di Allegri – con il quale litigò aspramente dopo uno Juventus-Palermo – era tanta. Bonucci voleva dimostrare a tutti di essere quel difensore capace di trasmettere agli altri compagni di reparto più giovani, la giusta linfa per migliorare sia mentalmente che tatticamente.

A differenza di Van Dijk, non è entrato in punta di piedi guadagnandosi la fiducia dei compagni in una nuova realtà, totalmente diversa dalla Juventus. Ciò ha portato a una forzatura dell’imporsi e a un declino di prestazione importante da parte sua, così come di tutto il reparto difensivo. A fine campionato lasciò il Milan con la coda tra le gambe per tornare alla Juventus, dove si è laureato ancora una volta campione d’Italia, sfornando una stagione da protagonista. Oramai il flop era fatto e non c’era più la possibilità di tornare indietro. Un fallimento costruttivo. Leo probabilmente ha capito che la leadership in una squadra non è cosa semplice da guadagnarsi: ciò lo si denota dalle sue ultime dichiarazioni, nelle quali afferma come l’esperienza al Milan lo abbia fatto maturare ulteriormente come calciatore. Meglio tardi che mai.

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