Storie di Calcio: com’è nato il procuratore sportivo?

Pubblicato il autore: Gianmarco Mannara Segui

Chi è un procuratore sportivo? Nella carriera di un calciatore la retribuzione è uno dei fattori più incisi e importanti per il giocatore, che cerca sempre il connubio perfetto tra stipendio con il club e quello con gli sponsor. Calciatori trattati come delle vere e proprie star dal cinema hollywoodiano che spesso porta ad un’esaltazione di un giocatore che alla fine rischia di bruciarsi.
Ma questi stipendi a sei cifre non erano neanche contemplati agli albori del calcio agonistico; i primi campionati inglesi erano riservati solo a dilettanti che ricevevano un rimborso spese alquanto esiguo che spesso copriva solamente il viaggio e la giornata di lavoro persa del calciatore, che ai tempi veniva percepito come un tabù.
Fece infatti scalpore quando si venne a sapere che due squadre inglesi: il Preston North End e il Blackburn Rovers
pagavano con uno stipendio regolare i propri atleti.
Queste due squadre però fecero da apripista e si rivelarono un esempio per tutte le altre squadre britanniche.
Alla fine dell’800 infatti molte squadre stavano prendendo questa piega e la più grande federazione calcistica internazionale (La FIFA) cercò di incoraggiare questo sistema visto che le partite tra professionisti erano spesso più avvincenti visto che i giocatori si dedicavano anima e corpo al calcio, al contrario degli amatori che per cause di lavoro non potevano tenere gli stessi ritmi o essere così performanti nell’allenamento.

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Il procuratore in Italia: i cambiamenti dopo la Grande Guerra

In Italia invece dopo la grande guerra si andò sempre più a sviluppare la figura del ricco presidente che era disposto a spendere fior e fior di quattrini per assicurarsi i migliori giocatori e di conseguenza vincere le partite.
Piazze ricche come quelle di Torino, Milano, Genova e Roma ebbero la fortuna di avere a quei tempi alcuni tra i giocatori italiani migliori del mondo, perchè i trasferimenti con società estere per giocatori di un’altra nazionalità ancora non aveva preso il via.
Il vero punto di svolta del calcio italiano avvenne negli anni sessanta quando ci fu il boom economico della nazione, e ormai il processo di gonfiamento degli stipendi era inarrestabile. La FIGC che per anni aveva lottato contro il professionismo alla fine cedette e aprì le porte agli sponsor e alla possibilità di acquisire i diritti televisivi delle proprie squadre di calcio. Che rasentarono degli introiti talmente ghiotti che molte squadre crearono un gap finanziario abissale alle altre concorrenti con meno appeal.
I giocatori sentivano il bisogno di una figura che li aiutasse nelle loro scelte finanziare. Soprattutto quando si venne a sapere che alcuni atleti andarono sul lastrico visto che non seppero gestire i propri fondi.

Nasce così la figura del procuratore sportivo, un vero e proprio professionista riconosciuto da anni ormai in albo prestabilito, che cura gli interessi del giocatore tentando di strappare l’accordo più vantaggioso tra quest’ultimo e il club o lo sponsor, con una percentuale che varia a seconda delle circostanze.

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Una figura che ha sviluppato così in fretta la sua immagine da attirare su di sé parecchie critiche. Non ultima, quella di chi sostiene che sono i procuratori – con le loro scelte e le loro decisioni – a determinare realmente l’andamento delle cessioni e degli acquisti tra un club e l’altro. Insomma sarebbe il procuratore ormai il vero padrone del calcio moderno, esperto di diritti e contratti con la sua valigetta. Un’esagerazione che tuttavia ribadisce ancora una volta -ammesso che ce ne fosse bisogno – come gli ingaggi e gli uomini che li determinano siano diventati parte fondamentale del football del nuovo millennio.

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