Storie di Calcio: Michel Platini

Pubblicato il autore: Gianmarco Mannara Segui

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Sognava Michel Platini. Come tutti quelli che avevano l’età per sognare. Inventava interminabili partite di calcio nel cortile davanti al bar del nonno, nella piccola cittadina francese di Jouef. Una città che parlava francese ma che sicuramente conosceva l’italiano visto che molti nostri avi si trasferirono dal bel Paese in Lorena per cercare fortuna lavorando nelle miniere poco distanti da Jouef; esattamente come il nonno di Michel. Lui aveva un piccolo bar pieno di italiani, sia operai sia chi aveva appeso il cappello da minatore al chiodo; e dalla finestra di quel bar si poteva vedere Michel giocare, anzi “Inventare”: perchè il giovane Platini inventava. Inventava sfide mondiali che naturalmente vinceva, perchè con un pò di fantasia si vince sempre. Il suo idolo era un certo Pelè, e in mezzo a quel cortile Pelè era lui e nessun altro. Idolatrava cosi tanto quel campione del mondo che quando doveva fare una firma si divertiva a storpiare il suo nome: da “Platini” diventava “Peleini”.
A volte gli dei del calcio sono particolarmente ispirati e decidono di scrivere storie da cinema holywoodiano: il giorno che andò in municipio a ritare la sua prima carta di identità, sotto la parola professione scrisse “Calciatore”. L’impiegato comunale disse al giovane Michel che quella non era una professione valida. Si sbagliava, e anche di tanto. Certo Michel non diventò mai come Pelè, perché era gli dei del calcio decisero che lui era Michel Platini e doveva seguire il destino di Michel Platini. Unico, un fuoriclasse.

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Michel Platini: il successo contro ogni previsione

Da bambino non aveva il fisico, i dottori gli dissero che aveva una malformazione che gli causava problemi cardiaci e che non avrebbe potuto giocare più di tanto a pallone. In più era basso, tanto che i suoi compagni all’epoca lo chiamano “Ratz“, un espressione di Lorena che sta a significare rasoterra. Ma Platini aveva la stoffa: cinque anni dopo arriva il primo contratto da professionista con il Nancy. Il minimo comune denominatore di questi anni sono i goal, ne fa tanti. Tanti da venir chiamato in nazionale dove segna contro l’Italia in una partita che finirà 2-2. Il suo fisico non era atletico, anzi. I muscoli erano pochi ma quello che serviva a Michel era la fantasia. Quell’anno il Nancy vincerà la coppa di Francia
La sua consacrazione arriva quando passa al St. Etienne, dove ne diventa leader. Con loro vincerà il suo primo scudetto. Quando giochi cosi bene è normale attirare l’attenzione dei grandi club, nel suo caso specifico si chiamano Juventus e Arsenal.
Michel era in trattativa con entrambi, ma già stava imparando l’inglese per presentarsi ai suoi nuovi tifosi biancorossi. Non avvenne mai.
L’avvocato Agnelli lo avrebbe ricoperto d’oro, ma lo avrebbe fatto anche l’Arsenal. Ma allora come convincere un giocatore del genere a trasferirsi nella propria squadra? Semplice, la squadra. La Juventus era la società sportiva con più scudetti in Italia e l’avvocato sapeva che se Platini voleva vincere alla Juve avrebbe potuto farlo benissimo perché i bianconeri hanno la vittoria nel sangue, esattamente come Platini.
Michel sceglierà la Juve. Vincerà per tre anni di fila il titolo di miglior capocannoniere del campionato. Giocherà 222 partite segnando 103 goal. La sua bacheca si arricchirà, e oltre alla Ligue One e alla coppa francese, Platini vincerà due scudetti, una coppa italia, una coppa intercontinentale, una supercoppa, una Coppa dei Campioni nella fantomatica finale che verrà ricordata come strage dell’Heysel. Per non parlare di tre palloni d’oro.
Si ritirerà a 32 anni dopo aver imparato da Trapattoni come stare in panchina e da Boniperti a stare dietro una scrivania. Ed ora la UEFA è il suo presente, e si spera anche il suo futuro.

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