Cori contro Napoli, cori contro Balotelli: Il razzismo che si dimentica

Pubblicato il autore: Mario Saccomanno Segui

Affinché non rimanga solo una postilla del giorno dopo, una vicenda narrata tra le tante che scorrono ora dopo ora, tocca ritornare su alcuni aspetti del calcio che esulano, almeno in parte, da quanto accade sul terreno di gioco. Se il rettangolo verde regala continue emozioni, ormai centellinate in tutti i giorni della settimana per favorire il fruire di un prodotto che è sempre più visibile e sempre meno vivibile, restano ancora degli atti che diventano moniti non solo per lo sport, ma soprattutto per la vita.

L’ultima giornata di campionato ha regalato non solo tante giocate, molti goal e belle partite, ma anche due episodi che dovrebbero far riflettere ogni persona. Il primo è accaduto nel match dell’Olimpico tra Roma e Napoli, mentre il secondo a Verona, tra Verona e Brescia. Due discriminazioni: la prima verso un’intera città che, di volta in volta, continua a essere presa di mira con intervalli regolari in molte città in cui il Napoli si trova ad affrontare quella che è, in fin dei conti – con buona pace di chi ne fa una ragione di vita da anteporre a ogni sua occupazione – solo una partita di calcio; l’altra verso un calciatore, Balotelli – e anche nei suoi riguardi non è il primo episodio che subisce.

 

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Napoli supporters cheer on
Firenze 24-8-2019 Stadio Artemio Franchi Football Serie A 2019/2020 ACF Fiorentina – SSC Napoli Photo Cesare Purini / Insidefoto/Sipa USA

 

Colpisce molto notare la capacità di sorvolare su alcuni aspetti, il negare l’evidenza, il porsi sempre su un gradino più alto, il cercare un’attenuante. Del resto, era accaduto solo poco tempo fa nei confronti di Lukaku, ma nell’eccesso di immagini e di notizie, credo sia già rimasto poco nelle menti di tutti noi di quell’episodio. Il problema s’affronta spesso senza andare alla radice, senza capire che, purtroppo, molte volte il tifo in un campo da calcio viene visto come un luogo in cui poter lavare dal proprio corpo tutte le frustrazioni, tutti i risultati non avuti nel modo in cui ci si sarebbe aspettato nella vita o, magari, nell’ultima settimana.

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Il terreno la gioco, la partita, è solo un ripiego per sputare in faccia a un avversario, che diventa necessariamente nemico, il proprio malcontento. Trovare il nemico, vuol dire colpirlo alla prima occasione. Come una guerra, una battaglia da vincere; è questa la politica di una partita per ancora – evidentemente – troppi “tifosi”. Così, quando si leggono frasi del tipo “Quello è un modo di tifare, non c’era razzismo” o simili sciocchezze è perché, ancora, gli spalti di un campo da calcio –  che sia cornice di un evento sportivo a caratura mondiale, oppure di livello dilettantistico poco importa –  diventa luogo degli eccessi, luogo in cui tutto è concesso, anche il razzismo, anche la discriminazione territoriale.

Risulta evidente a tutti che devono necessariamente essere presi dei provvedimenti, ma forse le cause sono da cercarsi non solo in un terreno di gioco, ma anche lì, proprio come le regole morali dovrebbero guidare in ogni frangente di vita, in ogni luogo, anche in uno stadio. Tocca ricordarlo, di tanto di in tanto, altrimenti tutto scorre via e, in fin dei conti, sono passati solo alcuni giorni.

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