Piero Torri a SN: “La Roma deve battere più se stessa che lo Shakthar. Di Francesco non rischia”

Pubblicato il autore: Massimiliano Licchelli Segui

Foto originale Getty Images © selezionata da SuperNews

A due settimane dalla delicata sfida di Champions League tra Roma e Shakthar Donetsk, abbiamo intervistato una delle firme più autorevoli e stimate del giornalismo sportivo italiano, Piero Torri con cui abbiamo parlato del passato, del presente e del futuro calcistico del club giallorosso, al momento, alle prese con un momento difficile tra rendimento altalenante in campionato e qualificazione in bilico in Champions League.

Come si immagina la sua vita e quella di un romanista senza la Roma?
“Un po’ da orfano perché la Roma mi ha accompagnato da quando ho capacità di intendere e di volere, da quando ho memoria, prima come appassionato tifoso e poi come addetto ai lavori, anche se è una frase che mi piace poco, ma comunque sempre da tifoso. Forse questo è stato un crimine nel mio lavoro, dicono che un giornalista non dovrebbe essere coinvolto da quello che lui scrive, ma io non ci sono mai riuscito in realtà. Non è stato semplicissimo però ho sempre perseguito l’onestà intellettuale”.

Chi è Totti per un romanista?
“Il più grande, il migliore calciatore della storia della Roma, credo anche del calcio italiano. Un personaggio che ha avuto la capacità di dire no a molte offerte importanti di club prestigiosi e che ha dimostrato una fedeltà nei confronti di Roma non solo squadra, ma anche città. Un personaggio unico nel calcio del terzo millennio dove le bandiere non esistono più, dove le scelte di vita sono determinate da assegni più sostanziosi piuttosto che da un sentimento”.

La Roma negli ultimi 35 anni ha avuto due grandi presidenti come Dino Viola e Franco Sensi e ora ha un presidente americano, James Pallotta che comunque, insieme all’aiuto del suo staff, è riuscito a tenere la Roma ai vertici del calcio italiano. Saprebbe indicarmi un pregio e un difetto di ognuno di loro?
“Il pregio di Dino Viola è che era un signore, magari d’altri tempi ma una persona di grandissima classe, di grandissimo stile e di un’intelligenza fuori dal comune per quei tempi. Un anticipatore, basti ricordare l’idea di costruire lo stadio della Roma già negli anni 80 e ancora non ci siamo riusciti. Lui mi sembrava un po’ in anticipo rispetto a tutti gli altri. Aveva capito che i problemi del calcio italiano erano anche le strutture. Il difetto di Dino Viola è che alcune volte era un po’ troppo ermetico nel linguaggio. Forse sarebbe stato più utile essere più diretto per far capire ai vari palazzi del calcio e non solo che si stavano comportando male, per esempio nei confronti della Roma.
Riguardo il difetto del presidente Franco Sensi, mi verrebbe da sottolineare che era un po’ troppo ruspante delle volte, poco diplomatico anche se io non amo la diplomazia perché spesso nasconde dell’ipocrisia, però lui era un po’ esagerato nella sua “ruspantezza” (sorride). Il pregio è lo stesso di Dino Viola, nel senso che era un autentico innamorato della Roma.
Riguardo a Pallotta, il pregio è quello di aver salvato la Roma da una situazione molto complicata a dispetto di quanto se ne dica ancora oggi in città da parte di qualcuno. Ha acquistato la Roma in un momento di difficoltà economica con zero prospettive per il futuro. Il difetto è che forse farebbe meglio a stare zitto perché ogni volta che parla, non conoscendo, non odorando, non profumando il calcio italiano e gli italiani, spesso parla fuori posto dicendo parole che hanno poco senso e che hanno la capacità di offendere”.

Le persone che sono attorno a Pallotta e conoscono l’ambiente non riescono a trasmettergli quel sentimento?
“Non è semplice. Un po’ per come siano fatti noi rispetto a un americano che magari è abituato a vedere le partite del Boston Celtics con accanto i tifosi della squadra avversaria e fanno un brindisi con la birra piuttosto che guardarsi in cagnesco. È un modo molto diverso di vedere lo sport e la vita ed è difficile da trasmettere. Credo che non lo acquisirà mai”.

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Pallotta dice che una delle rovine della Roma sono le radio. Concretamente cosa significa?
“Sostanzialmente dice una sciocchezza perché sparare nel mucchio, generalizzare credo che sia sempre sbagliato. Nelle radio romane c’è tanta gente che lavora con onestà, con professionalità, con serietà, magari facendo degli errori per carità perché solo chi fa qualcosa commette degli errori. Chi sta alla finestra e guarda gli altri gli errori non li fa. Poi è vero che nelle radio romane ci stanno pure personaggi abbastanza inquietanti, dal passato complicato. Che Pallotta non sia stato accolto bene perché c’erano dei privilegi nei confronti di qualcuno, con la pubblicità radiofonica, con i biglietti allo stadio, in tribuna d’onore, con una quotidianità fatta anche di telefonate, di chiacchiere, di suggerimenti che adesso non c’è più. Bisogna dare merito a questa proprietà di essersi allontanata dai salotti romani dove di favori vengono fatti agli amici degli amici. Però questo generalizzare francamente è inaccettabile”.

L’idea di costruire uno stadio di proprietà è partita dal presidente Dino Viola e poi ripresa da Franco Sensi. Ora sembra che la proprietà americana sia riuscita in quest’impresa. Si augura che all’inaugurazione del nuovo impianto siano presenti rappresentanti della famiglia Viola e della famiglia Sensi?
“Non so quello che succederà, intanto non so ancora quando lo stadio sarà inaugurato, ma spero entro massimo quattro anni. Certamente i rapporti tra Pallotta e la famiglia Sensi sono inesistenti, un po’ meno i rapporti con la famiglia Viola. Però sarebbe brutto non invitare i rappresentanti della famiglia Sensi e della famiglia Viola all’inaugurazione del nuovo stadio, quindi credo che con un po’ di diplomazia e buon senso, questo non succederà”.

Parlando dell’attualità, la partita di ritorno tra Roma e Shakthar Donetsk valida per l’accesso ai quarti di finale di Champions League sarà determinante per il futuro della squadra giallorossa?
“Si lo dicono i numeri, è una partita senza appello. Quello che mi auguro è che non diventi la partita della vita perché storicamente la Roma le partite della vita le ha toppate tutte. Sarà difficile, ma spero che la Roma ritrovi se stessa perché spesso quando va in campo deve battere prima di tutto se stessa prima ancora degli avversari. È una partita che in qualche misura, insieme a un eventuale traguardo di qualificazione per la prossima Champions League, potrebbe ridare un minimo di dignità a una stagione che francamente si poteva pensare, immaginare e sognare migliore”.

Di Francesco rischia se non dovesse passare il turno di Champions?
“A meno di tracolli totali mi sento di dire che Di Francesco arriverà alla fine di questa stagione, poi si faranno i bilanci. Se non dovesse centrare uno dei primi quattro posti, a questo punto il terzo o il quarto perché di più è impossibile, saranno fatte tutte le valutazioni del caso e forse il biennale firmato l’anno scorso potrebbe essere interrotto prima”.

In quale ruolo la Roma dovrebbe rinforzarsi maggiormente in vista del prossimo mercato?
“La squadra, perché le partite le vincono i calciatori che sono poi diretti da un allenatore. Io credo che questa squadra, dopo anni di numeri importanti, record societari, secondi posti, ma senza mai vincere qualcosa, abbia ormai metabolizzato un DNA della sconfitta che viene fuori ogni volta che incontra una difficoltà. Dopo la sconfitta a Torino contro la Juventus, la Roma prende coscienza che per l’ennesima volta la stagione terminerà con zero titoli e magari inconsapevolmente molla. Questo gruppo mi da la sensazione che abbia questo tipo di problema e allora io sarei per una rivoluzione. Può essere una parola male interpretata, però io credo che la Roma debba fare punto a capo e ripartire. Con la consapevolezza di costringere i tifosi ad avere nuova pazienza e i tifosi di pazienza non ce l’hanno più”.

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Vendere ogni anno calciatori importanti della rosa può contribuire a non costruire una mentalità vincente?
“Questo è vero relativamente. Ecco i danni delle radio romane, o comunque dei comunicatori o dei giornalisti, perché poi dentro ci sono alcuni siti, giornali è cioè quello di aver detto che la Roma cambia sempre. A parte quest’anno, nelle due precedenti stagioni vende due giocatori, uno per anno, Benatia e Pjanic. Le rivoluzioni io non le ho viste, qui c’è un gruppo che da anni sta qui. Poi si, sono andati via dei giocatori come Digne, Szczesny, ma perché non sono mai stati tuoi”.

Totti sarà il prossimo presidente della Roma? Eventualmente in quale ruolo se lo immagina?
“No, credo che non lo sarà se non con una carica di presidente onorario. Non voglio dire che non abbia le capacità, ma non credo che sarebbe il suo ruolo. Penso che Totti sia uno straordinario testimonial di Roma città e di Roma squadra e credo che al momento questo sia sostanzialmente il suo ruolo. Mi auguro che Francesco Totti abbia la forza, la voglia, la capacità di studiare com’è il calcio dall’altra parte del campo, della scrivania. Di capire come si amministra la società, come sono le dinamiche di mercato, come si tratta con gli altri dirigenti, magari apprendere una lingua e a quel punto avere un ruolo ancora più operativo di quello che ha. Certo è che comunque basta la sua presenza, basta vedere quando arriva allo stadio. Tutti vanno a cercare Totti piuttosto che vedere la partita. Per il momento mi sembra un testimonial della Roma più che un dirigente”.

In una recente intervista di Totti su Sky, come giudica le sue parole quando dice che non potrà più esserci un nuovo Totti o De Rossi a causa del business che gira attorno al calcio? Cosa potrebbe pensare un giovane ragazzo della primavera?
“Dice una sacro santa verità. Prendiamo l’ultimo esempio di Pellegrini. Continuo a leggere, a sentire che vuole un adeguamento di contratto dopo sostanzialmente sei mesi che sta qui. Leggo che ci sarebbero squadre disposte a pagare la clausola. Non mi sembra più che ci sia quel sentimento che Totti ha rappresentato per la Roma, anche tra i giovani che giocano nella Roma. Io credo che sarà così, un altro Totti e un altro De Rossi non ci sarà nel calcio di oggi. Poi sarà possibile tenere un giocatore sei, sette, otto anni, però poi se si presenterà un emiro di turno con un assegno più importante le strade si divideranno. Io sono assolutamente d’accordo con Totti”.

Totti nel suo discorso di addio disse che “nascere romani e romanisti è un privilegio”. Se un bambino le chiedesse il suo significato, come gli risponderebbe?
“Risponderei che sono nato a Roma, che è una città che profuma di storia e che ha fatto la storia, e il romanista è il romano che sceglie i colori della sua città, della città eterna e che ha un animo popolare piuttosto che borghese”.

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