Italia-Svezia 0-0: incubo a Milano, azzurri fuori dai Mondiali di Russia 2018

Pubblicato il autore: teros Segui


Il peggior incubo di tutti gli sportivi italiani si è materializzato come il più terrificante dei fantasmi,nella fredda notte del Meazza. L’Italia, dopo quasi sessant’anni dall’ultima catastrofe, mancano clamorosamente l’appuntamento con la massima manifestazione calcistica mondiale, eliminati dalla muscolare ma modesta Svezia, contro ogni pronostico della vigilia. La sconfitta nel doppio confronto contro la formazione scandinava rappresenta l‘inescusabile fallimento di una squadra ma, soprattutto, di una dirigenza federale miope e supponente, improvvisata ed incompetente, incapace di progettare le basi più elementari per conseguire l’obiettivo più ambito, largamente alla portata del nostro movimento calcistico.

Prescindendo dall’analisi del match, sarebbe riduttivo addebitare l’estromissione degli azzurri al deprecabile catenaccio, praticato ad oltranza dagli svedesi, spesso schierati con tutti gli effettivi dietro la linea del proprio centrocampo a difendere con i denti il risultato della gara di andata, o a quel pizzico di cattiva sorte che ha impedito si concretizzassero in rete le iniziative più pericolose dei nostri giocatori.
Lo scialbo 0 a 0, che ha decretato l’ inesorabile esclusione dell’Italia dal calcio che conta, costituisce solo l’ultimo atto di una disfatta annunciata, che affonda le sue radici in tempi più lontani, sin dalla disastrosa gestione della successione alla guida tecnica della squadra dopo gli Europei.
Dopo l’era di Conte, la dirigenza federale non ha voluto o saputo individuare un candidato di analogo carisma e personalità, escludendo a priori la scelta di un allenatore straniero, ma non riuscendo nemmeno ad articolare un progetto minimamente convincente che potesse stimolare i pochi tecnici italiani di eccellenza ancora in attività
(Capello, Ancelotti, Mancini) ad accettare la panchina azzurra.

La soluzione individuata da Tavecchio e soci è stata quella di optare per un uomo rassicurante, di indubbia e provata professionalità, con apprezzabili trascorsi nella massima serie, che potesse traghettare la squadra senza affanni verso i mondiali del 2018, traguardo sulla carta tutt’altro che impossibile da raggiungere.
E la scelta, probabilmente dettata anche dalla favorevole prospettiva economica di corrispondere un ingaggio alquanto contenuto è improvvidamente ricaduta su Giampiero Ventura, un allenatore indubbiamente serio e preparato ma che, avendo guidato esclusivamente formazioni di media caratura, risultava oggettivamente privo della necessaria personalità ed esperienza internazionale per affrontare un ‘impresa superiore alle sue forze.

A Ventura, al di là dell’evidente confusione tattica con cui ha disposto la squadra nelle gare di qualificazione, modificando, talvolta, incomprensibilmente il modulo di gioco, va ascritto, soprattutto, il demerito di una pessima gestione del gruppo, se è vero, come affermano diversi addetti ai lavori che, già dopo la pesante sconfitta con la Spagna, tra il tecnico ed i giocatori si era creato un clima di attrito e di reciproca sfiducia, mai stemperato, ed anzi confermato drammaticamente dalle concitate fasi alla vigilia del match decisivo, in cui parte della vecchia guardia aveva manifestamente disapprovato le scelte dell’allenatore.
E la formazione schierata nella gara del Meazza costituisce la riprova delle discutibili scelte di Ventura, che ha preferito mandare in campo, proprio nel match più delicato dell’intera stagione, giocatori come Gabbiadini, impiegato solo una volta da titolare nella sua non proprio memorabile carriera in azzurro e non particolarmente affiatato con Immobile, e Jorginho, mai inserito prima in gruppo e al debutto in una manifestazione ufficiale di tale importanza (per quanto il centrocampista del Napoli abbia, comunque, disputato una prestazione complessivamente positiva).  E risulta altrettanto imperdonabile l’ostinazione a riproporre lo stesso modulo di gioco (3-5-2), che aveva vistosamente fallito nella partita di andata, in cui gli azzurri hanno raramente impensierito i colossi della retroguardia svedese. Cosi,’ come appare ingiustificabile il colpevole ostracismo nei confronti di Insigne, l’unico vero talento calcistico a disposizione, forse il solo in grado di inventare con il suo estro soluzioni alternative per scardinare l’ arcigna difesa scandinava, impegnata per tutta la gara solo da prevedibili e ripetitivi cross, sistematicamente ricacciati senza difficoltà fuori dall’area di rigore.

Ventura, molto probabilmente, pagherà i suoi indiscutibili errori con una rimozione anticipata dall’incarico di CT ma sarebbe ingiusto ed immorale che questo fallimento collettivo si concentrasse su un unico capro espiatorio.
Esistono significative e macroscopiche responsabilità dei vertici federali alla base di questo disastro sportivo, che non possono essere sottaciute.
L’analisi critica delle ragioni del disastro e le premesse di un necessario rinnovamento del sistema calcio non possono che condurre pertanto all’azzeramento dell’attuale classe dirigente ed alla rifondazione di una struttura organizzativa, i cui vertici dovranno essere nominati muovendo da imprescindibili criteri di capacità, competenza e meritocrazia, non più dal vincolo delle logiche di potere imposte dalla politica o dai club più potenti.
E le stesse società dovranno instaurare con la federazione un clima più collaborativo, favorendo la disponibilità dei propri calciatori a partecipare agli impegni della Nazionale, senza interferire con le scelte tecniche, magari evitando di sollecitare un impiego ridotto degli stessi o di aggravare artificiosamente infortuni di poco conto per evitare ai propri atleti di rispondere ad una convocazione.
Tutte le componenti del pianeta calcio hanno l’obbligo morale di fornire il proprio contributo alla rifondazione  radicale di un sistema, che non può tradursi in un mero rinnovamento di facciata, ma deve tradursi in un concreto sforzo di miglioramento dell’organizzazione, a partire dai suoi principali protagonisti.
E’ una scelta obbligatoria, se l’Italia del calcio vorrà uscire, in un ragionevole arco di tempo, dalle paludi della mediocrità.

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