Casillas, la solitudine dei numeri uno

Pubblicato il autore: Pierluigi Persano Segui

Casillas RealMadrid

Certi amori non finiscono. Altri purtroppo si. E lo fanno in maniera burrascosa, travagliata, dolorosa. Specie dopo 25 anni passati con la stessa camiseta blanca addosso (contando la trafila nel settore giovanile), 725 gare disputate e 18 trofei vinti.
Iker Casillas non avrebbe mai immaginato di lasciare il suo club in lacrime, da indesiderato.
Scaricato dal presidente Florentino Perez che non ha mai apprezzato davvero il suo capitano “perchè non è alto”, lasciandolo solo anche il giorno del suo addio davanti alla stampa senza alcun membro della dirigenza o dello staff a stargli vicino e a dirgli grazie per quanto fatto tra i pali dei galacticos.
Una fine che non avrebbe meritato, frutto di irriconoscenza e indifferenza.
Il giovane Iker, approdato nella cantera madridista a soli 8 anni, e convocato in prima squadra per una trasferta di Champions a soli 16 anni. A 18 anni la prima stagione da titolare e la prima Champions (l’ottava del club) vinta nel derby spagnolo di Parigi nel 2000.

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Poi la consacrazione definitiva nella notte di Glasgow del 15 maggio 2002: il Real è in vantaggio per 2-1 sul Leverkusen grazie ad un gol fantastico di Zidane con una volè di sinistro, e in porta Del Bosque si affida al più esperto Cesar. Ma il destino decide di incoronare nuovamente il ragazzino che gioca per la squadra del cuore: Cesar s’infortuna e al ’68 Casillas scende in campo, mantenendo i suoi in vantaggio con interventi che hanno del miracoloso e regalando al club la nona coppa dalle grandi orecchie (la seconda per lui in tre anni). Nasce il mito di “San Iker”. I tifosi del Real inondano il Vaticano di lettere dove chiedono la beatificazione di quel ragazzo che tra i pali fa miracoli.
In Spagna sono certi, è il miglior portiere spagnolo di sempre. Viene nominato cinque volte miglior portiere del mondo (un record), con le Furie rosse vince due Europei e un Mondiale, e con il suo club vince tutti i trofei possibili con la fascia di capitano al braccio.
Ma la stagione 2012-13 parte male: Jose Mourinho lo esclude prima per scelta tecnica, poi un infortunio al polso lo mette KO e lascia il posto a Diego Lopez. La sua esclusione inizia a creare una frattura all’interno dello spogliatoio dove è un leader inamovibile, e il pubblico non apprezza l’esclusione del suo beniamino.
L’anno successivo con l’arrivo di Carletto Ancelotti la musica non cambia, e Casillas è titolare soltanto nelle partite di coppa. Ad aprile arriva il trionfo in Copa del Rey sul Barcellona, a Maggio arriva la tanto agoniata Decima nella finale di Lisbona nel derby con l’Atletico per 4-1 ai supplementari (con il rischio di compromettere la vittoria con l’errore sul vantaggio di Godin).

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Ma Casillas non è la sicurezza di sempre: negli ultimi anni ha dovuto sopportare pressioni psicologiche, ha subito le varie campagne denigratorie di alcuni giornali e sopportato i fischi di una parte della tifoseria.
Cosi, in una sera di luglio, il chico di Mostoles ha dovuto dire addio. Abbandonato e in lacrime.
Verso la nuova avventura lusitana con i dragoes del Porto, pronto per una nuova sifda dal sapore un po’ amaro.
Ha salutato quella maglia che era come una seconda pelle, il Bernabeu che ormai era casa sua, e i tantissimi tifosi che l’hanno sempre sostenuto.
“HALA MADRID!”. Lui giura che non è un addio, ma solo un arrivederci (come ci auguriamo).
La riconoscenza è un valore che nel calcio di oggi non si può comprare, neanche se ti chiami Real Madrid.

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