ESCLUSIVA SN, Felice Gimondi: “Merckx più forte di me, l’ho capito tardi. Nibali leader, Aru deve maturare. Guardiamo al futuro con ottimismo”

Pubblicato il autore: Francesco Ippolito Segui
Felice Gimondi e Maurizio Evangelista, alla presentazione del libro "Da me in poi".

Felice Gimondi e Maurizio Evangelista, alla presentazione del libro “Da me in poi”.

FOGGIA – In occasione della presentazione del libro “Da me in poi” alla libreria Ubik di Foggia, SuperNews ha intervistato il giornalista sportivo Felice Gimondi, a margine dell’iniziativa Foggia Festival Sport Story.

Il libro “Da me in poi“, edito da Mondadori e scritto a quattro mani con Maurizio Evangelista, non è una semplice autobiografia: “la leggenda sportiva di Gimondi non è impolverata dal tempo, il suo modo genuino di sfidare la vita è qualcosa che affascina ancora oggi. L’autorevolezza del campione si scioglie nella saggezza dell’uomo che ha sperimentato trionfi e cadute. Gimondi ha scalato tutte le montagne più terribili ma ha dovuto spesso arretrare davanti a un uomo in carne e ossa come lui. Fiammingo, insaziabile fino alla bulimia da successo: Eddy Merckx, il fenomeno più straordinario che questo sport abbia mai prodotto. A queste pagine Gimondi non ha affidato solo il racconto delle sue imprese, che sono grandi sia da vincente sia da sconfitto. Ha riletto la storia del ciclismo del dopoguerra con la sapienza di un ultrasettantenne pieno di ricordi e di ironia. Per quanto le sue analisi siano taglienti, i giudizi netti, le parole di Felice non esondano mai nell’arroganza: la modestia, eredità della sua sana cultura contadina, non gli impedisce di essere autorevole. Ancora oggi marito, padre e nonno appagato dai suoi successi, dagli affetti e da tutto quello che ha saputo costruire in una vita senza capricci – quando parla di Merckx dice “quello lì”, come se volesse mantenere le distanze. E invece lui a Eddy vuole bene, ed è ricambiato; ogni tanto i due si vedono a fanno lunghe telefonate come vecchi amici. I rimpianti resteranno, ma sono nulla rispetto alla consapevolezza di aver segnato un’epoca, spartiacque tra il ciclismo degli eroi e quello dei marziani. Da lui in poi, è stata tutta un’altra storia.” È proprio di Eddy Merckx la prefazione del libro.

Francesco Ippolito e Felice Gimondi

Francesco Ippolito e Felice Gimondi

Gimondi-Merckx: una rivalità storica. Cosa ci racconti a proposito?
“All’inizio credevo che Merckx, come tutti i belgi, fosse fortissimo nelle gare di un giorno, ma non nelle gare a tappe perché l’avevo già battuto. Io ero un soggetto che non aveva bisogno di stimoli, mandai anche a quel paese il mio direttore sportivo. Una sera ci trovavamo sulle Alpi, perché la sera dopo si arrivava alle Tre Cime di Lavaredo e arrivò tutto lo staff dei fratelli Salvarani (la Salvarani era la sua squadra all’epoca, ndr): mi ripetevano continuamente <<domani devi attaccare>>, io mi stancai e andai a letto. Ho dormito un po’ nervoso e il giorno dopo ho perso sette minuti ed ho anche pianto. Ma non perché ho perso sette minuti. Sulla salita delle Tre Cime di Lavaredo, c’erano tre miei compagni di scuola delle elementari del mio paese, che erano al mio fianco e piangevano perché ero così staccato. Quando sono arrivato all’arrivo, mi sono messo a piangere anch’io, poi ho impiegato due anni a capire che Merckx era meglio di me. E l’ho capito soprattutto nella mia specialità, la cronometro. Perché in quel Giro che ha vinto lui (1968, ndr), la cronometro Cesenatico-San Marino la vinsi io. Poi siamo andati al Giro di Catalogna, ci siamo scambiati due volte la maglia, un po’ lui, un po’ io. L’ultima prova, una cronometro, la vinse lui: io arrivai dietro di 33 secondi. Quella è stata la sconfitta più amara della mia vita. Ma da lì ho capito che lui era più forte. E mi sono adeguato, rispettando questa sua superiorità, ma non mi son mai arreso. Ho continuato a lottarlo con tutte le mie forze, alla fine ho vinto un Mondiale, un Giro d’Italia ed ho battuto una cronometro. Però è giusto dire una cosa: Merckx ha vinto, nel mio periodo migliore, cinque Giri, cinque Tour de France, cinque Liegi-Bastogne-Liegi, tre Mondiali, sette Milano-Sanremo, e quando arrivo qui sapete cosa dico? Ma vaffanculo va (ride, ndr).

potrebbe interessarti ancheVincenzo Nibali disputerà Giro d’Italia e Tour de France nel 2019

Giro d’Italia 1969: Merckx venne trovato positivo ai controlli anti-doping. Il giorno dopo non hai indossato la maglia rosa perché eri convinto dell’innocenza di Merckx o per orgoglio personale?
“Tra noi due c’era grande stima e amicizia. Ci rispettavamo. In bicicletta stavamo col coltello in bocca, dopo eravamo amici. Ero in un certo senso dispiaciuto, perché cominciavamo tutti e due ad aver famiglia. Una cosa così era antipatica e quindi mi sono rifiutato di mettere la maglia rosa, l’ho messa poi all’arrivo. Devo dire che con lui, questa grandissima rivalità l’ho sentita soffrendo due anni, ma poi mi sono adeguato e ho detto <<è più forte di me, vedo di non mollare e se mi capita l’occasione cerco di batterlo>>. Tanto è vero che a Benevento eravamo in due alberghi diversi: dopo la gara ci siamo incontrati per bere un bicchierino di whisky con po’ di Coca Cola. Con lui ho visto la partita dell’Anderlecht perché era loro tifoso. Tra di noi c’era grandissima stima. Io andavo alle fiere e tante volte, o a New York, o a Milano, o a Colonia, prima di andare al mio stand andavo a salutare Eddy e la stessa cosa faceva lui. È stata una rivalità vera ed anche tuttora quando ci incontriamo, ci incontriamo con grande amicizia e stima. Lui è stato poco commerciale, perché se mi faceva vincere qualche volta in più forse era meglio (ride, ndr).”

In che situazione è il ciclismo attuale?
“Non siamo ai vertici. Siamo messi discretamente, abbiamo due corridori per le gare a tappe ed altri ragazzi che crescono. Nibali è già affermato, è già un leader. Aru deve completare la maturazione. Dietro di loro ci sono tanti giovani emergenti che si danno molto da fare soprattutto nelle gare da un giorno. Tutto sommato c’è da guardare il futuro con un certo ottimismo.”

potrebbe interessarti ancheGiro d’Italia 2019, l’annuncio di Nibali: “Correrò sia al Giro che al Tour”

Puoi dirci qualcosa sul dramma Simpson?
“La morte di Simpson, con il quale ero anche amico, me la ricordo benissimo: eravamo sul Mont Ventoux, correvamo come squadre nazionali, con grosse difficoltà per gli sponsor di accettare questa soluzione. Eravamo a circa 5 km dalla cima. Mi son voltato, eravamo rimasti in cinque e dietro a 100-150 metri di distacco c’era il povero Simpson, poi noi abbiamo continuato la nostra corsa. In albergo, mentre stavamo facendo i massaggi, sentì la radio francese, che cominciavo a capirla anch’io, che annunciava che era morto Simpson. L’istinto del momento era quello di mollare tutto, andare a casa e stare con la famiglia. Ma poi purtroppo, la vita continua e il giorno dopo abbiamo fatto vincere un inglese per onorare la memoria di Simpson. Un altro protagonista, non era un campione però era un gran gregario che dava di tutto per i suoi capitani, era il povero Santisteban, che è caduto nella prima tappa Catania-Siracusa in discesa, perché si era fermato per dare la ruota a un suo compagno. Mettendo le ruote sul ghiaietto, ha perso il controllo perché al centro la strada è sempre più sporca, è finito sul guard-rail e purtroppo è morto. Abbiamo fatto una riunione in Spagna per lui, perché era un gregario, non guadagnava molti soldi. C’eravamo tutti, per dare qualcosa alla famiglia.”

Un altro dramma che ha sconvolto il ciclismo è stato quello di Pantani.
Per quanto riguarda Pantani, devo dire che a volte mi è difficile valutarlo. Anche perché siamo nati in due epoche diverse, io son nato in un piccolo paese ai piedi della montagna, lui è nato a Cesenatico, dove credo che già prima frequentasse le discoteche, questa è una mia supposizione. Era un ragazzo non facile, mi era stato chiesto dal titolare della Mercatone Uno (la squadra di Pantani, ndr) e da Candido Cannavò (ex-direttore della Gazzetta dello Sport, ndr) se potevo dargli una mano: per un anno e mezzo sono stato con lui, era un po’ testone, faceva sempre di testa sua. Tante volte non veniva a cena con la squadra e questo era un errore, perché la sera si parla della corsa. Ma comunque è stato un grande perché è stato uno di quelli che mi ha riportato ai miei tempi a livello emotivo e io Pantani vorrei ricordarlo solo in un modo: la tappa di Santuario Oropa. Ebbe un problema tecnico, cominciava la salita di cinque/sei chilometri circa, aveva settanta corridori davanti a lui. La squadra gli ha dato una mano per 400-500 metri, fin quando ha cominciato la salita. Poi ha cominciato a superare i corridori uno alla volta, arrivando a sorpassarne sessantotto. L’ultimo, Jalabert, lo ha superato ad 800 metri dall’arrivo. Pantani è arrivato al termine, non ha esultato perché non era sicuro se li avesse superati tutti. Questo è il solo Pantani che voglio ricordare.

notizie sul temaFabio Aru e Vincenzo Nibali di nuovo insieme? Le dichiarazioni di Beppe SaronniGiro di Lombardia 2018: Nibali si arrende solo a un super PinotVincenzo Nibali tra Giro di Lombardia e asta di beneficenza. Il cuore d’oro dello Squalo dello Stretto
  •   
  •  
  •  
  •