Ciclismo. Ecco il Tour de Trump, la corsa voluta dal neo presidente USA che avrebbe dovuto sostituire il Tour de France

Pubblicato il autore: Simone Satragno

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Siamo alle comiche o forse no. Perchè al di là delle posizioni politiche di ognuno di noi, l’elezione di Donald Trump rappresenta una vera e propria sorpresa per tutti (Simpson a parte). L’ultima notizia bizzarra riguardo il quaranticinquesimo presidente della storia degli Stati Uniti, riguarda il mondo del ciclismo. Era il lontano 1989 in Virginia, quando Donald J. Trump sulle ossa della Coors Classic, organizzò il Tour de Trump, una corsa ciclistica che aveva l’ambizione teorica di diventare più importante del famoso Tour de France.

Dunque Il Tour De Trump. Un nome e un cognome tanto in voga oggi quanto negli anni ’90. Un imprenditore multimiliardario, Donald J. Trump che voleva rendere la sua America tanto importante quanto la Francia, l’Italia e la Spagna ed entrare nel circuito delle due ruote dei grandi giri.

Per essere un giro privato, il Tour de Trump aveva un montepremi elevatissimo: al vincitore infatti spettavano ben 250 mila dollari, una cifra decisamente superiore a quelli delle gare dei tempi. Ci furono soltanto due edizioni, quella inaugurale del 1989 e quella dell’anno successivo. In quegli anni gareggiarono addirittura 8 squadre dell’allora World Tour e 11 Professional con addirittura compagini che avevano rinunciato alla più prestigiosa Vuelta di Spagna per correre nell’evento di Richmond. Queste le dichiarazioni dell’allora imprenditore americano: “Gli ho messo il mio nome perché credo che abbia un grande futuro e credo che mi basteranno solo pochi anni per farlo diventare più importante del Tour de France”.

Queste dichiarazioni non stupiscono di certo, considerando l’ambizione e la spavalderia che caratterizzano il soggetto in questione. La corsa sponsorizzata dal fresco presidente degli Stati Uniti d’America non fu scevra da critiche, con i fan e i telespettatori che non risposero come da previsioni all’evento ma non solo. La gara fu salutata da veementi proteste anti Trump. Inoltre c’è chi reputa il trionfo di Raul Alcalà (un messicano della PDM Concorde), la vittoria per eccellenza, ma anche la degna risposta alla corsa di quell’uomo famoso per le sue ideologie.
Ancora Messico dunque nel segno di Trump. Non va dimenticato infatti il problema immigrazione sollevato in campagna elettorale, risolvibile (a sua detta) con un muro per separare i confini tra i due Stati.

Tornando al Tour, dopo sole due edizioni, Trump bloccò la sua sponsorizzazione, facendo allora cambiare denominazione alla corsa: si passò infatti dal già citato Tour de Trump a Tour Du Pont, che vide nel 1995 e nel 1996 le braccia al cielo di Lance Armstrong. Sulla scia della Coors Classic, altra grande gara a stelle e strisce, forse oggi avremmo potuto avere un grande giro americano nel circuito del World Tour ma la scelta di Trump, all’epoca, è forse ricaduta sul risollevamento delle condizioni economiche dei suoi casinò. Ma oggi Donald J. Trump non siede nell’auto dei giudici di gara e nemmeno sul palco delle premiazioni. Egli infatti siede sulla scrivania della sala ovale della bramata Casa Bianca e staremo a vedere quali saranno le decisioni e le priorità del numero 1 americano, che però stavolta avranno ripercussioni su tutto il globo, e non solo sul mondo a due ruote.

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