Caso Pantani, il triste epilogo di un eroe romantico in cerca di pace

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

caso pantani
Il caso Pantani è chiuso, e stavolta pare per sempre. Per la Cassazione non c’è dubbio: Marco non venne ucciso, contrariamente a quanto sostenuto dalla famiglia del campione romagnolo che nel 2014 aveva fatto riaprire l’inchiesta, poi archiviata nel 2016 su richiesta del Gip di Rimini poiché “le questioni sollevate più che a indicare indagini suppletive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicofarmaci, e accreditare l’immagine di una persona vittima incolpevole di violenze e complotti”.
Una motivazione che l’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, non aveva accettato, e da qui la decisione di impugnare il caso e portarlo davanti alla Suprema Corte, che tuttavia ieri ha respinto il ricorso, chiudendo così definitivamente una questione spinosa che da 12 lunghi anni ha scatenato dibattiti e sollevato dubbi, senza mai forse arrivare alla verità.

Il giorno dopo la sentenza, oramai definitiva, deve servire da punto zero per tutti coloro che in questi anni hanno combattuto affinché fosse fatta giustizia nei confronti di un uomo, prima ancora che di un Campione in grado di attirare a sé le attenzioni di un’intera Nazione e forse anche di più, pensando a quello che Marco avrebbe voluto: la pace.
Pantani è morto solo, in un residence di Rimini, senza sapere di avere alle spalle l’appoggio dei propri tifosi, quelli che tutt’ora non smettono di ricordarlo e rendergli omaggio in qualsiasi occasione, perché la leggenda del Pirata non può e non deve fermarsi al 14 febbraio 2004.
Se Marco fosse stato un eroe, sarebbe stato senza dubbio un eroe romantico goethiano, emblema dello Stürm und Dräng e percosso dalla sehnsucht, quel tormentoso struggimento che lo ha portato ad allontanarsi da tutto e da tutti alla ricerca di una pace interiore forse rintracciabile in un luogo tanto esotico quanto sconosciuto, lontano da questa Terra.
Le imprese di Marco sono la rappresentazione ideale di un uomo inquieto che da sempre ha lottato con se stesso, prima che contro gli altri, per raggiungere qualcosa di impossibile attraverso azioni irrazionali: “un cardellino di 56 chili in mezzo alle aquile” (come disse una volta Gianni Mura) che sapeva però utilizzare quelle armi a suo favore per abbattere chiunque e talvolta, ahinoi, anche se stesso.
E’ stata forse la sua fragilità interiore a distruggerlo, rendendo chiunque impossibilitato a notare come l’anima dell’uomo piano piano stava abbandonando il corpo in cerca di un sollievo eterno. La morte come una via d’uscita davanti a tutti i problemi che causano dolore e sofferenza, come resa nei confronti di una triste ed inaccettabile realtà che l’eroe ha provato invano a combattere, trovandosi senza sostegno nel momento del bisogno.

Per questo motivo oggi dobbiamo tutti noi ripartire, accettando a malincuore un verdetto che probabilmente non ci permetterà mai di sapere quale sia la verità ma continuando comunque a rendere il meritato omaggio ad un uomo che ci ha fatto emozionare, gioire e, per ultimo soffrire.
Perché Marco cercava solamente la sua pace, quella che in questi anni, tra un processo ed un altro, non si è ancora riuscita a vedere.

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