Esclusiva SN – Miriam Terruzzi: “Il mio viaggio nel cuore del ciclismo”

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui

miriam terruzzi
Incontro Miriam Terruzzi al Giro di Lombardia un po’ per caso, guardando la corsa in una delle televisioni a disposizione degli accreditati. La seguo da quando ho conosciuto il suo blog, E mi alzo sui pedali, folgorato da racconti romanzati in grado di fondersi e confondersi con la fatica ed il coraggio del ciclismo: dentro quel corpo esile in realtà c’è un fuoco vivo che divampa, una forza della natura che trova la sua realizzazione attraverso la scrittura, “lo strumento in grado di esprimere qualsiasi cosa”.
Si definisce attenta alle sensazioni, sogna la Parigi-Roubaix e se potesse essere un ciclista sarebbe Greg Van Avermaet. Il motivo? Perché è uno di cuore, come lei.
Il resto di quest’intervista lo trovate continuando a leggere: non saranno certo le sue 50 domande, però vi consiglio di arrivare fino in fondo. Ne vale la pena. E se vi sarà piaciuta, andate sul blog e leggete qualche suo articolo o, perché no, prendetevi direttamente un suo libro.
Su questo garantisco io, per il resto…buona lettura!


«Grazie a mia madre ho capito che la scrittura era uno strumento superpotente per esprimere tutto quello che avevo dentro»


Allora Miriam, com’è nata questa tua passione per la scrittura?

“Sono sincera, è una questione molto complessa che inizia da quando ero piccola. Ho iniziato a scrivere quando avevo 13, forse 14 anni, anche se credo che la vocazione per la scrittura sia nata molto prima. Quando giocavo con le Barbie facevo fatica a stare insieme alle altre bambine perché mi piaceva inventare e raccontare storie; in seguito ho iniziato a disegnare, trasformando in fumetti le trame che mi passavano per la testa. Tuttavia, devo ringraziare mia madre che mi ha fatto capire come il romanzo, e quindi la scrittura, fosse uno strumento superpotente per esprimere tutto quello che avevo dentro. Ho iniziato la stesura del mio primo romanzo quando ancora ero al liceo, mi piaceva scrivere ma si sa, vivere di scrittura è difficile: per questo una volta terminati gli studi mi sono presa un anno sabbatico. Non sapevo bene cosa fare, così ho pubblicato il libro (Voci di cicala, ndr) con una piccola casa editrice e mi sono fermata a ragionare”.

Nel tuo blog parli però di ciclismo: si può sapere in che modo è entrato a far parte della tua vita?

“Mi sono avvicinata al ciclismo per caso, da piccola seguivo le corse assieme a mio papà, però non mi sono mai sentita attratta da queste. Penso di aver avuto il colpo di fulmine vedendo Ivan Basso entrare nell’Arena di Verona: ero da mia nonna e ricordo di aver pianto, in quel momento pensai che avrei voluto iniziare a scrivere di questo sport. Così scrissi qualcosa ed un mio amico, leggendo, mi consigliò di aprire un blog. All’inizio ero scettica, i blog in quel periodo non avevano un grosso seguito, però tentai lo stesso. Lo chiamai “E mi alzo sui pedali” un po’ per caso, c’è una lunga storia dietro. Nel 2012 è così cominciato il mio viaggio“.

Qual è stata la tua prima corsa seguita?

“Coppa Agostoni, nel 2011. E’ la mia corsa di casa, quella che seguivo fin da piccolina”.

Quale invece vorresti vedere?

“Parigi-Roubaix. Magari l’anno prossimo ci riesco”.

Adesso scegli tra…

Classiche o Grandi Giri?

“Tutti e due, sono corse completamente diverse. Impossibile scegliere”.

Velocista o scalatore?

“Scalatore, anche se la volata è speciale”.

E se fossi un ciclista, chi saresti?

“Greg Van Avermaet, perché ci mette il cuore”.


«Il ciclismo ti insegna a non mollare e a stringere i denti, ad andare sempre avanti inseguendo un sogno, un traguardo»


Cosa ti piace del ciclismo?

“Del ciclismo mi piace quasi tutto, il fatto che sia una grande famiglia dove nessuno si sente escluso. Quando vado alle corse guarisco, come se mi sentissi stretta in un grande abbraccio. Sono una attenta alle sensazioni, mi piace l’adrenalina di stare nel cuore della corsa, sulla strada a sentire il calore della gente. Il ciclismo è uguale alla vita, ci sono più delusioni che cose belle, si fa un sacco di fatica e a volte non si raggiunge nulla. Ti insegna a non mollare e a stringere i denti, ad andare sempre avanti inseguendo un sogno, un traguardo”.

Cosa invece non ti piace?

“So di dire cose pesanti, conosco e stimo molte persone che fanno parte del ciclismo ma sono sincera quando dico di non amare l’entourage che ruota attorno ai corridori. I ciclisti sono spontanei di natura, sono abituati a fare fatica, a dare tutto e a non essere falsi. Al contrario, gran parte del mondo che gli ruota attorno fa perdere la spontaneità, che invece dovrebbe sempre essere presente in uno sport libero come questo, a contatto con le persone”.

Descriviti in tre parole.

“Fuoco. Cuore. Beat”.

Una canzone che ti rappresenta?

“Ora come ora, quando scrivo ascolto sempre The Sound of Silence: mi sblocca le parole.
Se però dovessi pensare a quella che più mi rappresenta, direi Hoka Hey di Davide Van Der Sfroos. E’ un grido di guerra ma pacifico, che ho scelto di tatuarmi anche su un braccio. Gli indiani combattevano per la propria terra, per ciò che erano: forse è un po’ quello che dovremmo fare anche noi, combattere una guerra pacifica per le nostre radici, la nostra indole, quello che siamo”.

Se la volata fosse una canzone?

“Highway to Hell, è un casino”.

Se la salita fosse una canzone?

“Stairway to Heaven”.

Che rapporto hai con la tua terra?

“Sono nata in Brianza, una terra che ami o odi, come accade spesso con le proprie radici. Di lei mi piace la sua terra rossa e dura, difficile da lavorare, proprio come il carattere dei suoi abitanti. Mi piace questo suo senso di resistenza: ogni volta mi dico che alla fine non si deve lasciar perdere nulla, altrimenti si rischia di perdere anche se stessi. Durante l’adolescenza volevo scappare, ma in realtà amo la mia terra anche se mi piace viaggiare: lascio un pezzo di cuore ovunque, soprattutto quando vado a vedere il ciclismo. Penso che questo sport abbia un rapporto stretto con il territorio che attraversa, ecco perché quando ti innamori di una corsa è inevitabile innamorarsi anche del territorio”.

Nel viaggio è forse racchiusa l’essenza dello spirito beat, quello che più ti si addice.

“Sono 5 anni che il blog esiste, ma quest’anno ho fatto veramente delle cose che non mi aspettavo, come andare in Spagna. Mi piace viaggiare un po’ come faceva Jack Kerouac, non avere sempre tutto programmato e cavarmela anche da sola. Diciamo che questo quinto anno del blog è stato una prova anche per me, ed è stato figo”.

Ci tenevo a ringraziare personalmente Miriam per questa intervista improvvisata. E’ anche grazie a lei se ho trovato il coraggio per iniziare a scrivere di ciclismo e credere nei sogni, ecco perché penso che questa “chiacchierata” rappresenti la chiusura di un cerchio da cui ripartire.
Un po’ come quando riprendi il gruppo e, senza rifiatare, rilanci l’azione alzandoti sui pedali.

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