Esclusiva SN, Filippo Pozzato: “Non è detto che la prossima stagione sia l’ultima. Ignazio Moser? Sta dando il meglio di sé”

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Filippo Pozzato
Filippo Pozzato non ha bisogno di presentazioni: un curriculum tra i più longevi del ciclismo contemporaneo, con una esperienza nel professionismo partita nel 2000 con la Mapei ed un legame speciale con le Classiche come l’amata Milano Sanremo, da lui vinta nel 2006. Vincitore anche del Laigueglia per due anni consecutivi (2003 e 2004), maglia tricolore nel 2009, varie partecipazioni con la Nazionale e due tappe conquistate nel Tour de France del 2004 e del 2007: il veneto che veste attualmente la maglia della Wilier Triestina – Selle Italia si distingue tra i suoi colleghi per l’affetto del pubblico e dei fan che va oltre i risultati sportivi, grazie al suo carattere esuberante e spigliato che rende Filippo Pozzato un unicum rispetto a molti suoi colleghi corridori (ed una manna dal cielo per i media).
A 36 anni compiuti si prepara per una nuova stagione: gli abbiamo chiesto se sarà l’ultima come corridore ma anche il suo punto di vista sull’attuale stato di salute del ciclismo italiano ed altri argomenti, tra cui un commento sull’esperienza dell’amico Ignazio Moser al GF Vip. Ecco cosa ci ha risposto.

La stagione 2017 si è fermata prima del tempo per via di una infezione da puntura da insetto che hai contratto al Tour du Limousin. Ti sei ristabilito completamente in vista del 2018?

Si ora sto bene e dai valori fisici sembra tutto tornato alla normalità. E’ stato un peccato vedere il finale di stagione condizionato da questo problema e l’impossibilità di essere competitivo in gare adatte alle mie caratteristiche. Era però ancora più importante non avere un peggioramento fisico una volta compreso il problema e intelligentemente con la squadra, abbiamo deciso di pensare a curarci per evitare complicazioni anche in chiave 2018.

La prossima stagione sarà per te l’ultima chiamata per le Classiche a te care: qual è l’obiettivo minimo a cui punti, a parte presentarti al massimo della condizione?

Ultima chiamata…so di aver detto in più occasioni che la prossima potrebbe essere la mia ultima stagione ciclistica, ma nulla è stato ancora deciso. E’ una questione di motivazioni. Se continueranno ad esserci, dato che fisicamente mi sento ancora molto bene, potrei anche pensare a continuare. Comunque riguardo alle classiche, senz’altro l’obiettivo è arrivarci al massimo della condizione e con un ottimo percorso di avvicinamento.Gli obiettivi sono quelli di essere protagonista, arrivare nel finale con chance per giocarsi la vittoria e poi provarci.

Nel ciclismo contemporaneo conta molto la programmazione a scapito dell’istinto, la tecnologia, i misuratori di potenza e i watt sull’intraprendenza del singolo corridore. Un anno fa Taylor Phinney aveva dichiarato di non riconoscersi in questo tipo di ciclismo: qual è il tuo punto di vista?

Tutta la tecnologia applicata al nostro sport è senz’altro servita ad elevare il ciclismo e renderlo più professionale. Ovviamente in un contesto del genere, il rischio di finire dentro a vortici di estremizzazione è palese e presente. Il ciclista e anche la sua squadra devono saper bene dosare tecnologia ed istinto. Riguardo a me, utilizzo il misuratore di potenza in allenamento ma preferisco seguire le sensazioni in gara.

Nel 2013 hai dichiarato di essere fiducioso sullo stato del ciclismo italiano, che poteva “regalare agli sportivi qualcosa di bello” citando i casi di Nibali, Moreno Moser, Elia Viviani, Enrico Battaglin, Stefano Agostini e Diego Ulissi. Oggi il movimento nazionale è di nuovo sotto i riflettori grazie ai successi del capitano della Bahrain, Trentin e Moscon, senza dimenticare il finale di stagione stratosferico per il tuo compagno di squadra Jakub Mareczko. Alla luce di questo momento positivo come vedi il futuro del ciclismo italiano?

Bisogna partire dal presupposto che il ciclismo è sempre più uno sport globale e come tale arrivano da ogni dove corridori competitivi ed in grado di vincere le grandi corse. Quando sono diventato professionista eravamo ancora 3 – 4 nazioni a spartirci le grandi vittorie, oggi sono molte di più e tante nuove sono all’orizzonte. Riguardo al nostro movimento, lo reputo in buona salute. Abbiamo alcuni atleti all’apice della carriera come Nibali, Viviani lo stesso Trentin, altri che stanno arrivando come Moscon, Bettiol e Marezcko e poi una nidiata di giovani di grande valore come Ganna, Albanese o lo junior Gazzoli.

Il 2018 sarà verosimilmente il tuo ultimo anno da professionista, quindi inevitabilmente quando si arriva ad un traguardo del genere si fanno i bilanci di una carriera. Se potessi ritornare indietro e riviverla, ci sono degli errori che non commetteresti?

Considera quello che ho scritto sopra rispetto al mio ultimo anno da professionista, mentre un bilancio della mia carriera lo farò il giorno che decido di smettere. Penso e anzi sono convinto che abbia ancora qualcosa da dire in questo sport. Mentre se potessi tornare indietro si forse ci sono un paio di rimpianti come il Mondiale di Geelong in Australia. Ma sono comunque fiero di cosa ho fatto e che atleta sono oggi.

Hai dichiarato che la presenza di Tom Boonen in squadra è stato l’impedimento per vincere “la Parigi Roubaix, il Giro delle Fiandre e un’altra Sanremo”. Il tuo ex compagno di team ha ammesso, in occasione del suo ritiro, di non essere comunque stufo di andare in bici e lo stile di vita da ciclista professionista tra viaggi, compagnie degli altri corridori ed hotel gli mancherà . Ti ritrovi in queste parole?

Ma con Tom io sono stato un paio d’anni in squadra insieme e comunque ho portato a casa una Sanremo con entrambi al via. Senz’altro posso dire che è stato un grande avversario sulle pietre del Nord e si in questa veste diciamo che un Fiandre e una Roubaix me li ha “rubati” anche se sinceramente li ha conquistati con merito. Sullo stile di vita da ciclista a me è quasi sempre piaciuta. Il ciclismo mi ha portato a conoscere il mondo e a vedere e capire tante cose e realtà spesso a noi distanti. Al netto degli impegni come ciclista, sono comunque una persona che viaggia molto e quindi immagino che non mi mancherà tanto quel “tran-tran”, in quanto lo rivivrò in maniera similare seppur in altre vesti.

Come vedi il tuo futuro dopo le corse? La prossima stagione ricoprirai un doppio ruolo, sia da corridore che manageriale: ti stai preparando per un ruolo tecnico o dirigenziale a tempo pieno?

In più di un’occasione ho espresso il desiderio di voler un giorno creare e poi gestire una squadra professionistica che possa col tempo crescere e incarnare lo spirito e la forza del Team Mapei che anche a distanza di quindici anni è ancora oggi per me la più forte squadra che ci sia mai stata. E’ comunque un obiettivo molto ambizioso ma che coltivo e spero un giorno di far diventare realtà.

Capitolo Ignazio Moser, che tu conosci bene essendo suo amico: al di là del gossip (materia non di nostra competenza) non pensi stia finendo tritato in un meccanismo, congeniato dagli autori del GF Vip, più grande di lui? Tra l’altro il padre Francesco e lo zio hanno preso le distanze dal suo comportamento, rivelando che Ignazio non era un granché come corridore: tu da amico sei d’accordo? Non pensi che questa visibilità mediatica possa essere alla fine un boomerang in negativo per il movimento del ciclismo?

Io penso che questa esperienza serva prima di tutto ad Ignazio per conoscersi a fondo e capire quale possa essere il suo futuro. Conoscendolo bene, è un ragazzo eccezionale come ce ne sono pochi e non penso sia finito dentro a un meccanismo creato da qualcuno. Anzi penso sia venuta fuori la parte sincera e sentimentale che ha. Non penso infine possa essere un boomerang contro il mondo del ciclismo. In programmi del genere ci sono stati negli anni scorsi anche ex-sportivi di altre discipline. Anzi lo vedo come una spinta per le persone ad avvicinarsi a noi ciclisti e soprattutto a far decadere lo stereotipo del ciclista che sa solo andare in bicicletta ma che è zero personaggio mediatico.

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