Esclusiva SN, Andrea Tiberi: “Lo sport mi ha salvato, ora chiudo un cerchio e mi prendo la rivincita”

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Andrea Tiberi
Andrea Tiberi
rende tridimensionale un concetto che sarà pure abusato e a volte un po’ retorico, ma che nel caso del biker originario di Oulx, nell’Alta Val Susa, assume un aspetto esemplare e per niente banale: lo sport ha una valenza che va al di là della cura del proprio corpo, ma è che qualcosa che riesce a spostare in là i tuoi obiettivi, a fortificare la tua mente, a tenerti al di sopra della mera linea di sopravvivenza. In sostanza, ti fa vivere meglio.
Classe 1985, Andrea Tiberi detto Irontibi è uno dei nostri migliori alfieri della mountain bike, mezzo su cui è salito per la prima a volta a 11 anni per poi non scendere più, diventando nel 2004 pro a tutti gli effetti e regalando grandi prestazioni nell’XC (Cross Country), disciplina in cui si laurea campione italiano Under 23 nel 2004 e 2007 ed Elite nel 2015, classificandosi poi sedicesimo a livello mondiale. Istruttore nazionale Mtb dal 2006, vanta la partecipazione a decine di edizioni di competizioni internazionali come i Campionati Europei, i Mondiali nonchè alla Coppa del Mondo di Cross Country, oltre ad aver vestito la maglia azzurra della Nazionale Italiana in palcoscenici come le Olimpiadi.
Proprio a ridosso dell’ultima edizione di Rio, nel 2016, Andrea Tiberi subisce una diagnosi che poteva comprometterne la carriera: gli venne diagnosticato infatti un tumore maligno alla tiroide, che lo prova ma non gli impedisce di presentarsi, sette mesi dopo l’intervento chirurgico per l’asportazione del male, ai cancelletti di partenza della prova olimpica di Cross Country in cui si classificherà al traguardo diciannovesimo.
Oggi Irontibi, già consigliere federale FCI dal 2013 al 2016, si è lasciato alle spalle quella brutta storia che lo debilitò nel fisico ma non nello spirito. Può suonare anche questo concetto come retorico, ma basta parlare con lui per capire come Andrea Tiberi sia saldo nella sue intenzioni: i prossimi anni saranno di ricostruzione, perché ci sono ancora degli obiettivi importanti alla sua portata da raggiungere. Ecco cosa ci ha raccontato in vista della prossima stagione, ormai alle porte.

Hai dato idealmente un titolo alla prossima stagione, ”Close the circle”: ci puoi spiegare cosa intendi per chiudere il cerchio?

Tutto ha a che fare con la vicenda del mio problema di salute di due anni fa: nel 2015 ero arrivato all’apice della mia carriera, ero al punto più alto, poi quello che c’è stato ha interrotto questa mia ascesa, mi ha ributtato indietro di qualche stagione. Nell’immediato, il post-operazione aveva come obiettivo il rientro in carreggiata al più presto per riguadagnare la convocazione olimpica; ottenuto ciò, l’obiettivo è adesso quello di tornare al livello che ho lasciato due anni fa. “Chiudere il cerchio” consiste in questo. E’ una sfida molto personale, perché voglio che il male che ho avuto, alla fine, non mi abbia in realtà portato via niente.

Dopo tre anni con FRM Factory Team ti sei trasferito alla NOB Selle Italia per cercare nuovi stimoli in vista di traguardi ambiziosi. Qual è il tuo bilancio dopo questa prima stagione in questo nuovo progetto?

E’ stato un anno un po’ particolare perché veniva dopo un anno incredibilmente denso di fatiche fisiche e mentali, non solo per i motivi sportivi. Quindi non è stato facile ritrovare subito il giusto equilibrio, si è trattato di una sorta di anno di “riassestamento” e le buone sensazioni sono tornate solo in estate. Nonostante ciò, a volte per problemi tecnici, altre per mie mancanze, non sono riuscito a finalizzare in risultati di spicco. Da una parte valuto il fatto di aver ritrovato delle buone sensazioni come buon auspicio per il futuro, per poter tornare ad ottimi livelli, dall’altra non posso sorvolare sul fatto di non aver centrato dei risultati pieni, quindi dovrò lavorare per essere più concreto la prossima stagione.

Andrea Tiberi

Quali sono gli obiettivi per i prossimi tre anni, da te definiti gli ultimi della tua carriera, in vista del traguardo (che ti auguriamo di raggiungere) di Tokyo 2020?

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Beh, il primo è quello di cui abbiamo parlato prima, mentre il resto sarà la diretta conseguenza, nel senso che se tornerò ai miei migliori livelli potrò anche pensare di conquistare un’altra partecipazione olimpica. Diciamo che uno degli obiettivi che mi piacerebbe centrare sarebbe quello di vestire ancora la maglia tricolore. Anche quello avrebbe molto a che fare col “chiudere il cerchio”di cui abbiamo parlato prima, perché quando il cerchio si è aperto ero il Campione Italiano.

Hai corso la kilometro verticale di Fully, chiusura del circuito mondiale. Dopo il tuo buon undicesimo posto vorresti rimetterti alla prova per migliorare ulteriormente questo risultato?

Correrò sicuramente qualche altro kilometro verticale, compreso quello di Fully, ma non tanto per il risultato che posso raggiungere in termine assoluto e fine a se stesso, quanto più che altro come sfide personali e come “contaminazioni” alla mia sostanza atletica. Credo moltissimo nelle contaminazioni come forma di crescita: per l’Epifania tornerò a mettere il pettorale in una gara di un altro sport ancora, sarà divertente e stimolante in questa fase di preparazione invernale.

Lo sport non deve diventare una restrizione mentale: quando rinunci a fare qualcosa (entro certi limiti ovviamente) perché pensi ti faccia male, ti sei già fatto del male

Hai un approccio scientifico e metodico nella preparazione e nell’allenamento eppure hai dichiarato di non voler vivere in funzione della bici, pur prendendo seriamente la mountain bike. Come riesci a coniugare questi due aspetti all’apparenza antitetici? Che lavoro bisognerebbe fare su sé stessi per raggiungere questo equilibrio e non far diventare questo sport – qualsiasi sport – una forma di costrizione?

Bisogna partire dal presupposto che il nostro modo di vivere è l’elemento centrale della nostra esistenza, e se vivessimo in funzione di una singola attività, di un lavoro o di una singola passione (che in questo caso si trasforma in ossessione), oltre ad essere degli egoisti, la staremmo sprecando. Ma non solo, sarebbe anche controproducente vivere al 100% per il mio sport/lavoro, perché alla fine il miglior te stesso lo tiri fuori quando sei in una buona condizione fisica ma soprattutto mentale. E per “star bene” a livello mentale bisogna godersi la vita, ognuno nelle sue piccole o grandi cose che lo fanno stare meglio. E non sto banalmente parlando di “abusi alimentari” piuttosto che “uscire la sera quando sei giovane e in stagione di gare”… Parlo del fatto che lo sport non deve diventare per noi una restrizione mentale: quando rinunci a fare qualcosa (entro certi limiti ovviamente) perché pensi ti faccia male, ti sei già fatto del male. L’equilibrio è fondamentale per poter arrivare ad alto livello: conosco un sacco di “convinti” di medio livello ma quasi nessuno tra i campioni veri…

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Se sei un campione l’ambizione ce l’hai innata, nessuno te la deve insegnare; al contrario se non impari a stare al mondo (sportivo e non) anche se hai un talento enorme potresti avere una carriera molto breve

Hai dichiarato di voler fare da coach ai più giovani. Secondo te per un ragazzo che vorrebbe iniziare a muovere le prime pedalate nel mondo della mountain bike quale aspetto dovrebbe contare di più , l’ambizione o il rispetto della disciplina?

Il rispetto della disciplina, senza dubbio. Perché se sei un campione l’ambizione ce l’hai innata, nessuno te la deve insegnare; al contrario se non impari a stare al mondo (sportivo e non) anche se hai un talento enorme potresti avere una carriera molto breve….

Quanto può essere importante nella mountain bike il fatto di specializzarsi in una disciplina (come hai fatto tu, dopo una serie di tentativi, nel cross country), rispetto al ciclismo su strada dove in genere è preferibile essere versatili in altre discipline (come la pista)?

In realtà, salvo qualche rara eccezione, in qualsiasi disciplina per arrivare a un livello altissimo bisogna specializzarsi il più possibile, ma specializzarsi non vuol dire poi non cimentarsi in discipline o sport affini per “completarsi” atleticamente e tecnicamente.
In questo momento il cross country è lontano più che mai da tutte le altre discipline della mtb, e quindi è fondamentale specializzarsi su di esso se si vuole tirare fuori il meglio di sé.

Ami molto la montagna e come molti altri tuoi colleghi pratichi lo scialpinismo, che un alfiere di questo sport come Damiano Lenzi considera una disciplina con molti punti di contatto con la mountain bike, sia dal punto di vista fisico che quello mentale. La tua è solo una passione e un modo per integrare la preparazione per la nuova stagione o potrebbe diventare una attività a tempo pieno in futuro?

E il “Lence” pedala anche molto forte! In questo momento è solo una grande passione, legata a sua volta alla passione più grande che nutro per la montagna ed certamente anche un grandissimo allenamento in preparazione invernale. In futuro di sicuro non diventerà attività a tempo pieno perché una volta chiuso con la bici lo sport diventerà per me solo divertimento, e in quest’ottica di sicuro mi cimenterò in qualche gara: in particolare, prima o poi, mi piacerebbe partecipare ad un “Mezzalama” [il Trofeo Mezzalama o Maratona Bianca è una competizione scialpinistica, di livello internazionale, che si disputa sul Monte Rosa con attrezzature classiche, Ndr].

A proposito di montagna, di alpinismo e affini, mi ha colpito una frase di Simone Moro che una volta ha affermato “Rinunciare non significa arrendersi ma essere umani anche quando si tenta qualcosa di disumano”. Ti è capitato di pensare a questa eventualità, tornando alla mountain bike, dopo la diagnosi infausta dell’anno scorso? Ad abbandonare, anche se a tempo determinato, lo sport e ogni proposito di carriera? Come si riesce a rimanere saldi come lo sei stato tu in quei momenti?

In quel momento lo sport è stato la mia salvezza. Avere un obiettivo ben fisso in mente ha fatto sì che non perdessi mai la testa ma tenessi alta la tensione in funzione di tornare nella mischia il più in fretta possibile, quindi alla fine ho metabolizzato paure e brutti momenti un po’ alla volta, diluiti in quei mesi di rincorsa al mio ritorno. Giustamente Simone Moro parla di rinunce riferendosi al fatto che a volte in montagna saper rinunciare è la più grande vittoria, ma nel mio caso era un po’ diverso: non ho mai pensato a rinunciare perché ho il brutto vizio di prendere tutto come una sfida. E contro quella brutta vicenda voglio vincere io, chiudendo il cerchio.

Se volete conoscere meglio Andrea Tiberi, continuare questa conversazione o per seguirlo semplicemente nel suo mondo da biker potete trovarlo sui social: Andrea Tiberi su Facebook e @irontibi su Instagram.

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