Doping nel ciclismo giovanile: la responsabilità degli atleti e la scarsa cultura della legalità sportiva

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui


Il mondo del ciclismo si sta arrovellando dietro al caso Froome, dibattendo se debba essere o meno sanzionato, sospeso, incriminato, se sia lecito o meno assumere quel microgrammo in più di salbutamolo, se sia concepibile che un ciclista professionista corra agli alti livelli con problemi di asma. E così via.
Nel frattempo, sotto la punta dell’iceberg del caso del corridore del Team Sky si muove un mondo sommerso di amatori e dilettanti, dove la mala pianta del doping mette le sue radici e trova un terreno fertile per far crescere i propri frutti avvelenati.

Il Team GFDD Altopack Packaging, con base a Lucca, sembrava una delle tante belle storie di provincia, di quel ciclismo di livello dilettantistico che con poca spesa puntava alla buona resa: la cultura del crowfunding, la collaborazione con una realtà World Tour come la Trek Segafredo, di cui la Altopack divenne team satellite e soprattutto la politica a favore dei giovani: ce n’era abbastanza per prendere questa squadra come esempio di best practice in un mondo, quello del ciclismo italiano di base, che naviga sempre a vista senza una visione di ampio respiro (anche perché i fondi sono scarsi).

Doping nel ciclismo giovanile: l’inchiesta che ha portato alla luce un sistema “con valenza criminale”

La filosofia della società è quella di puntare sui giovani. Abbiamo investito sui giovani per vedere se poi, alla lunga, paga. Una filosofia certamente più dispendiosa e meno redditizia, ma questa è la nostra linea“. Così si esprimeva ai microfoni di LuccaInDiretta Luca Franceschi, proprietario del Team. Ma i bei sogni muoiono all’alba, precisamente l’alba di oggi, quando sono stati disposti una serie di arresti per una di quelle storiacce di doping fortunatamente non più frequenti come un tempo, ma che quando avvengono fanno più rumore, soprattutto se parliamo di giovani coinvolti.
Sei agli arresti domiciliari, tra cui lo stesso Franceschi, il ds Elso Frediani, il preparatore atletico nonché ex ciclista Michele Viola, il farmacista Andrea Bianchi e persino due genitori dei ragazzi, più 17 indagati: questo il primo bilancio di una indagine scaturita dopo la morte del giovane corridore lituano figlio d’arte Linas Rumsas, morto improvvisamente a Luca a 21 anni lo scorso maggio e che correva per un team associato alla Altopack.

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Questo decesso ha fatto partire una indagine che ha fatto luce sulla zona d’ombra in cui si muoveva il team: gli inquirenti parlano di pratiche dopanti che di cui si avvaleva in maniera abituale la squadra, che forniva ai propri giovani le sostanze proibite che a loro volta assumevano. Franceschi, quello che puntava sui ragazzi “per vedere se alla lunga paga“, da quanto risulta dai risconti dell’indagine incoraggiava i giovani e giovanissimi corridori ad assumere il doping: li reclutava, li portava sulla cattiva strada spingendoli a prendere le sostanze proibite, a volte persino fornite da lui medesimo, come l’Epo in microdosi.
Ma non era l’unico a recitare la parte del Lucignolo della fiala dopante: in questa storia atroce troviamo anche il direttore sportivo che a quanto pare si era fatto una notevole cultura nel campo delle metodologie di somministrazione, garantendo ai ragazzini la consulenza medica e dispensando consigli, pare, per eludere i controlli in gara. Il farmacista Bianchi, poi, si occupava dei rifornimenti senza prescrizione medica come ormoni ed oppiacei che concorrevano a rendere più efficace l’Epo. E se non fosse abbastanza, in questa galleria di cattivi maestri non ci facciamo mancare neppure due genitori di un giovane ciclista che mettevano a disposizione la loro casa ai corridori che potevano iniettarsi in vena, intra moenia e al riparo dai controlli della FCI che avvengono nei ritiri, le sostanze proibite subito dopo le gare.

Qui non si parla soltanto di doping. Qui si parla di un’associazione a delinquere con valenza criminale dietro cui si celava un utilizzo di quantità inimmaginabili di sostanze dopanti, pericolose e potenzialmente letali. Qui c’è gente, ci sono genitori e allenatori che scherzano con la vita e la salute di ragazzi giovanissimi”. Non pesa le parole il procuratore della repubblica di Lucca Pietro Suchan, e dagli torto: se la vicenda fosse confermata in toto (anche se ci sono delle intercettazioni da far strabuzzare gli occhi per quanto sono lampanti) saremmo di fronte ad una catastrofe per il nostro ciclismo. Esagerato? Intanto, come se non bastasse l’abnormità dei crimini commessi e del coinvolgimento persino di genitori, gli inquirenti stanno sequestrando nelle case degli inquisiti e nei ritiri di tutto: fiale di Epo, siringhe, cateteri per endovena, antidolorifici che valgono come medicinali stupefacenti e psicotropi nelle tabelle delle sostanze vietate dalle agenzie antidoping. Roba che manco in un ospedale, come dicono gli inquirenti.

Tutte queste schifezze finivano in circolo di ragazzi giovanissimi, adolescenti tra i 19 e i 22 anni che si sono ritrovati vittime di adulti che non hanno avuto scrupoli nell’utilizzarli come cavie per renderli macchine perfette, corridori da WolrdTour pur di vincere la garetta provinciale e tenere a galla un team in un mondo dilettantistico, dove se non vinci e non trovi lo sponsor non sopravvivi entro il prossimo anno.
E se qualcuno di questi agnelli sacrificali si ribellava, finiva fuori squadra. Le intercettazioni ci schiaffano davanti una realtà meschina, di adulti che imponevano delle pressioni subdole sui ragazzi e davano le direttive su come assumere meglio il doping (“Se vuoi andare forte te lo dico, sennò fai come ti pare“, “Dovresti fare in vena qui sotto il braccio…“), e questa realtà è quella con cui il ciclismo deve fare i conti. Perché se da un parte qualche ragazzino provava a dire no, altri erano a quanto talmente usi a doparsi che erano diventati esperti nell’eludere i controlli e nel farla franca. Fa male vedere questa gioventù in processione nella casa trasformata in una clinica dell’illecito (da quanto si evince dai filmati e dalle evidenze delle immagini), uno dopo l’altro in maniera disciplinata a piegarsi, volontariamente o meno, ad una pratica che potrebbe rovinare loro sicuramente la carriera, forse la vita. E gli inquirenti parlano di un muro di omertà ed ostilità da parte degli indagati, idem compresi i giovani del team.

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La terra di nessuno dove può attecchire il doping

Il punto è proprio questo, la mancanza totale di una cultura della legalità sportiva. Ci sono ragazzini (storia vera) che corrono nelle categorie dilettantistiche ed affermano con candore di non escludere la possibilità di doparsi, purché seguiti da un professionista come un medico capace di intossicarli con sostanze vietate senza ammazzarli e senza cadere nelle maglie troppo larghe dei controlli. Certo, là fuori ci sono tanti ragazzi che invece corrono e sono pulitissimi, ma basta un solo caso Altopack, la squadra più ricca del panorama italiano non pro, e tutto si rimette in discussione.
Non si può sacrificare la propria vita e la propria dignità per vincere la gara della domenica: può sembrare moralista, ma questo concetto deve entrare in testa in primo luogo ai giovanissimi, più che agli adulti. Sono i primi che devono sapere i rischi, di ogni genere e grado, a cui vanno incontro, e sono loro, i ragazzini, che devono essere consapevoli che bisogna denunciare, non farla passare liscia a chi vuole distruggere dalle fondamenta la credibilità del ciclismo.
Le nuove generazioni hanno l’obbligo di ricostruire l’immagine di uno sport troppo spesso vituperato da pregiudizi che casi come questo rinfocolano, prima che si muovano le Federazioni, prima che i dirigenti collusi si levino di torno, prima che le squadre facciano veramente pulizia.

No, Froome non è il problema, almeno non solo lui. Non è il mondo del professionismo dove sono stati fatti dei passi enormi avanti nella lotta al doping. Nel ciclismo, come negli altri sport, possono esistere delle terre di nessuno, a livelli inferiori, in cui l’assunzione della sostanza vietata diventa prassi per la sopravvivenza di squadre guidate da dirigenti senza scrupoli. E quando si scopre che qualche giovane atleta viene a patti con questo sistema marcio, allora viene passato un limite che non andava superato.

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