Pantani, un campione assoluto che il ciclismo non ha saputo difendere

Pubblicato il autore: Marco Perrone Segui


Quel 14 febbraio di 14 anni fa Marco se ne andò per sempre e non lo fece con uno scatto dei suoi, con una di quelle accelerazioni che ci faceva sognare tutte le volte che la pendenza della strada si faceva importante. Ci lasciò in completa solitudine, in una triste camera d’albergo di Rimini dopo aver custodito tutti i suoi pensieri e il suo dolore sulle pareti del bagno della sua stanza. In quelle frasi, in quelle parole, in quei pensieri si sintetizzava la crisi personale di un uomo che da 4 anni e mezzo era sprofondato in un tunnel senza fine per gli episodi di Madonna di Campiglio. Il caso della sua estromissione per l’elevato tasso di ematocrito nel suo sangue nel Giro del 1999, fu il colpo di grazia per Marco, ragazzo determinato, umile ma soprattutto fragilissimo.

Negli anni precedenti Marco Pantani aveva già sofferto, soprattutto fisicamente per il ciclismo. L’incidente alla Milano-Torino del 1995 quando fu investito da un’auto e poi la caduta nel Giro del 1997 a causa del famoso gatto che attraversò la strada scatenando cadute in sequenza nella tappa di Cava de Tirreni. Cadute, dolore ma il Pirata era sempre riuscito a rialzarsi.

Proprio quell’anno, il 1997, rappresenta la sintesi perfetta del rapporto di Marco con il ciclismo: odio e amore, fortuna e fatalità. Arriva al Giro del 1997 con grandi aspettative e con l’obiettivo di vincerlo nonostante un’agguerritissima concorrenza vista la presenza di una batteria di avversari di grandissimo livello come Ivan Gotti, Pavel Tonkov, Sergej Gonchar, Wladimir Belli e Beppe Guerini. Marco avrebbe voluto misurarsi con tutti questi big in quel Giro ma nella discesa del valico di Chiunzi si trovò nel posto sbagliato e al momento sbagliato. La caduta, l’arrivo al traguardo scortato dai compagni, la consapevolezza di dover lasciare il Giro e di dover rimandare i sogni in rosa. Il Pirata diede appuntamento al Tour e lì non tradì le attese mostrando un saggio delle sue qualità in più occasioni nonostante qualche passaggio a vuoto. Di quel Tour mi piace ricordare, paradossalmente, una tappa, quella del 20 luglio 1997 con arrivo a Courchevel, la peggior frazione di Pantani in quella Grande Boucle. Il Pirata è reduce dalla vittoria favolosa all’Alpe d’Huez nel giorno precedente ma pare non aver recuperato pienamente complice anche un accenno di tracheite. Le grosse avvisaglie di una giornata storta arrivano sul Col de la Madeleine dove il romagnolo non tiene il ritmo di uno scatenato Richard Virenque. Con il francese c’è la maglia gialla Jan Ullrich che controlla la corsa e lascia la vittoria all’uomo del team Festina sul traguardo di Courchevel. Pantani riesce a limitare i danni e recupera qualche secondo sui fuggitivi nell’ascesa finale ma accusa un ritardo di oltre 3 minuti. Concluderà il Tour sul gradino più basso del podio così come aveva fatto nel 1994.

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Sulle sue imprese del 1998 sono stati gettati fiumi d’inchiostro, un’annata da 10 in pagella tutta da gustare ancora oggi, per fortuna, grazie ai tantissimi contributi video presenti su tantissimi siti web. Il 1999 è l’anno della svolta in negativo: prima l’apoteosi con le 4 vittorie nelle tappe di montagna del Giro poi la discesa negli inferi nella mattina del 5 giugno quando la Coulthard, la macchinetta con lo stesso nome di un pilota di F1 dell’epoca, fermò per sempre il trionfo del Pirata segnalando un valore di ematocrito nel sangue del ciclista romagnolo troppo alto. Fine della corsa per lui. Fu un anno infernale per il Pirata che non accettò mai quel verdetto sentendosi tradito e abbandonato dal sistema.
Marco provò ancora una volta a ripartire ma questa volta fu difficile, quasi impossibile. Gli anni che avanzano, avversari più forti (grazie soprattutto al ricorso alle sostanze dopanti) e una fragilità enorme del Pirata furono fattori che condizionarono il ritorno in bici di Marco che riuscì comunque a lasciare il segno alla sua maniera nel Tour del 2000 quando la sua Mercatone Uno decise di presentarsi alla Grande Boucle con una divisa quasi completamente rosa.

In quell’edizione del Tour, la seconda delle 7 vinte “con l’inganno” da Lance Armstrong, l’Elefantino, questo il soprattutto che gli affibbiò proprio l’americano, si impose in ben due tappe per poi abbandonare la corsa per grossi problemi di dissenteria. Il primo successo arrivò sul Mont Ventoux, una delle ascese più particolari del mondo del ciclismo, conosciuta per tantissimi episodi tra i quali quello della morte dell’inglese Tom Simpson che collassò lungo le rampe della montagna della Provenza. Nella tappa con arrivo al Mont Ventoux, Pantani prima si staccò dal gruppetto dei migliori, poi riuscì a rientrare e ad attaccare salutando la compagnia. Solo il texano in giallo riuscì a riprenderlo concedendogli poi la vittoria di tappa. Tre giorni dopo, al culmine di continue polemiche a mezzo stampa tra lui e l’americano, Pantani decise che era giunto il momento di dare una lezione alla maglia gialla. Fu il suo ultimo successo in carriera, una vittoria delle sue, in fuga solitaria, scattando sull’ultima salita di giornata, quella che portava a Courchevel. Anche quel giorno Armstrong fu costretto ad abbassare il capo e ad andare del suo passo. L’andatura di Marco era troppo veloce anche per lui.

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Nei tre anni successivi Pantani continuò a gareggiare ma niente fu più come prima. La depressione e un assurdo processo per frode sportiva da cui ne uscì con l’assoluzione fecero sprofondare il Pirata nell’anonimato con la sola eccezione del Giro del 2003 in cui riuscì a ottenere qualche buon piazzamento di tappa e la 14esima posizione finale nella classifica generale di una corsa rosa dominata quell’anno da Gilberto Simoni.

Il resto della storia, purtroppo, lo conosciamo bene. L’annuncio della sua morte, il dolore e la disperazione dei genitori e i tanti interrogativi ancora irrisolti non solo sulle circostanze della sua morte ma anche sui fatti di Madonna di Campiglio, il giorno in cui Marco iniziò lentamente a eclissarsi.

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