Riccardo Riccò: “Con il doping mi sentivo invincibile. In realtà era solo un continuo giocare a guardie e ladri”

Pubblicato il autore: Giuseppe Biscotti Segui

ADELAIDE, AUSTRALIA - JANUARY 20: Peter Sagan of Slovakia and Bora-Hansgrohe competes up Willunga Hill during stage five of the 2018 Tour Down Under on January 20, 2018 in Adelaide, Australia. (Photo by Daniel Kalisz/Getty Images)Solo con il doping non si vince, senza doping non si vince. È la regola aurea del gruppo che Riccardo Riccò cita nel suo libro Cuore di Cobra, confessioni di un ciclista pericoloso. L’ex ciclista, squalificato per 12 anni per uso di sostanze dopanti, ha ribadito il suo pensiero in una recente intervista radiofonica. Intervenuto nella trasmissione Storiacce in onda su Radio 24Riccò dichiara che è praticamente impossibile vincere una grande corsa a tappe o una classica senza doparsi, al massimo si può arrivare primi in una gara di secondo livello. Tutto ruota attorno al business e alla visibilità. Se non hai talento, il doping ti serve anche semplicemente per rimanere a ruota. Passano gli anni, cambiano le sostanze in uso, ma il vincitore del Giro d’Italia o del Tour de France non sarà mai pulito. Il Cobra ora ha cambiato vita, ha aperto una gelateria a Tenerife. Ha deciso di allontanarsi dal mondo del ciclismo, ma il suo legame con le due ruote rimane ancora molto forte, tanto da non escludere un ritorno alle corse quando sarà terminata la squalifica nel 2024.

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Riccardo Riccò ha voluto contribuire con la sua testimonianza all’inchiesta di Raffaella Calandra sul fenomeno del doping sempre più dilagante anche nei ciclo-amatori. Da un breve estratto della sua intervista si ascolta: “Ho iniziato a doparmi a 19 anni, appena entrato nel mondo dei dilettanti. Ho capito che era impossibile competere senza l’aiuto delle sostanze, vedevo arrivare davanti a me corridori che qualche mese prima mi erano dietro di un quarto d’ora. Bisognava adeguarsi al sistema, le squadre ne erano consapevoli, anzi organizzavano i programmi per dopare i corridori. Il doping era come la droga, -prosegue Riccardo Riccò– facilissimo da procurare. Fino agli anni 90 non c’erano controlli e i corridori si prendevano pure il veleno, dopo i medici trovavano sostanze sempre nuove e ci assicuravano che non saremmo stati scoperti. Mi sentivo invincibileinvulnerabile, un highlander. In realtà era tutto una grande menzogna, solo un giocare quotidianamente a guardie e ladri con la paura di essere scoperti. Alcuni l’hanno fatto franca, altri come me no”

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