ESCLUSIVA SN – Alex Baldaccini:”Stile di vita e libertà, ho raggiunto la vetta inseguendo la maglia azzurra”

Pubblicato il autore: Andrea Biagini Segui
alex baldaccini

Credit: Michelangelo Oprandi

Se la vita fosse una strada probabilmente sarebbe in salita, dissestata e contorta, di quelle che per scalarle devi stringere i denti e cercare energie da ogni parte del corpo. Questa per molti è ovviamente solo una metafora, ma per alcuni non si discosta poi tanto dalla realtà: prendete Alex Baldaccini per esempio, bergamasco classe ’88 che nel 2017 ha conquistato la Coppa del Mondo di corsa in montagna, mountain running per dirla all’anglosassone, coronando così il grande sogno. Nonostante però abbia raggiunto la cima, là dove l’azzurro del cielo si confonde con quello della casacca della Nazionale – “la motivazione  che mi ha spinto a non mollare mai per continuare a vestirla” – Alex si conferma campione anche nei modi, concedendosi con grande disponibilità per questa intervista nata e cresciuta tra il pomeriggio e la sera di sabato. Dai primi passi sulla strada al trionfo in Coppa del Mondo, frutto della perseveranza mostrata anche nei periodi più intensi tra lavoro e studio, i temi trattati sono stati tanti ma soprattutto di insegnamento, perché la sua carriera dimostra più che mai come nella corsa nulla sia regalato. Soprattutto quando la strada sale.

Hai iniziato con la corsa su pista e su strada per poi dedicarti, ancora giovanissimo, soprattutto alla corsa in montagna ma anche al cross country e al trail: da dove nasce questa tua passione per l’offroad?

“Ho iniziato da ragazzino per gioco, sotto la spinta di mio papà che da sempre è anche il mio allenatore. All’inizio ho provato un po’ tutte le discipline come è giusto che fosse ma poi, vuoi per la zona in cui vivo o vuoi per la mia passione per la montagna, mi sono specializzato nel mountain running senza comunque disdegnare le altre, visto che in inverno pratico tutt’ora corsa campestre e su strada, funzionali alla corsa in montagna perché ti permettono di mettere ritmi elevati nella gambe che poi in estate vanno solamente trasformati per la salita”.

Quando hai capito che la strada scelta era quella giusta?

“E’ successo forse al primo anno della categoria Juniores, quando partecipai ai campionati italiani di corsa in montagna e, arrivando a ridosso dei primi, i tecnici azzurri decisero di premiarmi portandomi ad un raduno di allenamento con la squadra della Nazionale, nonostante non mi fossi qualificato. Vivere quell’ambiente mi fece capire che era arrivato il momento di iniziare ad allenarsi seriamente, così da poter tornare lì vestendo la maglia azzurra e diventando parte del gruppo. Penso che indossare quella divisa sia il sogno di qualsiasi atleta, è difficile anche trovare le parole per descrivere le emozioni che si provano. Quel raduno arrivato un po’ per caso mi fece capire che dovevo impegnarmi perché ne valeva la pena, forse mi avrebbe fatto fare tanti sacrifici ma alla fine mi avrebbe ripagato con tante emozioni, avventure e amicizie. La massima aspirazione sarebbe vestire la maglia azzurra alle Olimpiadi, ma purtroppo lì al momento non esiste una disciplina offroad per la corsa, come lo è la mountain bike per il ciclismo: perché mai non introdurre il mountain running?”


«Se la corsa è uno stile di vita, la montagna è libertà»


Nel tuo blog hai spesso detto che, crescendo, molti tuoi coetanei hanno via via abbandonato la corsa. Tu invece nonostante il lavoro prima e gli studi poi (nel 2013 ha ottenuto il diploma in massofisioterapia, per poi laurearsi in Fisioterapia tre anni dopo) non hai mai mollato, anzi: qual è stata la motivazione che ti ha spinto a “resistere”?

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“Come ti dicevo, tutto ruotava intorno alla maglia azzurra. Al secondo anno da Juniores sono riuscito a vestirla due volte in occasione dei campionati europei e del mondo, e da lì mi sono sentito parte del gruppo. La maggior motivazione che avevo era quindi quella di continuare ad indossare quella maglia anche negli anni a venire, per questo ho lavorato duramente nonostante il passaggio di categoria, il lavoro e lo studio, con i risultati che faticavano ad arrivare. In fondo al mio cuore c’era però sempre quell’obiettivo, magari non così manifesto, che alla fine ha prevalso e mi ha permesso di tornare a vestire la divisa dell’Italia. Agli Europei del 2017, tra l’altro, sono stato il capitano della spedizione azzurra, vale a dire l’atleta con più presenze all’attivo in Nazionale: poter fare il battesimo alle matricole è stata una bella sensazione, anche perché mi ha ricordato quando dall’altra parte c’ero io. Negli ultimi anni sono successe talmente tante cose che non ho nemmeno avuto tempo di rendermene conto, io e i miei compagni ci sentiamo ancora dei giovincelli alle prime esperienze, mentre invece abbiamo vissuto tante avventure. Sono cose ti fanno riflettere”.

La corsa per te è…

…uno stile di vita. Non posso dirti che la corsa sia rilassante, perché la faccio da semiprofessionista e quindi a volte può anche essere uno stress aggiuntivo: è un po’ come avere due lavori, tutto ciò che faccio nell’arco della giornata ruota attorno agli allenamenti che devo o dovrò fare”.

La montagna per te è…

…libertà. Quando corri in montagna sei svincolato dal cronometro, poiché il passo è troppo influenzato dal terreno, dalle pendenze, dalle asperità. Questo ti permette di ascoltare le tue sensazioni, il respiro, i muscoli, cose che una pista di atletica non può offrirti e che invece aiutano a conoscere meglio il proprio corpo”.


«Bisogna sempre essere un passo avanti rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere»


Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto la corsa?

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“I sacrifici sono tanti, perché si è atleti 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. E’ chiaro che non sempre si ha voglia di allenarsi e faticare, capita di sentirsi stanchi o di non esserci con la testa, ma nonostante questo bisogna sempre essere un passo avanti rispetto agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Non penso ci sia qualcosa che la corsa mi abbia tolto anzi, penso sia molto di più quello che mi ha dato. Non saprei immaginare la mia vita senza la corsa, perché ogni mia scelta è stata sempre condizionata da lei. Anche in futuro non mi vedo lontano da questo ambiente, voglio rimanerci dentro e penso che alla fine così accadrà, perché stare in questo mondo mi dà soddisfazioni”.

Il primo centro in carriera ha tardato ad arrivare, ma alla fine ce l’hai fatta conquistando una vittoria di spicco nella prima prova tricolore, nel 2007: cosa hai pensato quando hai tagliato il traguardo davanti a tutti?

“Sono passati un po’ di anni, non mi ricordo più (ride, ndr)! Sinceramente, in quel momento non ho avuto molto tempo per pensare, avevo solo una gran paura che qualcuno rientrasse da dietro. Forse una delle prime cose a cui ho pensato dopo aver tagliato il traguardo è stata la maglia azzurra che avrei vestito ai campionati europei un mese dopo, visto che quella era la prova di selezione. Magari inizi a pensare di più mentre corri solamente dopo che hai vinto qualche gara, quando senti meno la pressione. Una volta imparato come si fa, tutto diventa più facile”.

Dopo la tanto attesa vittoria della Coppa del Mondo di mountain running l’anno passato, qual è il prossimo grande obiettivo che speri di raggiungere?

“Ho vestito tante volte la maglia azzurra, se non sbaglio 17. Ho vinto poi due medaglie individuali agli Europei, un argento e un bronzo, oltre che la Coppa del Mondo l’anno scorso. Quest’anno vorrei fare bene nelle campestri e in quelle gare che per motivi vari non sono mai riuscito a preparare come avrei voluto. Correrò la Cinque Mulini tra due settimane e vorrei far bene lì per poi arrivare in forma ai campionati italiani di corsa campestre a Gubbio, in programma l’11 marzo. Dopodiché inizieremo a concentrarci sulla corsa in montagna, con i campionati europei in Macedonia ed i campionati del mondo ad Andorra: vorrei essere di nuovo della partita in queste manifestazioni”.

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