Windsurf, Enrico Marotti in esclusiva a SN: “Con gli squali ho imparato a conviverci”

Pubblicato il autore: Damir Cesarec Segui

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Immaginate mare e vento dappertutto. E una tavola da surf, anzi, da windsurf. Un talento naturale per lo sport e una grande determinazione e perseveranza. Un carattere in apparenza schivo ma in realtà molto esuberante, tipico di un ragazzo di 26 anni. Una vita da globetrotter trascorsa tra il suo Quarnero e i mari di tutto il mondo. Una tappa dietro l’altra, un successo dietro l’altro, obiettivi centrati e altri che sfuggono tra le dita. La vita del windsurfer croato (ma di chiare origini italiane) Enrico Marotti sembrerebbe facile da raccontare, se solo fosse tutta qui. Se dietro il suo percorso non ci fossero le gioie, le delusioni, l’ansia e il timore di non farcela, le aspirazioni, i sogni di una vita.
L’abbiamo incontrato mentre si è concesso qualche momento di relax dopo una lunga e intensa stagione conclusasi a fine novembre in Nuova Caledonia per parlare di passato, presente e futuro, con all’orizzonte una stagione che potrebbe definitivamente consacrarlo nel gotha di questa meravigliosa disciplina.

Enrico, vediamo di tracciare un bilancio della stagione appena trascorsa. Un’annata che ti ha regalato molte soddisfazioni.
“La migliore della mia carriera. Ho chiuso la Coppa del Mondo al 17.esimo posto il che è un grande passo in avanti rispetto a quella precedente quando terminai 43.esimo. Ora però voglio compiere un ulteriore salto di qualità per cercare di avvicinarmi e, perché no, entrare nella Top 10”.

Quando inizierai la preparazione?
“Il 20 gennaio partirò alla volta delle Canarie che saranno la mia base fino agli inizi di aprile quando tornerò a casa per limare gli ultimi dettagli e farmi trovare pronto per la nuova stagione che scatterà il 5 maggio in Sud Corea”.

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Oltre a puntare alla Top 10, il principale obiettivo saranno sicuramente i Mondiali che si terranno in estate ad Århus in Danimarca.
“Chiaramente voglio disputare un bel Mondiale e giocarmela con i più forti, ma la priorità rimane comunque la Coppa del Mondo. La rassegna iridata non sempre rispecchia i reali valori in acqua perché si tratta di una gara singola dove anche surfer di seconda fascia possono centrare un exploit, a differenza della CdM dove solo i migliori rimangono ai vertici nell’arco dell’intera stagione”.

Cosa ti manca per raggiungere i migliori interpreti della disciplina?
“Sono tre gli elementi chiave all’interno di una regata: lo start, l’andatura e il giro di boa. Lo start è il mio punto di forza, mentre sugli altri due devo ancora lavorare. La virata è inoltre un momento molto delicato perché si viaggia ad altissime velocità fianco a fianco e basta un una piccola disattenzione per provocare un incidente, compromettendo così sia la tua prova che quella degli altri”.

E’ un po’ una lotteria quindi?
“Diciamo che ci vuole una bella dose di fortuna. Tecnicamente la tua virata può essere perfetta, ma se vieni centrato da qualcuno la tua gara è andata”.

Visto che il windsurf è uno sport olimpico hai già nel mirino i Giochi di Tokyo 2020?
“In realtà no. Il windsurf include più discipline di cui una sola è entrata nel programma olimpico, ovvero l’RS:X. Io invece pratico lo Slalom che al momento è ancora escluso, pertanto il mio sogno a cinque cerchi resterà tale”.

Uno riesce a tirare avanti con il windsurf?
“I primi dieci al mondo sì, mentre gli altri si devono arrangiare, o con il sostegno degli sponsor oppure facendo da tester per dei fornitori di tavole da surf. Poi ci sono atleti, anche di seconda fascia, che sono bravi a vendere la propria immagine”.

Cioè?
“Il nostro è uno sport altamente spettacolare per cui ci sono marchi di orologi, occhiali o di abbigliamento sportivo disposti a investire somme importanti anche su atleti che magari sono indietro in classifica”.

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Peraltro anche tu sei un tester.
Esatto. Ho da poco firmato un contratto di collaborazione con un’azienda australiana di tavole da windsurf. Il mio compito è quello di sviluppare l’equipaggiamento. Verifico elementi quali la tenuta sull’acqua, la manovrabilità, la capacità di virata, fornendo successivamente le mie indicazioni ai designer che in base a queste realizzano le tavole destinate poi sia agli atleti professionisti che al mercato di massa. E’ un lavoro che richiede molto tempo e attenzione ai dettagli, ma quando arrivano i feedback positivi da parte dei clienti è sempre molto gratificante”.

Tra un po’ partirai dunque per Tenerife, in passato però la preparazione la facevi alle Hawaii. Di certo non te la passi male…
“Diciamo che non mi posso lamentare 🙂 Mi ritengo una persona molto fortunata perché sono riuscito a trasformare la mia passione nel mio lavoro. Viaggiare per il mondo è un grande privilegio e lo apprezzo molto. Poi, sia chiaro, alle Hawaii o alle Canarie non vado certo in vacanza ma per allenarmi duramente. Nei mesi invernali è importante allenarsi al caldo e dove puoi sperimentare condizioni diverse, che poi sono quelle che si incontrano durante la stagione”.

Parlavi prima di collisioni in gara: ma il windsurf è uno sport pericoloso?
“Molto pericoloso. In particolare lo Slalom è un po’ la Formula 1 di questo sport perché si raggiungono velocità fino a 50 nodi e siamo tutti molto vicini. Gli infortuni sono purtroppo abbastanza frequenti, delle volte anche gravi. La scorsa stagione ad esempio un ragazzo si è procurato un profondo taglio al tendine d’Achille e ha perso moltissimo sangue, a un altro invece sono stati applicati 40 punti di sutura al gluteo… Gli infortuni comunque fanno parte del gioco e noi atleti lo mettiamo in conto”.

Tu non hai un allenatore vero e proprio ma sei seguito dal mental coach Petar Nikolić. Quant’è importante la sua figura?
“Direi fondamentale. Mi ha aiutato tantissimo nel corso della carriera insegnandomi ad avere un corretto approccio verso la competizione, gli allenamenti e gli avversari. Pero (Petar, ndr) è inoltre una grande professionista e sono sicuro che farà molta strada: tra qualche anno lo vedo nello staff di un grande campione. Ma fino ad allora me lo tengo stretto perché la mia scalata verso i vertici passa dai suoi insegnamenti”.

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Una domanda che ti avranno fatto un milione di volte: hai mai avuto un incontro ravvicinato con uno squalo?
“Eccome, capita molto spesso. Nell’ultima tappa in Nuova Caledonia ne avevo notato uno sotto la mia tavola ma era piccolino, avrà avuto al massimo due metri”.

Alla faccia del piccolino…
“Lì in realtà il problema maggiore erano i serpenti marini, molti dei quali velenosi. Ce n’erano una un sacco e averli costantemente vicini era un po’ inquietante. Alle Hawaii invece il discorso cambia. Quello è il regno di questi grandi predatori e ce ne sono veramente tantissimi, di tutte le specie e dimensioni. Col tempo però impari a conviverci: in fondo siamo noi che siamo ospiti nel loro habitat. Capita poi anche di urtare contro balene oppure branchi di mante. Un anno fa a Maui (Hawaii, ndr) ho centrato in pieno una tartaruga marina…

Povera bestia…
“Fortunatamente non ha riportato alcuna ferita. E’ solo rimasta un po’ stordita. A differenza della mia tavola che è andata in frantumi” 🙂

Ci sono delle norme di comportamento da seguire in caso di incontri ravvicinati con gli squali?
“Regole vere e proprie no, però ci sono dei piccoli accorgimenti che si possono adottare per ridurne il rischio. Gli squali sono estremamente ricettivi perciò è meglio evitare di mettersi il deodorante prima di scendere in acqua e soprattutto non urinare. L’urina la percepiscono a chilometri di distanza e alle Hawaii, per esempio, quello più vicino è a cento metri, quindi vedi te se ti conviene tenertela o meno 🙂 Noi windsurfer comunque non corriamo particolari rischi perché la maggior parte del tempo sfrecciamo sulle tavole, a differenza dei surfisti che quando sono in attesa delle onde possono venire facilmente scambiati per foche o tartarughe e lì rischiano veramente grosso”.

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