Carolina Morace a SN:”Possiamo tornare dal mondiale con molte stelle. In Italia servono manager competenti e la rimozione del tetto salariale”

Pubblicato il autore: Gabriele Ripandelli Segui

La nazionale femminile di calcio ha iniziato alla grande il cammino nei mondiali in Francia, come se i venti anni di astinenza dalla partecipazione alla massima competizione mondiale non fossero mai esistiti. Quando si parla delle calciatrici però c’è anche anche da riflettere su quello che accade durante l’anno, in Italia e in generale, e sulle differenze con i colleghi uomini. Carolina Morace, volto iconico dello sport italiano ed una delle giocatrici più forti di sempre, due volte vice campione d’Europa è la persona adatta per parlare di tutto ciò. Inoltre l’ultimo anno ha allenato il Milan e ora, in Francia, scrive come inviata per la Gazzetta dello Sport e commenta come telecronista di Sky Sport. Chi meglio della Morace può aiutarci ad avere una visione a 360 gradi sul movimento femminile italiano?

Giornalista: Due vittorie nelle prime due partite contro due squadre diverse che hanno mostrato caratteristiche differenti della nostra nazionale: la prima, in rimonta, ha messo in luce un’Italia che sa soffrire e lottare, la seconda ha evidenziato buoni meccanismi difensivi e capacità offensive. Quale è la vera forza di quest’Italia?
Morace: Innanzitutto è una squadra compatta e le ragazze si aiutano l’una con l’altra. Si vede che c’è una strategia di gioco, che ad esempio non ho visto nella prima partita da parte dell’Australia. Probabilmente erano superiori a noi a livello fisico, però poi in campo non hanno giocato a pallone. La superiorità con la Giamaica è stata chiara ed evidente. La stessa capacità di soffrire si è vista anche nella seconda partita, perché ho visto giocatrici, le attaccanti, perdere palla e rincorrerla al 95esimo dentro l’area di rigore nostra. Quindi la capacità di soffrire c’è sicuramente.

G: Guardando le altre squadre, quale ti ha sorpreso di più in positivo e quale in negativo? Fino a dove si può spingere l’Italia con i sogni?
M: La grande delusione, in questa prima parte, è l’Australia, anche se avevamo già detto che aveva cambiato allenatore da due mesi e che Milicic non aveva mai fatto nulla nel calcio femminile, non conosce le giocatrici e non conosce il livello. La sorpresa per me è stata la Norvegia, che ho visto giocare molto bene e mi chiedo dove sarebbe se le due sorelle Hegerberg (hanno deciso di non partecipare al mondiale per protestare contro lo differenza salariale con i colleghi uomini, ndr.) giocassero con la loro nazionale. A livello di gioco per me la partita più bella è stata FranciaNorvegia come intensità. Poi la Norvegia ha perso per un calcio di rigore molto molto generoso. Per quanto riguarda noi, partita dopo partita vediamo dove andiamo. Ora non so, non ho la palla di vetro.

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G: Molte giocatrici si sono distinte per doti personali, c’è qualcuna in particolare che può essere il volto di questa spedizione?
M: Secondo me bisogna vedere alla fine del Mondiale. Siamo partite senza stelle, ma possiamo tornare con delle stelle: è la dimensione di un mondiale o di un Europeo che può dirci se una giocatrice è una campionessa o una giocatrice normale. Bisogna aspettare la fine del Mondiale, anche se secondo me ci sono già diverse buone giocatrici: la prima partita Giuliani è stata strepitosa, ma anche Bonansea, Girelli e Sara Gama. È chiaro che chi segna ha più palcoscenico, ma secondo me è proprio la forza del gruppo il nostro punto forte.

G: Cosa manca al movimento italiano per raggiungere il top?
M: Bisogna togliere il tetto salariale e far venire le straniere più forti in Italia. Questo farà vedere un calcio ancora più bello di quello che abbiamo ora. La cosa fondamentale è che si allarghi il numero delle bambine che decidono di giocare a calcio.

G: Può essere la Juventus la forza trainante del movimento del calcio femminile, o la spinta deve arrivare da altri?
M: La Juventus sicuramente è una spinta trainante perché stanno lavorando bene, credono nel calcio femminile e lo stanno spingendo molto. È ovvio però che servono altre persone: manager intelligenti, preparati e competenti che, come fatto da Michele Uva, vedano nel calcio femminile  una risorsa e ne capiscano l’importanza.

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G: Quanto conta la ct all’interno del gruppo e quale è il suo apporto principale?
M: La ct è fondamentale perché organizza il gioco e tiene saldo gruppo. Il merito di Milena (Bartolini, ndr.) è l’averci portato fino a qua e aver creato un grande clima all’interno del gruppo che allena.

G: Cosa serve per  continuare ad avere al seguito tifosi e personaggi sportivi per il calcio femminile anche dopo la fine del Mondiale?
M: Deve esserci un progetto, non basta che ci sia stato il mondiale. Serve un progetto di crescita come c’è negli altri paesi. Vogliamo stare sui giornali? Creiamo gli eventi.

G: Tra tutte le giocatrici presenti al mondiale ce n’è qualcuna in cui ti rivedi in modo particolare?
M: No, ogni giocatrice fa storia a sé anche come caratteristiche. Io, come Patrizia Panico, avevamo caratteristiche diverse. Non vuol dire che eravamo peggio o meglio, ma semplicemente diverse.

G: Dopo l’esperienza da allenatrice, commentatrice per Sky e giornalista per la Gazzetta, ha già chiaro il suo futuro?
M: No, valuterò le offerte che mi vengono fatte. Sono sotto contratto con il Milan, vediamo cosa succederà.

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