Donne nella Formula 1: perché sono così rare? Le storie e i ritratti delle pilotesse

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui
Donne nella Formula 1

Donne nella Formula 1: Tatiana Calderon, test driver Sauber

Le donne nella Formula 1 non sono purtroppo una realtà consolidata, piuttosto sporadica: rispetto ad altri sport motoristici, il circus rimane una delle discipline più restie ad accogliere in pianta stabile delle pilotesse. In uno sport poi dove viene pesato, come in altri di alto livello, il peso dello sponsor le barriere all’entrata per le donne alla guida di una monoposto diventano più insormontabili. Eppure qualche piccolo passo è stato fatto: questo articolo non ha la pretesa di stilare una storiografia delle donne nella Formula 1 quanto di offrire alcuni ritratti di pilotesse, di ieri e di oggi. che possano raccontare la stato della partecipazione femminile attiva nelle corse della massima serie a ruote scoperte.

Donne nella Formula 1: le pioniere

Dal 1950 ad oggi il club delle donne nella Formula 1 che hanno partecipato alle gare del Mondiale conta solo cinque pilotesse. Tre le italiane: la napoletana Maria Teresa De Filippis (5 Gran Premi disputati con la Maserati e la Behra tra il 1958 e il 1959), la piemontese Maria Grazia Lella Lombardi (17 GP disputati con  la March, RAM e Williams dal 1974 al 1976) e la romana Giovanna Amati (3 GP nel 1992 a bordo della Brabham).
Le altre donne nella Formula 1 sono state l’inglese Divina Galica (3 GP disputati nella monoposto di Surtees ed Hesketh tra il 1976 e il 1978) e la sudafricana Desiré Randall Wilson (1 GP nel 1980 a bordo della Williams).
Purtroppo i risultati fino ad ora non sono stati eclatanti: il miglior risultato è il sesto posto messo a segno dalla Lombardi nel GP di Spagna nel 1975, unica donna nella Formula 1 ad andare ai punti, mentre tre di loro non si sono mai qualificate.

Perchè ci sono state poche donne nella Formula 1?

Donne nella Formula 1

Donne nella Formula 1: Giovanna Amati

Perché le donne nella Formula 1 riscontrano così poco successo? La fisiologia dovrebbe venirci in soccorso: a quanto pare le sollecitazioni fisiche che il corpo umano deve sopportare all’interno di un abitacolo della F1 sono più sopportabili, per costituzione fisica, per un uomo che per una donna.
La forza muscolare maschile, infatti, dopo i 12 anni continua a crescere, raggiungendo secondo degli studi il 35 se non il 40% in più di quella femminile. A ciò si aggiungono delle differenze antropometriche, di ormoni sessuali (il testosterone potenzia la fibra muscolare, gli estrogeni la capacità di carico delle articolazioni) e di respirazione (i maschi si caratterizzano per l’uso più frequente delle respirazione anaerobia che è tipica degli sforzi brevi ma intensi, mentre le donne propendono invece per natura a quella aerobia, che si riallaccia agli sforzi lenti ma prolungati).
Secondo l’autorevole testimonianza del professor Raniero Giannotti (ha prestato servizio presso la Ferrari, la Toyota e la Minardi), il corpo di un pilota all’interno dell’abitacolo di una Formula 1 è sottoposto agli stress dovuti dalle accelerazioni laterali, ed è il caso ad esempio delle curve ad ampio raggio percorse ad alta velocità che scaricano 5 g di accelerazione che mettono a dura prova la resistenza della muscolatura del collo, ed accelerazioni verticali, che invece hanno effetti sul tratto cervicale e lombare. La muscolatura del collo è poi interessata alle accelerazioni di tipo orizzontale.
In pratica, occorre una forza non indifferente per reggere la pressione esercitata sul fisico da una vettura di F1, rispetto ad altri sport motoristici come ad esempio la Nascar o il Rally dove assume maggiore peso (ma non esclusivo) la componente tecnica.
Sia chiaro: questo non è un articolo scientifico, non c’è pretesa di dare una spiegazione empirica al perché le donne nella Formula 1 siano così rare. E certamente guardando i freddi dati qui esposti relativi alle differenze nell’organismo maschile e femminile verrebbe da dire: ma allora per una donna la strada verso le monoposto della F1 è sbarrata?
Non è così semplice, per fortuna: la fisiologia, a parere di chi scrive e fuori da ogni retorica, non può spiegare quella forza che è intrinseca in ogni donna capace di abbattere qualsiasi barriera, anche in un mondo così maschile quale è la Formula 1.
Gli esempi fatti sin’ora di donne nella Formula 1, di queste pioniere capaci di una volontà di acciaio non bastano: ecco altri ritratti di pilotesse che non si sono mai arrese, anche quando le porte a volte non si sono semplicemente chiuse ma direttamente sbattute in faccia.

Quattro ritratti di donne nella Formula 1

Donne nella Formula 1

Donne nella Formula 1: Carmen Jorda

Marià de Villota è stata una eroina tragica: figlia d’arte (suo padre Emilio disputò negli anni Settanta 15 GP con Brabham, McLaren, Williams e March), venne assunta nel 2012 dalla Marussia come collaudatrice: poteva essere l’inizio di una carriera nella F1, ma questa chance si infranse il 3 luglio di quell’anno per un fuori pista in cui Marià fini contro un camion posteggiato durante un test sull’aerodromo di Duxford. La collaudatrice sopravvisse pur perdendo un occhio, ma la carriera era ormai compromessa. Tuttavia era miracolosamente viva, e stava inoltre iniziando a lavorare per tornare in pista nonostante tutto. Le conseguenze dell’incidente, mesi dopo, furono però fatali: una emorragia celebrale infatti le fu fatale, e si spense nel sonno a poche ore dalla presentazione della sua autobiografia, La vita è un dono.
Carmen Jorda ha fortunatamente una storia decisamente meno tragica da raccontare: la pilotessa spagnola, attualmente in GP3, dovette però difendersi dagli attacchi del collega Marco Sorensen quando entrambi erano nel programma sviluppo della Reanult in F1. Sorensen lasciò il team francese in aperta polemica con l’assunzione della Jorda che a suo dire non meritava il posto di sviluppatrice in quanto più lenta di lui. Lei non si scompose e reagì signorilmente, affermando di non averlo mai visto né conosciuto e ricordando che al simulatore lei era giusto un secondo dietro il pilota titolare, Romain Grosjean. Un episodio che suona come una triste conferma della frase sparata dall’ex capo della F1, Bernie Ecclestone, per cui una donna nella Formula 1 “non verrebbe mai presa sul serio“.
Susie Wolff è un’altra test driver, in forza alla Williams dal 2014 per poi smettere nel 2015, con quattro sessioni di prove libere disputate all’attivo (prima donna dopo 22 anni a prendere parte ad un weekend di gara). Nel 2016 lancia una propria iniziativa per incentivare la presenza delle donne nella Formula 1 chiamata Dare To Be Different, ma per il marito, il team principal Mercedes Toto Wolf, Susie aveva la stoffa per fare la differenza in pista: ” “Mi spiace non abbia avuto l’opportunità di correre, sono convinto avesse le qualità per un team di metà classifica” disse in una intervista a proposito della moglie.
Tatiana Calderon è l’ultima donna nella Formula 1 in ordine di tempo: a febbraio di quest’anno la Sauber (scuderia presieduta da una donna, Monisha Kaltenborn) l’ha ingaggiata come collaudatrice. Colombiana, classe 1993, Tatiana viene anch’essa (come molte pilotesse) dalla GP3 in cui continuerà a correre in parallelo con il nuovo impiego, e calca le piste dall’età di 9 anni. Oggi il simulatore, ma domani sarà lei il futuro delle donne nella Formula 1? Ce lo auguriamo.

Vicky Piria

Infine citiamo a parte un talento giovanissimo, metà italiano e metà britannico che si scalda a bordo pista in attesa di realizzare il sogno di entrare nella F1: Vicky Piria, 24 anni ma un curriculum nel motosport già sterminato, con esperienze in Formula Abarth, European F3 e GP3, in attesa di debuttare quest’anno nella Electric GT Championship, campionato Gran Turismo per veicoli elettrici (precisamente i Tesla Model S).
Vicky non è (ancora) una pilota F1, ma auguriamo presto di superare questa frontiera a lei ed altre che vogliono misurarsi in questo mondo e lottano per raggiungere questo obiettivo: perché come diceva Maria Callas, “le donne non sono sufficientemente alla pari con gli uomini, così dobbiamo renderci indispensabili. Dopo tutto, abbiamo l’arma più grande nelle nostre mani: siamo donne“.

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