Chi ci lascia non se ne va via: Jules Bianchi e un sacrificio forse non vano per la F1

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui

Jules Bianchi

Lo scorso mese sì è celebrato un pietoso anniversario che ricordiamo oggi, giornata del 2 novembre: tre anni dal tragico e fatale incidente occorso a Jules Bianchi, giovane promessa della Formula 1.
Il pilota della allora Marussia impattò la propria vettura contro una gru che stava rimuovendo il mezzo di Adrian Sutil, uscito fuori pista dalla curva Dunlop, durante il Gp del Giappone.
Lo scontro non lasciò via di scampo a Jules, che morì dopo nove mesi di coma. Si spense così la vita di un pilota che sembrava destinato ad un futuro radioso, forse verso la Ferrari: recentemente lo stesso Massimo Rivola, direttore sportivo della Driver Academy del Cavallino (vivaio di piloti come Charles Leclerc, già campione in GP3 e in Formula 2 e a volte dato per essere il prossimo titolare della monoposto rossa in F1, oppure il fresco campione italiano di Formula 4 Marcus Armstrong o di giovani promettenti ed in crescita come Antonio Fuoco) ai microfoni di FormulaPassion.it ha svelato che vorrebbe riuscire a portare a compimento ciò che non sono riusciti a fare con Jules Bianchi per via della sua scomparsa prematura, ovvero condurre un pilota della FDA ai massimi livelli della F1 e vincere un campionato del mondo con la rossa.

La carriera di Jules Bianchi

L’indimenticato francese, infatti, è stato dal 2010 uno degli allievi della Academy di Maranello, a disposizione per la Ferrari per quanto riguardava lo sviluppo della vettura – esattamente come il suo compagno di accademia Fuoco, per dire. L’incidente nel circuito di Suzuka ci ha impedito di scoprire se Bianchi sarebbe divenuto il successore di Raikkonen o, chissà, Vettel.
Poteva essere il degno coronamento di una carriera partita dalla gavetta nelle serie kart nel 2004, culminata nel titolo di campione francese nel 2006 e da lì migrato verso altri successi in Formula Renault 2.0, in F3 Euro Series e in GP2. Insomma la trafila tipica di un pilota che può poi aprirsi, talento permettendo, una carriera in F1: e Jules le potenzialità le aveva, visto che non si perse per strada e riuscì ad entrare nel circus entrando dalla porta di servizio nel ruolo di terzo pilota nella Force India (ma ottenne il miglior tempo nel test infracampionato con la Ferrari, nel circuito di Magny-Cours).
L’ingresso definitivo nella Formula 1 avvenne nel 2013, a bordo della meteora Marussia, scuderia che ha cambiato più volte veste nel corso degli anni sino al 2016 e tritata in seguito dalla selezione naturale che questo ambiente impone e che non perdona chi ha grandi ambizioni direttamente proporzionali ai buchi del suo bilancio (e senza la spalle coperte da uno sponsor solido). Tuttavia la Ferrari non lo perde di vista e lo impiega nei progetti di sviluppo, assieme a Pedro De La Rosa.
L’avventura in Formula 1 di Jules non brilla certo per i risultati in classifica, visto che nel 2013 raggiunge il 19esimo posto finale e l’anno successivo, prima dell’incidente, si trovava al 17esimo con due punti totali conquistati a quattro GP al termine del Mondiale.
Eppure nella stagione 2014 è autore di una gara perfetta a Montecarlo: partito dalle ultime posizioni in griglia (ah, se avesse avuto un altra vettura a disposizione…) riesce a doppiare gli avversari in gara con una maestria da pilota consumato. Dal 21esimo posto conclude il GP al nono, mentre avversari del calibro di Vettel, Bottas, Vergne, Pérez e le Sauber di Sutil e Gutiérrez abbandonavano il campo, e taglia il traguardo beffando un certo Raikkonen. Lì a Monaco Jules, in un maggio per lui radioso, conquistò gli unici due punti della sua breve carriera in F1, con grinta, freddezza ed una adamantina lucidità.

Dopo l’incidente di Suzuka: verso una F1 più sicura

Poi avvennero i fatti di Suzuka, l’incidente, l’agonia di una famiglia che con esemplare pudore ha assistito e protetto il proprio figlio e fidanzato per nove allucinanti mesi. A soli 26 anni Jules lascia questa terra ora crudele: anche il funerale, alla presenza dei colleghi piloti e degli alti papaveri, Jean Todt in testa, è sobrio e misurato nello stile della famiglia Bianchi, mentre il feretro viene portato da Massa, Maldonado, Gutierrez, Vergne e Grosjean, che in occasione del GP di Monaco del 2016 dedicherà il proprio casco allo sfortunato pilota francese, ricordando la sua impresa di due anni prima in quella pista.

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Ci furono inevitabilmente polemiche riguardo l’incidente, sulla presenza della gru e sul fatto che si potesse evitare la prima morte su pista dai tempi di Ayrton Senna nel 1994.
Al di là di ciò, la FIA sta comunque tentando di correre ai ripari sul fronte sicurezza, affrontando le critiche piovute in questo senso ma anche, per converso, sul fatto che le imposizioni per rendere una F1 più sicura vadano a scapito dello spettacolo e dell’estetica delle vetture. Il sistema di protezione Halo, per esempio, con i due montanti che partono dal retro della monoposto per congiungersi davanti al cockpit, nell’ottica della protezione del capo del guidatore, ha fatto storcere il naso a qualche pilota, mentre altri si sono detti favorevoli ed altri ancora più propensi per il cupolino a mo’ di parabrezza (l’Aeroscreen) visto sulla Red Bull allora guidata da Kvyat nelle prove libere di Sochi la scorsa stagione. La FIA tira dritto, considerando Halo la migliore soluzione possibile (“è stato dimostrato che […] riesce a prevenire in molti casi il contatto del casco con un un muro o una barriera. […]nel caso di impatti con oggetti esterni, […] riesce con successo a deviare grandi oggetti dall’area del cockpit ed è stato anche dimostrato un aumento del livello netto di protezione da piccoli detriti” recita un comunicato della massima Federazione mondiale), il cui design verrà affinato in vista della definitiva introduzione nel 2018.
Posto che sicuramente la Formula 1 di oggi è decisamente più sicura di un passato in cui le battaglie per attenuare i rischi portate avanti da Jackie Stewart suonavano come voci nel deserto, il sacrificio di Jules Bianchi non può e non deve rimanere vano. Altrimenti non faremo altro che vanificare il ricordo di una vittima del dovere e di una passione.

Il tributo a Jules Bianchi della BBC:

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