Rugby Sei Nazioni, Inghilterra-Scozia: un’analisi del successo inglese

Pubblicato il da Simone Del Latte

Sei Nazioni Inghilterra-Scozia
“Wire-to-wire victory”
dicono gli amici anglosassoni: segnare per primi, andare subito in vantaggio e farsi inseguire nel punteggio dall’avversario per tutta la gara fino al triplice fischio arbitrale. Un’espressione che etichetta il condensato del successo inglese di questo sabato, l’unico del Sei Nazioni 2017 sinora che possa dirsi veramente inconfutabile ed esente da critiche, dopo la partenza ritardata nel match contro la Francia, la vittoria in extremis al Millennium Stadium e il disorientamento iniziale di fronte alla tattica difensiva italiana. Alla squadra di Eddie Jones bastano quattro minuti per segnare la prima meta, sette per andare oltre il break e venticinque per chiudere definitivamente la pratica con cinquantacinque minuti di anticipo. Allo scadere dell’80’ i punti segnati saranno ben 61, il massimo storico da sedici anni a questa parte, i quali, a fronte dei 21 messi a referto dagli Scozzesi, regalano agli Inglesi il loro diciottesimo trionfo consecutivo (tanti quanti quelli attualmente collezionati dai neozelandesi), la Calcutta Cup, il titolo del Sei Nazioni 2017 e lo stupore di tutto il mondo (in quest’ordine di importanza). Le principali chiavi del successo inglese sono state due:

Il possesso di palla

Il rugby è uno sport regolato da semplici principi. Uno su tutti: non puoi far punti se non hai la palla in mano. Nei primi 10 minuti del match l’Inghilterra ha detenuto il 92 % del possesso dell’ovale, complice anche la volontà della Scozia di mantenere inalterato il proprio game plan che prevedeva di calciare nella profondità, regalando però in questo modo il possesso agli avversari. Espulso temporaneamente Fraser Brown gli Scozzesi avrebbero dovuto sforzarsi di mantenere il pallone piuttosto che cederlo, utilizzando il cronometro a loro favore per ripristinare quanto prima la parità numerica in campo; e invece con il possesso perennemente dalla loro, i padroni di casa hanno martellato incessantemente la difesa degli Highlanders, inducendoli o a commettere fallo (7 i calci di punizione concessi dalla Scozia nel primo tempo) o all’errore difensivo che propiziasse la meta inglese. Quando il tallonatore in maglia blu è rientrato sul terreno di gioco la sua squadra era già sotto il break 10 a 0 e sull’orlo del baratro.

La supremazia nelle fasi statiche

Un’altra chiave del successo dell’Inghilterra è stata la supremazia nelle fasi statiche. Prima dell’incontro di Twickenham la Scozia aveva già perso in mischia per infortunio il numero 8 Josh Strauss e il flanker John Hardie, mentre ha dovuto fare a meno dei lungodegenti piloni titolari WP Nel e AL Dickinson per l’intero Sei Nazioni. L’egemonia in mischia chiusa e in touche ha garantito ai padroni di casa palloni di qualità per la linea dei trequarti orchestrata dai due registi George Ford e Owen Farrell, definiti “world class” – fuoriclasse mondiali ndr – dall’allenatore degli All Blacks Steve Hansen. Con la squadra in avanzamento e con la possibilità di giocare palloni veloci, Farrell ha potuto in più di un’occasione dettare le corse a Joseph e a Brown a ridosso della linea del vantaggio generando costantemente una situazione di 3 vs 2 dove i centri scozzesi Dunbar e Jones (che pur avevano disputato un ottimo Sei Nazioni dal punto di vista difensivo sinora) hanno avuto la peggio.

Nel rugby il mantra offensivo deve essere “quick decisions”, decisioni veloci ma non precipitose, e men che meno casuali. Decisioni che devono essere già prese mentre la palla ti arriva tra le mani, prima che sia troppo tardi e che la musica si interrompa. Volendo scomodare nuovamente Steve Hansen, “hats off to them and well done”. Giù il cappello di fronte a quest’Inghilterra.

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