Mondiali sci alpino: azzurri mai così male dal 1999. Si è chiuso un ciclo

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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Ossa rotte. Sono queste le due parole più adeguate per descrivere lo scenario azzurro all’indomani dell’ultima gara dei mondiali di sci alpino di Vail-Beaver Creek. La rappresentativa italiana torna in patria con un nefasto zero alla voce medaglie: non accadeva dal 1999, proprio dall’ultima rassegna iridata oltreoceano proprio in quel di Vail. La cosa che più preoccupa è che nessuno azzurro è andato neppure vicino al podio: il miglior risultato è il sesto posto in slalom gigante del valtellinese Roberto Nani. Troppo poco. L’Austria domina il medagliere con 5 medaglie d’oro, e ci sta. Gli USA sorridono grazie ai fenomeni Ligety e Shiffrin, la Svizzera si gode l’inatteso successo in discesa di Kueng e la Francia quello, ancor più inaspettato, del redivivo Grange in slalom. Per l’Italia invece buio pesto. Difficile analizzare una disfatta tale dopo una stagione che comunque ci ha regalato 13 podi in coppa del mondo. Sulle balordi nevi del Colorado, come ha ammesso lo stesso capo degli allenatori azzurri Massimo Rinaldi, l’Italia dello sci alpino è tracollata.

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Partiamo dal settore maschile. Nelle prove veloci, ci aspettavamo tanto da Dominik Paris. A 25 anni, il poderoso ragazzotto della Val d’Ultimo è nel gotha della velocità, e il successo in SuperG a Kitzbuhel ce ne ha dato la conferma. A Beaver Creek però ha annaspato sia in SuperG che in discesa su una pista che da sempre gli dà l’orticaria ma dove a dicembre acciuffò un 4° posto in discesa. Ha sciato male, c’è poco da dire, al pari di Christoph Innerhofer, uno che con le medaglie ha feeling, ma la cui schiena soffre con centinaia di acciacchi è una vera iattura per poter essere competitivo. E’ giusto puntare su loro due nel prossimo triennio, e anche sul romano Matteo Marsaglia, discontinuo ma talentuoso. Escluso Paris però il gruppo è tutto fatto di trentenni, Heel è involuto, e l’assente Fill va per i 33. C’è da rifondare attorno al talento di Paris con qualche discesista dalla carta d’identitù più verde. In gigante Nani, Borsotti, l’assente De Alpirandini sono i tre su cui lavorare: per Simoncelli e Eisath quella di Vail è stata probabilmente l’ultima chiamata mondiale. Discorso a parte va fatto per Manfred Moelgg: a 32 anni e reduce da un grave infortunio, i giorni migliori dell’altoatesino sembrano alle spalle sia in gigante che in slalom. Già, lo slalom. C”erano grandi attese sul duo Gross e Razzoli (foto), ma ieri hanno deragliato entrambi. Il tandem dà garanzie nell’immediato, ma con Thaler che probabilmente tra un mese darà l’addio allo sci, dietro al trentino e all’emiliano c’è il vuoto totale. Nella fascia tra i 20 e i 24 anni, all’orizzonte non di vede mezzo atleta di livello.

Più preoccupante la situazione a livello femminile. Gli acuti di Elena Fanchini e Dada Merighetti a Cortina d’Ampezzo hanno mascherato le difficoltà di una squadra A che fatica. Le sorelle Elena e Nadia Fanchini, che hanno rispettivamente 30 e 29 anni, hanno sciato male come mai prima d’ora. La Merighetti di anni ne ha 33: sarà difficile rivederla nel 2017 ai mondiali di St.Moritz. Elena Curtoni e Francesca Marsaglia nella velocità devono crescere molto per poter avvicinare il podio. La bergamasca Sofia Goggia, quarta due anni fa a Schladming, infortuni permettendo può essere la pietra della ricostruzione visto che ha solo 22 anni. Al pari di Marta Bassino, classe 1996: i tecnici hanno fatto bene a scaraventarla nel gigante iridato dove, sciando morbida e senza timori revernziali, ha chiuso ottava nella prima manche prima di uscire. Sarebbe bello vederla anche nelle prove veloci. Resta enigmatica invece Federica Brignone: il talento c’è, ma l’acuto vero manca. Purtroppo è competitiva solo in gigante, e nelle altre specialità il salto di qualità non è mai arrivato e non si sa se e quando potrà arrivare. In slalom, con Chiara Costazza e Manuela Moelgg sul viale del tramonto, vanno lanciate delle giovanissime: è la specialità dove soffriamo di più, quindi bisognerà rischiare. In generale, il settore femminile manca di una campionessa in grado di spingere più in là l’intera squadra con risultati continui, come è accaduto fino a fine gennaio con Paris tra gli uomini. La speranza è l’ultima a morire.

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