Sci, tripudio Brignone-Goggia-Bassino: la ciliegiona su una torta incantevole

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli


“It’s a long way,  to the top if you wanna rock ‘n’ roll”: è lunga la strada per il successo se vuoi suonare il rock and roll, come ammoniscono in un loro successo gli anglo-australiani Ac/Dc. E le ragazze della squadra italiana di sci alpino lo sanno bene. Ad Aspen, nell’ultima prova di una Coppa del Mondo che vede scorrere i soleggiati titoli di coda, il “sound” del nostro drappello di fenomene è di quelli che ti sfondano piacevolmente i timpani. Come a Narvik nel marzo ’96 con Compagnoni-Panzanini-Kostner, Brignone-Goggia-Bassino sul podio dello slalom gigante  che chiude l’inverno sono la ciliegiona su una torta perfettamente riuscita, prelibata nel gusto e ammaliante alla vista. E’ difficile non sprofondare nella banalità e nella retorica al termine di una stagione simile: solo col tempo, quando le nevi sulle piste da sci si saranno definitivamente sciolte, riusciremo a renderci davvero conto dell’impresa griffata oggi dalle nostre portacolori. Un coronamento al limite del fiabesco di un’invernata il cui pallottoliere dice 43 podi in Coppa tra maschietti e femminucce, cinque in più del mirabile inverno ’96-’97. Nel giorno in cui negli Stati Uniti ci si attendeva il guizzo finale di quella formidabile campionessa che risponde al nome di Mikaela Shiffrin, già incoronata dall’aritmetica regina dell’inverno con la coppona assoluta ma a caccia di quella di specialità tra le porte larghe, la stellina americana si incarta lievemente nella seconda manche lasciando la coppetta alla francese Tessa Worley e soprattutto il proscenio finale alla “corazzata” (sì, non stiamo esagerando) azzurra.

E quindi è sinfonia totale, tutta di marca nostrana. Con le pennellate soavi dello scriccioletto Marta Bassino, che a vent’anni mette in dispensa già il terzo podio in carriera indizio inequivocabile di un avvenire radioso. Della carica elettrizzante di Sofia Goggia, che si mangia le porte manco fosse una pantera a digiuno da tre giorni, prendendosi di prepotenza il 13° piazzamento tra le prime tre del suo incommensurabile semestre. Della classe cristallina di Federica Brignone, che con traiettorie formato Deborah Compagnoni, lascia tutto il resto del mondo a quasi un secondo e mezzo in un trionfo che meriterebbe sotto la wagneriana “Cavalcata delle Valchirie” come sottofondo. Per la valdostana il tassametro dice terza vittoria stagionale (quinta in carriera), sesto podio (diciannovesimo da quando è nel circo rosa), terzo urrà complessivo nel gigante sulla pista che anni fa, dopo una manciata di gare tra le più grandi, le regalò il primo podio.

Ora che di fatto parte la off-season, resta la sensazione malinconica che questo inverno avrebbe dovuto avere una prolunga, visto lo stato di grazia dell’intero movimento (non dimentichiamo la coppa di discesa libera di Peter Fill tra gli uomini). E pazienza per quella balorda rassegna iridata di St. Moritz, dove non si è riusciti a raggranellare di più di quel bronzo di Sofia Goggia strappato di cattiveria dopo tanti groppi alla gola. Facendo tutti i debiti scongiuri e toccando ferro e contro ferro, da qui ai mondiali di Cortina del 2021 il team femminile di sci alpino si candida a scorpacciate di successi: Brignone e Goggia sono due atlete al top della loro carriera, altre come Marsaglia e Curtoni possono salire di un ulteriore gradino, e poi c’è Marta Bassino che può davvero entusiasmare per l’intero decennio che verrà. Senza dare nulla per scontato, soprattutto le vittorie, ma con la consapevolezza che quella italiana è nel complesso una squadra forte come mai si è vista. Intanto ci si gode questo lieto, lietissimo fine. Di una favola di cui (si spera) si è letto solo il primo paragrafo.

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