Sci, la franchezza di Travis Ganong: “A St. Moritz ho sciato male, punto e basta”

Pubblicato il autore: Damir Cesarec Segui

travis ganong
Sono 11 i vincitori nelle ultime 16 gare di Coppa del Mondo in discesa libera. Numeri eloquenti che affermano la disciplina regina come la più equilibrata e combattuta del circo bianco. Del resto il nostro Peter Fill ha vinto le ultime due coppe di specialità vincendo una sola gara in due anni (!) e questo la dice lunga sulla concorrenza che c’è attualmente in discesa. Tra questa folta schiera di fenomeni c’è anche Travis Ganong, vincitore della discesa di Garmisch-Partenkirchen del 27 gennaio scorso. A parte il successo sulle Alpi Bavaresi, la stagione del funambolo californiano è stata tutt’altro che esaltante. Ai Mondiali di St. Moritz doveva difendere l’argento conquistato a Vail e Beaver Creek due anni prima, e invece è arrivata una prestazione decisamente al di sotto delle aspettative, come spiega lui stesso in quest’intervista realizzata dai colleghi della Federazione Internazionale (FIS) e che qui riportiamo.

Travis, hai chiuso la stagione in 12esima e 15esima posizione rispettivamente in discesa e super-g. Come giudichi la tua annata?
E’ stata una stagione difficile, con tanti alti e bassi. In compenso però sono riuscito a entrare per la prima volta nella Top 15 in entrambe le discipline. Ho alternato grandi prestazioni a gare che è meglio dimenticare. Va comunque sottolineato che sia in discesa che in supergigante i margini sono minimi, con diversi atleti racchiusi in un fazzoletto. E’ chiaro che lì ti tocca andare al limite se vuoi fare risultato. E quando sei al limite l’errore è dietro l’angolo…

Il momento più alto della tua stagione è stato senza dubbio il successo, il secondo in carriera, nella discesa di Garmisch-Partenkirchen. Quali sensazioni hai provato quel giorno?
E’ stata una giornata agrodolce. Da un lato la grande soddisfazione per il successo, dall’altro l’angoscia per quanto capitato a Valentin Giraud Moine e al mio compagno di squadra Steven Nyman. La gioia era incontenibile, ma dopo quello che era successo semplicemente non me la sentivo di festeggiare. Quel giorno le condizioni erano veramente al limite, probabilmente anche oltre, ma la discesa è anche questo. La linea tra un successo e una caduta che ti può costare la stagione è molto sottile. La vittoria? E’ stata la classica giornata perfetta dove sono riuscito a spingere al massimo limitando al minimo gli errori.

Il successo di Garmisch doveva rappresentare una grande spinta per i Mondiali di St. Moritz. E invece hai chiuso la discesa iridata solamente in 25esima posizione. La pressione per l’argento conquistato a Vail e Beaver Creek si è fatta sentire un po’ troppo?
I Mondiali sono andati malissimo e non lo nascondo, ma la discesa iridata è una gara secca dove tutto può succedere. La concorrenza è spietata con diversi atleti allo stesso livello e anche un piccolo errore può costarti non solo il podio ma anche la Top 10. Inoltre è stata una gara condizionata dal meteo: gli organizzatori hanno dovuto accorciare il tracciato eliminando la parte iniziale e questo ha inevitabilmente rimescolate le carte. La medaglia di due anni fa non c’entra nulla. Non voglio cercare alibi. Ho sciato male, punto e basta.

Alla finestra ci sono già le Olimpiadi del prossimo anno. Obiettivi per Pyeongchang?
Non vedo l’ora di volare in Corea e di rappresentare il mio Paese ai Giochi olimpici. Ho bellissimi ricordi legati a Sochi 2014 (chiuse la discesa al 5° posto, ndr) e quindi voglio assolutamente lottare per una medaglia. Quell’esperienza mi tornerà certamente molto utile perché ora so come si prepara una gara olimpica. La priorità sarà arrivarci bene sia fisicamente che mentalmente. Solo se sei al top puoi aspirare al podio. Tuttavia, quest’estate abbiamo deciso di modificare leggermente la preparazione. Vedremo se questa scelta alla fine pagherà o meno.

Nelle ultime 16 discese di Coppa del Mondo ci sono stati 11 vincitori diversi. Cos’è che fa la differenza in una gara?
E’ pazzesco quanto si sia alzato il livello negli ultimi anni. Questo dato non mi sorprende più di tanto perché ci sono molti atleti fortissimi che possono vincere in qualsiasi momento. E’ certamente un bene per il nostro sport perché rende le gare particolarmente spettacolari. Una tale competitività spinge ovviamente anche noi sciatori a cercare il limite. Quando il margine è così piccolo la differenza la fa il numero di errori: vince chi compie meno errori.

E chi si prende più rischi…
Ovvio. La discesa è una disciplina pericolosa e il rischio è parte integrante di essa e in questo senso l’esperienza è la chiave per imparare a gestirlo. Vi faccio un esempio: nelle mie prime stagioni in Coppa del Mondo sciavo con una percentuale di rischio dell’80%. Negli anni, acquisendo via via più esperienza, ho alzato la percentuale al 100%. La gestione del rischio è fondamentale e non si finisce mai di imparare perché si può andare anche oltre quel 100%.

Nel tuo tempo libero ti vediamo spesso praticare freeride…
Mi piace sciare fuori pista soprattutto per rilassarmi e staccare un po’ dalle gare. Comunque lanciarmi a 130 orari dal cancelletto di partenza rimane ad oggi la cosa più divertente che io abbia mai provato con un paio di sci ai piedi.

Quest’anno Squaw Valley è tornata nel circuito femminile. Com’è stato seguire la gara nel tuo cortile di casa?
Era ora che la California tornasse in Coppa del Mondo. C’è tanta storia dello sci tra il lago Tahoe e le montagne della Sierra Nevada perciò è un peccato che per tutti questi anni non si sia gareggiato da quelle parti. Credo che per i 1200 bambini iscritti allo Squaw Valley Ski Team sia stata una bellissima esperienza vivere in prima persona una gara di Coppa del Mondo. Per non parlare dell’atmosfera sulle tribune: sono stato a diverse gare femminili per sostenere la mia fidanzata (Marie Michele Gagnon, ndr), ma non avevo mai visto dei tifosi così eccezionali. E la doppietta di Mikaela Shiffrin ha reso tutto ancora più speciale. Mi auguro che la FIS terrà conto del successo di pubblico non solo a Squaw Valley ma anche a Killington. C’è bisogno di una distribuzione più equa delle gare in Coppa del Mondo.  

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