Coppa Davis, è tempo di cambiare

Pubblicato il autore: Alessandro Mastroluca Segui

Foto originale Getty Images © scelta da SuperNews

Se questo fosse un film, avremmo una sceneggiatura da Oscar. Il teatro delle passioni è simbolica di per sé, la Plaza de Toros di Valencia. Sangue (sportivo s’intende) e arena, racconto epico e chanson de geste. Nadal che come Cid Campeador riappare, vince la 24ma partita di fila in Coppa Davis, Ferrer trasforma il quinto set del quinto singolare con Kohlschreiber in corrida e la Spagna resta imbattuta in casa dal 4 aprile 1999, dalla Pasqua di guerra a Belgrado, dei bombardamenti per la guerra del Kosovo.

“Qualcuno vorrebbe anche concedersi il lusso di ragionare?” si chiedeva quel giorno Altan in prima pagina sulla Stampa. La domanda, applicata a contesti meno dolorosi, rimane valida. Perché ogni sceneggiatura ha bisogno di un anti-eroe. E nessuno, nella Spagna caliente per il trionfo patriottico, è più adatto di Gerard Piqué, il difensore del Barcellona, soi-disant portavoce dell’indipendentismo catalano. E insieme parte del gruppo di investimento Kosmos, che ha tra i soci anche Novak Djokovic e ha promesso 3 miliardi di dollari in 25 anni per rinnovare la Coppa Davis.

Le passioni dividono, e la manifestazione a squadre che esula dall’ortodossia del tennis come sport individuale ha da sempre il fascino unificante dell’eccezione e la malìa polarizzante delle tradizioni. Antico retaggio da innovare nel nome del business o bene rifugio da difendere nel nome dell’amore e di tutto quello che i soldi non possono comprare?

Il World Group, secondo la proposta, si giocherebbe tutto in una settimana, in un’unica sede, dal round robin alla finale, con tie a eliminazione diretta dai quarti. Si vota a metà agosto, a Orlando, sede del prossimo meeting annuale dell’ITF che l’anno scorso a Ho-Chi Minh City, l’antica Saigon dove il cielo non cambia mai, ha bocciato la proposta della Final Four come nell’Eurolega di basket.Ogni nazione ha un certo numero di voti, si va da uno (80 nazioni) a 12 (le cinque di maggiore tradizione). In totale, si arriva a 460 voti: per approvare una modifica di questo tipo serve la maggioranza dei due terzi.

L’ITF ha reso ufficialmente noti i dettagli, e le cifre, già da qualche tempo, e questo potrebbe far intendere che ci sia una fiducia non così bassa verso le possibilità di approvazione della riforma. Anche se vanno considerate, e contemperate, le esigenze delle nazioni che competono nelle divisioni minori, il cui voto potrebbe dipendere proprio dalle decisioni sulle divisioni inferiori della manifestazione.

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La difesa della tradizione si concentra soprattutto sull’atmosfera effettivamente unica che la Davis è in grado di generare sugli spalti, con tifosi pittoreschi come i simil-druidi francesi visti a Genova. E sull’importanza di rispettare una competizione storica, antica, che ha mantenuto il suo valore al cambiar dei contesti e delle stagioni. E rischia di essere una difesa nostalgico-passatista, piuttosto trendy in Italia a giudicare dal proliferare di pagine Facebook sul calcio dei decenni passati all’insegna del “com’era bello prima”.

Certo, con la settimana in campo neutro qualcosa del tifo si perderà, ma nel frattempo l’anno scorso è nata la Laver Cup che ai top player è piaciuta tanto e subito. È un affare per tutti. La Davis no. Non più. E questo non è un vantaggio per nessuno.

Agli organizzatori dei tie, all’ITF interessa che l’evento abbia appeal, che non può prescindere dalla presenza dei top player. Se da un lato, proprio per la sua eccezionalità rispetto al resto del calendario può risultare complesso renderlo Mandatory, obbligatorio ipoteticamente per i migliori singolaristi di ciascuna nazione, si potrebbe tornare all’idea di assegnare punti, magari con un peso a scalare per ciascun turno e per ciascuna divisione.

Il vero nodo, però, è il fee per i giocatori, di cui peraltro in più di un’occasione si è discusso anche con la Davis nel formato attuale. L’obiettivo è arrivare a un punto di compromesso che consenta di aumentare il numero di top player, insoddisfatti dell’attuale spalmatura dei turni. Perché più star fanno salire gli effetti positivi, per tutti, del business che ruota intorno all’evento.

Il nuovo formato, se approvato, avrebbe il vantaggio innegabile di essere molto televisivo, con vantaggi non secondari per la commercializzazione dei diritti tv. Ma come in ogni torneo con il round robin, ancor più se a tre come si intuirebbe fra le righe dell’annuncio in cui si parla di un primo turno su tre giorni, richiede un’attenta definizione del meccanismo di punteggio per evitare risultati anomali all’ultima giornata.

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E poi, va individuata una sede. Per giocare a novembre, dovrà essere al coperto. Servono più arene con molti campi, anche per gli allenamenti, in una città sola o in alternativa coinvolgerne di più in una stessa nazione, per poi convogliare le nazionali verso un impianto principale per la finale, un po’ come succede per un campionato del mondo.

Meno battibile, a una prima impressione, benché il clima e la logistica degli impianti sarebbero di sicuro valore, sembra la strada dell’Australia, troppo isolata e lontana. Perché quello che nascerebbe dalla riforma, qualora fosse approvata, sarebbe un evento nuovo, troppo diverso dalla Davis che conosciamo oggi, dunque con un bisogno forte di radicarsi fra gli appassionati. E sedi “esotiche” o una cadenza biennale, altra ipotesi di riforma dell’attuale competizione più volte lanciata dai giocatori, sarebbero un ostacolo anche al ritorno dell’investimento.

In ogni caso, accontentare tutti sarà impossibile, almeno finché non si troverà la via per unificare le organizzazioni che governano il tennis. Due cose però sono certe. Da un lato il passato non ritorna e non è necessariamente migliore. Dall’altro il nuovo non è bello di per sé. La Davis, come ogni torneo, vive della valorizzazione che ottiene agli occhi del sistema tennis. Oggi questa valorizzazione è inferiore rispetto al passato. E un prodotto di qualità più bassa non è nell’interesse di nessuno, nemmeno dei tifosi.

 

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