NFL: il paradosso dello spettacolo che uccide

Pubblicato il autore: giuseppe spampinato

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È il paradosso della società moderna, di sport che, per quanto nobili, finiscono inevitabilmente per portarti a una sofferta agonia, come se il tuo corpo chiedesse vendetta per gli abusi subiti durante il periodo della giovinezza, quando si fa troppo, quando si eccede per superare un record, per regalare spettacolo.

È il paradosso che vivono i giocatori dello sport più seguito dagli americani, che proprio per dar loro quello spettacolo sembra non volersi fermare mai, come se gli artefici di quel successo fossero fatti di materiale diverso che la semplice carne. Perché in quel momento c’è bisogno di loro, dei loro lanci, dei loro tuffi, degli scontri al limite delle possibilità umane, che neanche rallentamenti sempre più precisi possono descriverne, nello specifico, conseguenze che sul momento non esistono.

Ma quelle conseguenze ci sono, sono nascoste proprio dentro ciò che rende possibile tutto quello spettacolo, che rende possibile coordinarsi per un lancio, per un tuffo, per un Touchdown.

L’encefalopatia traumatica cronica è la malattia che più ha colpito, nella storia, i giocatori della NFL. Ci sono famiglie che hanno visto morire, davanti ai propri occhi, chi per loro era una caro, per il quale provavano amore e che per gli altri era semplicemente l’idolo della propria squadra, capace di lanci precisi e potenti, di corse inarrestabili. Quelle famiglie si sono fatte coraggio, hanno rotto gli indugi e hanno donato alla ricerca il motore instancabile di quei giocatori, di quegli idoli. Questo accadeva nel 2008 quando si diede inizio a uno studio da parte delle Boston University e dell’US Department of Veteran Affairs.

96 su 100 il verdetto, inattaccabile, di quegli studi. Quasi tutti i giocatori della NFL che ora non ci sono più sono stati colpiti da quella malattia, che come un’abile ladra ha tolto loro proprio quelle capacità, quei talenti che li avevano resi famosi e li ha accompagnati per anni. E dopo, solo dopo se ne è parlato, tutte quelle informazioni tenute nascoste sono salite a galla e hanno fatto emergere, insieme a loro, quel paradosso. Perché se per ogni abuso, anche in un ambito così nobile come quello dello sport, si deve pagare una conseguenza così fatale, allora resta da chiedersi se quello spettacolo valga la pena di essere visto, o se forse, la competizione e la sfida che spingono quegli idoli a superare i propri limiti debbano essere messe da parte.

E come sempre la verità, seppur triste, che accompagna la quotidianità di vite spezzate, diventa materiale utile per alimentare qualsiasi tipo di organo, come una fonte inesauribile perché vera dalla quale però si attinge solo al momento del bisogno ma che continua a scorrere per sempre. Ed ecco uscire il film, il libro, lo show televisivo, il merchandising.

Proprio il giorno di Natale con la pellicola “Concussion”, l’America per bene cercherà di denunciare questa malattia che mette in ginocchio le nostre volontà. Perché se a raccontare i fatti sono attori famosi allora forse si può prendere in considerazione l’idea di aumentare la sicurezza e tenere in vita quello spettacolo aggiungendo elementi nuovi. Se Will Smith interpreta la parte di chi davvero ha voluto che la gente aprisse gli occhi, quel neuropatologo Bennet Omalu che provò a denunciare, allora c’è da star tranquilli, se ne parlerà a lungo, almeno fino a quando un altro lancio, un Touchdown memorabile o una corsa di 50 yard oscureranno tutto.

Il trailer del film “Concussion” che uscirà nelle sale il 25 Dicembre (USA).
Trailer Concussion

Il trailer della versione italiana “Zona d’Ombra”, che uscirà nelle sale nella primavera del 2016.
Trailer Zona D’ombra

Per capire meglio la malattia.
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