Olimpiadi, il Cio apre ai transessuali: in gara anche senza cambio di sesso

Pubblicato il autore: Silvia Campagna Segui

Il Cio (Comitato Olimpico Internazionale) ha appena emanato una decisione da molti già definita “rivoluzionaria”, ossia quella di ammettere la partecipazione alle Olimpiadi di atleti transessuali che non abbiano ancora effettuato l’operazione chirurgica per il cambio di sesso. Si tratta di una decisione che farà certamente discutere, ma di cui si era già da tempo avvertita la necessità non solo al fine di colmare un vuoto legislativo al riguardo, ma soprattutto per garantire una parità di diritti che da diversi anni gli atleti transgender giustamente richiedevano a gran voce.

Sin qui era lo stesso Comitato Internazionale Olimpico ad analizzare ogni singolo caso a riguardo che veniva sottoposto alla sua attenzione: le ormai precedenti regole, risalenti al 2003, prevedevano infatti che gli atleti transessuali potessero gareggiare soltanto dopo aver subito l’intervento chirurgico per il cambio del sesso e dopo aver seguito per almeno due anni una specifica terapia ormonale, a cui doveva ovviamente seguire il via libera dello stesso Cio. Tale regola era stata introdotta successivamente alle Olimpiadi di Sydney 2000, prima delle quali il Comitato conduceva semplicemente delle verifiche cromosomiche sul sesso degli atleti.
Da oggi la regola relativa al cambio di sesso non è più valevole in quanto sostituita da una “raccomandazione” emanata dalla Commissione medico-scientifica del Comitato datata novembre 2015 ma resa nota soltanto nelle ultime ore. Si tratta, come detto, di una raccomandazione del Cio rivolta alle Federazioni Sportive Nazionali sprovviste di una specifica normativa, contenente delle linee guida che mirano a regolamentare la partecipazione alle gare olimpiche – e non solo – di atleti transgender, in totale coerenza «con gli atteggiamenti scientifici, legali e sociali correnti». Sul documento del Comitato Internazionale Olimpico si legge: «per preservare un’equa competizione, non è necessario richiedere cambiamenti anatomici chirurgici come condizione di partecipazione. Tale richiesta non è coerente con gli sviluppi legislativi in materia e le nozioni dei diritti umani».

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Da ciò ne deriva che gli atleti in fase di transizione parteciperanno alle gare non nella categoria relativa al proprio sesso anatomico ma in quella relativa alla propria identità di genere. Quindi una persona con caratteristiche sessuali maschili ma identità di genere femminile potrà gareggiare nelle competizioni femminili, e viceversa. L’unica regola che dovrà essere osservata riguarderà il livello del testosterone che dovrà essere monitorato al fine di stabilire la partecipazione alle gare nella categoria maschile o in quella femminile: ogni atleta nato uomo per poter gareggiare nella categoria femminile non dovrà superare il valore di 10 nanogrammi di testosterone per litro durante i 12 mesi che precedono la gara; di conseguenza, ogni atleta nata donna che supererà tale livello potrà partecipare nella categoria maschile. La regola dei 12 mesi, di conseguenza, renderà inapplicabile tale nuovo criterio per i prossimi Giochi Olimpici di Rio 2016.

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Il Comitato Olimpico si è così adeguato ad una nuova sensibilità sociale, politica, legale e scientifica che aveva già fatto discutere nel 2009 con il famoso caso di Caster Semenya, campionessa sudafricana ottocentista ermafrodita (nata con organi sessuali femminili e maschili, quest’ultimi nascosti). L’atleta, vincitrice dei mondiali di atletica nel 2009 e argento alle Olimpiadi di Londra 2012 (divenuto poi oro in seguito alla squalifica della russa Savinova per doping), era stata accusata dalle sue colleghe di essere un uomo e di non poter quindi gareggiare nella categoria femminile, scatenando così un putiferio che ha portato l’Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera (Iaaf) a richiederne la verifica del sesso ed il conseguente stop per un anno a causa della mancanza di regole relative alla sua particolare condizione. Per poter tornare a gareggiare fu costretta a seguire una specifica terapia ormonale.
Altro caso celebre è quello dell’indiana Dutee Chand, velocista sospesa dalle gare da parte dell’Iaaf a causa del suo iperandrogenismo, ossia un eccessivo livello di ormoni maschili. La Chand fece ricorso al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) di Losanna, il quale invalidò la decisione dell’Iaaf poiché non aveva provato in modo assoluto che alti tassi naturali di ormoni maschili avessero procurato all’atleta indiana un vantaggio all’interno delle competizioni.

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