Sport e Cinema, un binomio riuscito ma non per tutti

Pubblicato il autore: Luca Prete Segui

Sport e cinema è stato un binomio nel complesso vincente, anche se l’efficacia di questo rapporto ha riguardato determinate discipline.
Sicuramente quello che più di ogni altro, si è dimostrato adatto a queste trasposizioni, è stata la pallacanestro, ovviamente riferendosi agli Stati Uniti.  Diversi cineasti, come Spike Lee,  da sempre grande appassionato, hanno raccontato efficacemente il riscatto sociale avvenuto anche grazie allo sport. Film come He got game, sono probabilmente l’esempio migliore riguardo a questo. La pellicola è incentrata sul rapporto conflittuale tra un padre, in carcere accusato di omicidio e il figlio, grande promessa con futuro in NBA.  Oppure Coach Carter, in cui Samuel L. Jackson è l’allenatore di una squadra composta da ragazzi disagiati che grazie a questo sport, riescono a dimostrare il proprio valore.
Ma perché la pallacanestro si dimostra così pertinente nel veicolare determinati messaggi, è così profondamente cinematografica dal punto vista estetico e soprattutto, rafforza il legame tra sport e cinema? Prima di tutto, è anche “frequentata” storicamente  da atleti provenienti da contesti non sempre facili. La possibilità, inizialmente, se si possiede talento, di ottenere borse di studio universitarie e poi provare a fare il grande salto verso addirittura le categorie più prestigiose, li spingono a individuare in questo sport un modo per imporsi, oltre che dal punto vista economico, anche socialmente. E poi il basket, grazie alle sue regole basiche, partendo da quella principale, ossia quella di far e passare la palla all’interno di un canestro non di enormi dimensioni, poi l’ obbligo del palleggio, elemento che evita la noia ma che invece crea pressione e la presenza del tempo non eccessivamente duraturo e privo di recuperi che non permette cali di tensione, sono caratteristiche che lo rendono attrattivo per il cinema.

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Ma anche altre discipline (sempre Made in USA),  hanno dimostrato  che il legame tra sport e cinema possa essere vincente.
Il footbal americano, per esempio è stato rappresentato sul grande schermo come uno strumento contro le ingiustizie. In Quella sporca ultima meta, il protagonista (Burt Reynolds), un ex campione finito in carcere ingannevolmente ,”sfrutta” il suo talento contro quel sistema corrotto  per ottenere alla fine la riabilitazione che meritava.  Visivamente, il football americano possiede della qualità che lo rendono appetibile agli occhi del cinema. Contiene la lotta, scontri duri e virili, si possono estremizzare alcune sequenze, come acrobazie e salti e il sangue che cola, e l’audience di massa può apprezzare.
Da questi casi, si evince che gli sport statunitensi sono i più adatti a trovare una sistemazione sul grande schermo, anche il baseball non è da meno. Il migliore e l’Uomo dei sogni riescono a comunicare storie commoventi e coinvolgenti che fanno presa sul pubblico.
E il calcio? Riesce ad avere un ruolo importante all’interno del binomio sport e cinema? A questa domanda, possiamo rispondere con molto raramente. Tra gli esempi felici, ricordiamo sicuramente Fuga per la vittoria, in cui accanto ad attori professionisti (Stallone e Caine), sono stati coinvolti una serie di calciatori celebri negli anni ’70 e ’80  e soprattutto “O Rei” Pelé. Esperimento riuscito, grazie anche all’ambientazione durante la seconda guerra mondiale, in cui i detenuti di un campo di prigionia approfittano di una memorabile partita di calcio contro i soldati nazisti non solo per fuggire come era deciso originariamente ma anche, per ottenere una sorta rivalsa contro il mostro rappresentato dalla Germania del Terzo Reich. Quel match storico, quindi, diventa durante lo svolgimento, molti di più di una semplice evento sportivo, è una partita carica di significati, dalla sopravvivenza alla voglia di primeggiare. Celebre la rovesciata di Pelé, grande gesto tecnico (come la “bicicletta di Ardilles) facilmente ammirabile al cinema. Poco credibile, invece, “Sly” come portiere, ma sono licenze cinematografiche apprezzabili. Negli anni 2000,  con Sognando Beckham, si tentò di costruire una storia di integrazione razziale e di genere (la protagonista di origine indiana) in cui una ragazza, grande ammiratrice del calciatore inglese, prova a divenire una calciatrice professionista, nonostante sia osteggiata dalla famiglia. Ma in generale, il calcio non è mai stato un sport molto cinematografico e non in grado di avere un ruolo importante nel connubio tra sport e cinema. Le ragioni dipendono dal gioco stesso, che non si presta a ritmi veloci, pochi contatti (nettamente meno rispetto al football americano) e una dualità davvero efficace la si può costruire solamente tra portiere e attaccante, insomma pochi elementi sui quali costruire la tensione. La trilogia Goal ha provato a rendere più avvincenti gli scontri in campo ma negli Stati Uniti, film con protagonista questo sport non riescono, nonostante la sua ascesa lì, a sfondare.
L’intensità del legame tra sport e cinema dipende dalla disciplina rappresentata, alcune riescono ad essere più adatte, altre come il calcio, nettamente meno ma sicuramente è uno strumento attraverso il quale raccontare storie dai significati multipli.

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