Hockey Club Novara, storia di un gigante ucciso dalla modernità (FOTO)

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Tra le goccioline di pioggia che bagnavano la terra delle risaie si avverte il grido entusiasta e festante dei tifosi. Lo si sente espandersi avvicinandosi al palazzetto. A quel “Palazzetto dello Sport” ribattezzato “Stefano Dal Lago”, in memoria di chi con la maglia azzurra e i pattini ai piedi lasciò questo mondo troppo presto. In una serata di settembre, quelle in cui da queste parti una piccola porzione di afa ancora attanaglia la gente e le zanzare aleggiano tronfie sull’acqua stagnante. Era il 27 settembre 1988, e il talento di Trissino vide in quella gara di Coppa Italia contro Forte dei Marmi le ultime luci della ribalta. Prima di chiudere gli occhi. Tristemente. Tragicamente.

Novara è stata per anni la “caput hockey” del Belpaese. Un posto dove in tanti hanno lasciato sportivamente le penne. Una squadra in grado di appuntarsi sul petto ben 32 coccarde tricolori. Quando, per caso, vedi su YouTube qualche immagine degli storici derby scudetto con Vercelli, con il palazzetto bollente e trasformato in vera e propria “bombonera” rimani sconcertato. Quel luogo è là, a pochi metri dallo stadio Silvio Piola. Laddove un derby delle risaie si è appena consumato. Quei metri sono pieni di storia. Perché la Basilica di San Gaudenzio, imponente simbolo cittadino con i 121 metri del suo campanile, ha visto sotto di sé pagine indelebili di sport e di vite vissute.

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Cammini con rispetto e ti avvicini a quel luogo di culto. E’ aperto. Anche se l’orologio si approssima alla mezzanotte. Dei pattinatori si stanno allenando al suo interno. Senti il profumo di quella gente ammassata, tanti anni prima. 2.500, sono quelli che poteva contenere l’impianto. Molti di più, forse 6.000, sono i tifosi che in diverse occasione ci sono entrati. Carichi d’amore, passione, striscioni e tamburi. Andatevi a vedere le immagini, se non lo avete mai fatto. E capirete che in Italia esiste una disciplina bellissima, come l’Hockey su pista, prontamente distrutta negli ultimi anni, dal poco interesse economico che vi gravita attorno.

Chiedete, se vi capita di passeggiare in questa zona di confine tra Piemonte e Lombardia, dell’Hockey Club Novara 1924. Io l’ho fatto. Al primo che mi è capitato a tiro entrando nel palazzetto. Guarda caso un ex giocatore di quella squadra. Uno che l’azzurro ce l’ha nel cuore. “Non esiste più” è la prima cosa che ha risposto alla mia domanda sullo storico club. Ed è vero. Dal 2009 l’HC Novara ha cessato tutte le sue attività sportive, pur non scomparendo di fatto (è mantenuta in stato di ibernazione dall’ultimo presidente Massimo Rapetto). Inutili sono stati i tentativi di dare un seguito al glorioso team. Oggi in riva all’Agogna e al Terdoppio esiste l’Hockey Azzurra Novara, che disputa la Serie B. Poco, troppo poco per una città che sa cosa vuol dire il fragore del successo e la gioia del trionfo.

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“Ci eravamo detti: se si vince, si continua. Se si perde, significa che non siamo all’altezza. E quindi dovremo smettere. Ma in cuore speravamo di aver fatto le cose per bene”. Una citazione che rende l’idea. Lino Grassi, uno tra i quindici fonfatori del club, disse queste parole poco prima di un derby con la Pro Vercelli. Il primo in assoluto. Chi abita abbondantemente al di sotto del Po, sa poco di questa romantica tenzone. Sfide, rivalità e storie d’altri tempi. Palazzetti pieni che conferivano ai nostri sport minori entusiasmo e dignità. Fattori lentamente in declino nell’era dell’ottimizzazione dei guadagni come unico obiettivo e delle televisioni pronte a elargire denaro soltanto verso quel calcio sempre più plastificato.

Restano delle immagini cardine del predominio novarese in campo hockeistico. Il ventunesimo scudetto, nella vincente era Ubezio degli anni ’80, che va ad eguagliare il numero di titoli dell’Olimpia Milano nel basket e della Juventus nel calcio, quasi a voler sottolineare com quel triangolo compreso tra Milano, Torino e Genova dei primi anni del ‘900, fosse redivivo. Per nulla scomparso. Poi ci sono le sconfitte brucianti in Coppa dei Campioni, contro Porto e La Coruna. Sogni svaniti e affogati, come il riso che le mondine coglievano e coltivavano, arrivando fieramente e leggendariamente anche nei racconti delle nostre maestre alle elementari.

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Restano scolpite nelle mura del palazzetto, oggi  vuoto e privo di quell’amore dei tifosi azzurri, le gesta del talento Marzella, ma anche le ultime imprese degli anni novanta. Con una città stretta attorno alla sua squadra, grande fonte di identità e orgoglioso riconoscimento. “E’ finito tutto, per ora”. Come mi ha nostalgicamente raccontato quell’uomo fermo a bordo pista, con la sua Coca Cola in mano. Gli si sono illuminati gli occhi parlando degli anni che furono. Si vedeva che il suo cuore aveva aumentato i battiti e voleva esprimere tutto ciò che ha vissuto. L’avvicinarsi alla porta avversaria, il dischetto che finisce in rete e l’esultanza del pubblico difficile da arginare. Un pubblico che vorrebbe raccogliere la sua squadra con meticolosità e amore. Proprio come quelle mondine, con il loro cappello e il loro fazzoletti, facevano nei campi. Amando la propria terra e sperando, un giorno, di esserne degne “madri”. Lo sono diventate. Alla stregua dell’Hockey Club Novara. Madre mai scomparsa di uno sport vivo e vegeto nel cuore dei novaresi.

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