Roberto D’Amico: “La pressione delle gare mi portava a cambiare e il mio surf non mi rappresentava più”

Pubblicato il autore: Masi Vittorio Segui

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Se il surf, spesso e volentieri, viene considerato come uno sport “di nicchia”, c’è chi ne ha fatto una ragione di vita, dedicandoci anima e cuore. E’ il caso di Roberto D’Amico, che ha deciso di raccontarsi alla “Gazzetta dello Sport“, in particolar modo dopo aver deciso di abbandonare le competizioni, per poter vivere, nel modo a lui più congeniale, questa passione: “Anche nelle gare lo fai per piacere, ma il tuo sarà sempre un surf impostato sul giudizio di qualcun altro, cavalchi l’onda per arrivare un punteggio. E a un certo punto mi sono reso conto che la pressione delle gare mi portava a cambiare e il mio surf non mi rappresentava più, lo facevo per ottenere qualcosa”. Di certo D’Amico non ha elemosinato successi, anzi. In carriera è stato per ben sette volte Campione d’Italia e settimo agli Europei in Marocco un anno fa.“Avevo 10 anni quando mamma Rosetta e papà Umberto mi portarono in macchina al King of the Groms, in Francia: era il 2003, la prima volta che vedevo l’Oceano. Arrivai in semifinale e chiusi quinto”. Ma cosa lo ha portato ad abbandonare le competizioni ufficiali? “Per ripensare me stesso. Non mi divertivo più, mi arrabbiavo, ero nervoso e triste, mi sentivo obbligato sempre a dover dare qualcosa a qualcuno, e non è questo il surf. Si è creato un grande seguito, la gente era felice di poter vedere le mie clip. Ed è arrivato anche il supporto che mi permette oggi di trasmettere agli altri ciò che faccio, la mia vera passionePrima, magari, capitava la gara in Brasile e oltre alla competizione non avevi modo di fare altro. Ora, invece, per me un viaggio significa conoscere i luoghi, le persone, la loro cultura. E cercare onde buone. Portare a casa una buona clip è come avere vinto una gara: il concetto è diverso, ma è sempre una sfida”. 

L’atleta del surf ha girato praticamente il mondo: dalle Hawaii all’Austalia, da Panama, passando per la California, fino al Nicaragua. “Viaggiando in questo modo hai più tempo per cercare di esplorare. Anche una meta gettonata, dove trovi tantissima gente in acqua, può nascondere vicino onde bellissime in solitudine. Ma per individuare uno spot così, dietro c’è un grande lavoro: la lettura delle mappe, dei venti, dei fondali. E’ un vero e proprio investimento, anche perché è una scommessa. Magari si decide di andare a Sumatra, dove non si conosce niente, e puoi trovare onde buone come il nulla. E se troviamo un posto che i ‘locals’ (i surfisti del luogo) non vogliono condividere con altri, allora noi lo teniamo segreto, credo sia giusto. I nostri sono viaggi low budget e, soprattutto, viviamo sempre secondo la cultura del Paese in cui stiamo”.

Potrà essere considerato, come già detto, uno sport non molto”popolare”, ma sa trasmettere a chi lo pratica grandi passioni: “E io cerco di ricordare che il surf permette a chi lo fa di esprimere il proprio carattere. Poi c’è chi ha la fortuna di riuscire a farlo anche in gara, come Leonardo Fioravanti, che è competitivo e perfetto al massimo. Lui ha il suo obiettivo e lo persegueSiamo cresciuti surfando le stesse onde, siamo grandi amici, ci confidiamo su qualsiasi cosa. Lui e la sua forza di volontà sono una ispirazione per tutti i bambini che vogliono arrivare, in un mondo in cui il nostro sport non è in cima a quelli che contano”.

Infine, il surfista si è soffermato sui Giochi del 2020 a Tokio, evento che potrebbe farlo tornare sui propri passi: “Vorrò esserci, non negherei mai la mia presenza. Sono orgogliosamente italiano e sono convinto che con un team ben costruito si possa portare in alto il nostro tricolore. Poi avrò tutto il tempo per tornare alla ricerca delle mie onde”.

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