Steven Bradbury, l’ultimo uomo rimasto in piedi.

Pubblicato il autore: Francesco Saverio Simonetti Segui

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Salt Lake City del 2002, Olimpiadi invernali, 1000 metri, specialità short track.

Nei quarti di finale, i favoritissimi alla vittoria sono lo statunitense Apolo Ohno e il canadese Marc Gagnon. I due americani si danno battaglia dal primo all’ultimo giro, poi lo statunitense prende il largo, e il secondo viene squalificato per una spinta sul giapponese Noaya Tamura.

Nello short track passano in due nelle batterie, l’australiano Steven Bradbury approfitta della squalifica del canadese, della caduta del giapponese e passa in semifinale.

In semifinale, il coreano Kim Dong-Sung è secondo, ma nell’ultimo giro perde l’equilibrio in seguito a un contatto e finisce a bordo pista. Nel rettilineo finale il giapponese Satoru Terao scivola e si trascina il canadese Mathieu Turcotte. Bradbury, che è sempre stato nelle retrovie, al traguardo passa come secondo, alza le mani, e si trova in finale.

Per la finale (video in fondo) si sono qualificati due campioni: il cinese Jiajun, il canadese Turcotte ripescato, e due autentici fenomeni della specialità. Lo statunitense Ohno e il coreano Ahn Hyun-Soo.

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All’ultima curva, sono tutti attaccati, tranne uno. Steven Bradbury.

Jiajun, al terzo posto, ha un contatto con Ohno, perde l’equilibrio e scivola a bordo pista, nel finire fuori, tocca con la mano sinistra il pattino destro di Ahn Hyun-Soo, il coreano cade e si porta con sé Ohno destinato alla vittoria. Il canadese Turcotte più staccato, non riesce ad evitare l’ammasso e sono tutti fuori. Tutti sul ghiaccio, tranne uno. Ohno, prova a rialzarsi per un tentativo disperato, ma non c’è più nulla da fare. L’australiano Steven Bradbury è medaglia d’oro!

«Tra chi ha successo nel suo campo, nessuno appare un paio di settimane prima di ottenere un grande risultato. Non esiste. Vale anche per me. L’ho già detto in passato: non ho accettato la medaglia d’oro per quel minuto e mezzo di gara, ma per i dodici anni di carriera che mi hanno portato fino a quel minuto e mezzo»

Queste le parole rilasciate da Steven Bradbury al Daily Telegraph australiano dopo la finale.

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Già perché con Salt Lake City, l’australiano ha chiuso il suo personale cerchio.

La carriera dell’australiano era destinata a buoni risultati, grazie alla vittoria della medaglia di bronzo nei 5000 m staffetta alle Olimpiadi invernali di Lillehammer nel 1994 e alla conquista, nella stessa specialità, di tre medaglie mondiali: oro nel 1991, bronzo nel 1993, argento nel 1994.

Nel 1994, dopo i Giochi Olimpici, in una prova dei 1500 m individuali di Coppa del Mondo a Montreal, riporta una profonda ferita all’arteria femorale, causata dalla lama di un pattino dell’italiano Mirko Vuillermin, con il quale si scontra, perdendo 4 litri di sangue e rischiando addirittura la morte. Occorreranno ben 111 punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione, ma l’incidente ne mina irreversibilmente il talento. I pattini dell’italiano gli hanno passato il quadricipite da parte a parte.

Subisce, poi, un altro grave infortunio in allenamento nel 2000, quando si frattura il collo, sbattendo a bordo pista.

Prima della finale inaspettata, sempre al Daily Telegraph australiano dichiarò:

«Speravo soltanto di trovare un’energia inaspettata nelle mie gambe, ma ero piuttosto scettico a riguardo: ero il più vecchio di tutta la competizione. Devi correre quattro gare in due ore e ti fanno fare solo mezz’ora di pausa. Non era realistico, per me, fare quattro gare in quel lasso di tempo. Non ero più nel fiore degli anni. Non avevo più le capacità di recupero di un tempo»

Scelse quindi una strategia ben precisa. Aspettare staccato nelle retrovie, sperando in una serie di scontri che lo portassero a medaglia.

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Il video della finale

Salt Lake City è stata la sua ultima apparizione. In Australia è diventato un autentico idolo, gli è stato dedicato un francobollo – è il primo atleta dell’emisfero australe a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi Invernali – ed è entrato nel linguaggio quotidiano. “Doing a Bradbury” viene spesso detto per chi compie un miracolo sportivo in circostanze piuttosto fortuite.

La favola Steven Bradbury commentata dalla Gialappa’s

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