Il doping e le olimpiadi: un’eterna battaglia

Pubblicato il autore: Emilio De Cesare Segui

il doping e le olimpiadi: un'eterna battaglia
A pochi giorni dall’apertura dei giochi olimpici di Rio de Janeiro vengono alle luce nuovi casi di doping. A tenere banco è soprattutto la questione Russia, cui la Cio ha concesso regolarmente la presenza a questa edizione dei giochi. Nelle ultime ventiquattrore, poi, sono stati segnalati i casi della pallavolista italiana Victoria Orsi Toth, esclusa dal team azzurro; e del judoka sammarinese Karim Gharbi, in attesa della decisone ufficiale della federazione internazionale di judo.
Purtroppo questa è una storia che non è destinata a finire. Già durante i primi giochi olimpici nell’antica Grecia, gli atleti facevano uso di sostanze “dopanti”. In quel caso si trattava solamente di estratti di erbe e funghi. L’intento era sempre lo stesso: migliorare le proprie prestazioni fisiche per ottenere la migliore performance.
Oggi, con l’avvento degli stimolanti di sintesi, è cambiato anche il metodo doping. L’obiettivo è quello di alterare alcune funzioni del corpo umano durante la pratica sportiva e gli sforzi intensi. Si può dire che per ogni disciplina esiste un doping differente. I medicinali utilizzati hanno tutti un diverso meccanismo di azione e un diverso indice di pericolosità. Ci sono medicinali che intervengono direttamente sul sistema nervoso centrale: in questo modo l’atleta ha una minore, o quasi nulla, percezione della fatica.

Per contrastare il fenomeno doping nel 1999 venne fondata, a Losanna, l’agenzia mondiale anti-doping (WADA secondo l’acronimo inglese). Quest’organo è stata una volontà del comitato olimpico internazionale che, durante i suoi primi anni di esistenza, ha finanziato interamente i progetti. L’attività del wada si basa principalmente la salvaguardia dei valori dello sport quali l’etica, la dedizione l’unione e la solidarietà. Per questo motivo l’agenzia ha enunciato il proprio programma di lotta al doping attraverso la creazione di un codice. Il fine è quello di favorire l’impegno nel campo delle politiche antidoping. 

L'atleta Ben Johnson risultò positivo agli steroidi dopo la finale dei 100 metri nei giochi olimpici di Seul del 1988

L’atleta Ben Johnson risultò positivo agli steroidi dopo la finale dei 100 metri nei giochi olimpici di Seul del 1988

Nella storia delle olimpiadi ci sono stati casi di atleti risultati positivi al doping. Alcune volte si è trattato di veri e propri campioni: la delusione rimane sempre tanta.
Ben Johnson fu campione olimpico dei 100 metri ai giochi di Seul del 1988. Il suo oro e il suo nuovo record mondiale gli regalarono la felicità solamente per qualche giorno. Fu trovato positivo agli steroidi in seguito ad un prelievo delle urine. In seguito l’atleta confessò che anche in occasione dei mondiali del 1987 si servì di alcune sostanze dopanti per aggiudicarsi il primato mondiale.
Stesso destino toccò all’atleta statunitense Marion Jones. Le medaglie conquistate ai giochi di Sydney del 2000 (tre d’oro, nei 100 e 200m e nella staffetta 4x400m e due di bronzo, nel salto in lungo e nella staffetta 4x100m) vennero revocate nel 2007 quando si scoprì un coinvolgimento dell’atleta con la casa farmaceutica BALCO.
Più recente, invece, il caso doping che coinvolse l’atleta Alex Schwazer. Dopo una prima rinuncia alla 20 km dei giochi di Londra del 2012 fu trovato positivo all’EPO e quindi squalificato dal CONI. Scontata la squalifica, c’è ancora una possibilità di vederlo partecipare ai giochi olimpici di Rio.
Lo spettro del doping, purtroppo, continua a tormentare uno dei più belli e più antico evento sportivo del mondo.

 

Per saperne di più:
Il caso Schwazer
Agenzia anti-doping Wada
Il caso Russia
Il post- casi di doping durante le olimpiadi

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