Rio 2016, il valore dei Giochi Olimpici oggi

Pubblicato il autore: Eleonora Belfiore Segui

olimpiadi

Un tripudio di danze, colori e voci, ha chiuso la trentunesima edizione dei Giochi Olimpici in quel di Rio.
Tanti secoli sono trascorsi da quel lontano 776 a. C che vide la città di Olimpia celebrare per la prima volta i Giochi Olimpici. Ogni quattro anni, nella cornice dell’incantevole città, i Greci cessavano di essere  Ateniesi, Tebani, Spartani e diventavano fratelli legati alla terra ed alla loro comune identità culturale: erano solo Greci. Ogni contesa si assopiva cosicché tutti potessero prendere parte ai Giochi. Il tempo delle Olimpiadi era dunque un tempo di pace e prosperità. La leggenda narra che in principio fu Saturno a scegliere Olimpia come campo di gara. Altri raccontano che Pélope deciso a sposare Ippodamia, avesse sfidato il padre di lei, Enomao, nella corsa sul carro; che fosse stato grazie alla corruzione dell’auriga o ai destrieri alati donatigli da Poseidone, Pélope conquistò la vittoria e con essa la mano della fanciulla.
I Giochi olimpici rappresentarono per secoli un momento di unione e coesione, in un mondo dilaniato da contrasti politici ed economici. Che cosa rimane, oggi, di questa tradizione? Tutto o forse niente.
La  stessa natura internazionale e in un certo senso sovranazionale dei Giochi Olimpici, applicata alla storia geopolitica contemporanea, spalanca le porte ad una lettura più “complessa”  e ricca di punti oscuri dei Giochi. Sin dal loro esordio, la storia moderna delle Olimpiadi  si interseca, inevitabilmente con le vicende storiche e politiche. Nelle intenzioni del loro promotore, il barone Pierre de Coubertin (1863-1937), le Olimpiadi nascevano con il nobile obiettivo di rilanciare lo sport  e l’amicizia tra i popoli.  Eppure, nelle prime edizioni, vennero organizzate anche le cosiddette “Giornate antropologiche” volte a denigrare le razze giudicate “inferiori” e i “fenomeni da baraccone”.Tra  le vicende storiche e politiche più recenti che hanno inciso profondamente sulle Olimpiadi  ricordiamo: la strage di Monaco nel 1972 che colpì brutalmente gli atleti israeliani fra cui lo sfortunato Yossef Romano, orribilmente torturato e ucciso, la defezione di di molti paesi africani alle Olimpiadi di Montreal del 1976 per protesta contro la presenza della Nuova Zelanda, accusata di “sostenere”, in un certo senso, il Sudafrica dell’apartheid; il boicottaggio statunitense alle Olimpiadi di Mosca del 1980, dopo l’invasione dell’Afghanistan da parte dei sovietici ed il successivo boicottaggio sovietico delle Olimpiadi del 1984 a Los Angels, come ritorsione politica. Andando indietro, già al suo esordio, le Olimpiadi si intrecciarono con la grande Storia e si sfiorò l’incidente politico in più di una occasione: infatti, nel primo comitato olimpico, presieduto dallo stesso barone de Coubertin, vi era un rappresentate della Boemia e uno dell’Ungheria, agguerrite regioni dell’Impero austro-ungarico; non c’era invece nessun rappresentante della Germania, che cercò fino all’ultimo e inutilmente di boicottare i primi  Giochi Olimpici. Al momento di organizzare le Olimpiadi di Anversa del 1920, le prime dopo l’orrore della Prima Guerra Mondiale, gli organizzatori non invitarono la Germania e tutte le altre nazioni sconfitte, considerate colpevoli della guerra. L’esclusione di queste nazioni, osteggiata dallo stesso de Coubertin che temeva un nuovo incidente diplomatico, venne mascherata come incidente tecnico dovuto ad un errore nell’invio degli inviti!
Poco più di quindici anni dopo, a Berlino nel 1936, le Olimpiadi mostrarono al mondo il loro lato più oscuro.  La scelta di Berlino come sede olimpica, risaliva a prima dell’avvento dei nazisti. Josph Goebbels, lo stratega della comunicazione e della propaganda, convinse Hitler dell’importanza delle Olimpiadi come evento in grado di conferire prestigio al regime e di esaltare la purezza della razza ariana anche sul piano sportivo. Hitler pretese che venisse realizzata un’imponente macchina organizzativa. Per imprimere ancora di più la propria immagine all’evento, Hitler affidò alla regista Leni Riefenstahl mezzi straordinari: il risultato fu il controverso film “Olympia”. Sotto una superficie di tolleranza e volontà di pace, i nazisti mantennero saldi i loro principi e Hitler evitò con cura di premiare le vittorie dell’atleta afroamericano Jesse Owens.
Secondo John Hoberman, in quanto attività che coinvolge i corpi, lo sport non può sfuggire alle ideologie: lo sport drammatizza il corpo e lo trasforma quasi in un palcoscenico dove  è possibile veicolare, nel bene o nel male, certe ideologie. Ed è proprio quello che è avvenuto nella storia millenaria dei Giochi, fatta di tantissime luci e qualche ombra…
Lontano da Berlino 1936, ci siamo ritrovati a denigrare pubblicamente Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari, che invece di essere pubblicamente, sono state bollate come “il trio delle cicciottelle”, una vicenda che ci ricorda, drammaticamente, che il culto del corpo perfetto non deve essere mai essere messo in discussione, specie se a farlo è una donna…
Se oggi ci siamo ritrovati a discutere di questo, allora, in qualche modo, abbiamo tradito il messaggio dei Giochi Olimpici. Ci muoviamo ancora più dei nostri antenati in una linea d’ombra che rende tutto più sfumato, più difficile.
In un tempo che ripudia la lezione che millenni di storia hanno voluto offrirci come memento e che ripete da sciocco testardo gli orrori del passato, addirittura ingigantendoli, ci meritiamo ancora le Olimpiadi? E soprattutto, le comprendiamo per ciò che rappresentano?
Il linguaggio del gioco e dello sport, come quello dell’arte, della danza, della musica, della poesia, è una lingua universale. Il valore della pace è parte dello Spirito Olimpico fin dalle origini: nell’antica Grecia, in occasione dei Giochi veniva annunciata la cosiddetta “tregua sacra”. La pratica sportiva ha come scopo il miglioramento ed il rispetto dell’avversario. Non sempre lo sport può fermare la guerra, ma spesso contribuisce a distendere le relazioni tra due Paesi: nel 1974, proprio una partita di ping-pong fra la squadra statunitense e quella cinese aiutò a creare un clima più disteso tra USA e Cina. Nei Giochi Olimpici, l’onore era tutto: vincere con onore significa vincere in modo corretto; perdere con onore significa aver gareggiato con impegno e accettare serenamente la sconfitta. Si rende onore al proprio avversario stimandolo, si rende onore al proprio paese dando il meglio di sé.
Ed infine l ’ultima parola, la gloria. Vincere la medaglia olimpica era il simbolo di una gloria da consegnare all’immortalità. Una lezione che dovremmo tutti riscoprire….
Ma poi arrivano le immagini della neozelandese Nikki Hamblin che finisce a terra portandosi “dietro” l‘atleta statunitense Abbey D’Agostino. Hamblin, a questo punto, l’aiuta a rialzarsi e aspetta l’avversaria per ripartire, anche se zoppicante. Ed allora pensi che non tutto è stato vano, non tutto è andato perduto. E forse c’è ancora speranza per tutti noi ….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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