Vincitori e vinti di Rio 2016, l’Olimpiade che non s’aveva da fare

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui
Il maratoneta Vanderlei da Lima accende il braciere olimpico di Rio 2016

Il maratoneta Vanderlei de Lima accende il braciere olimpico di Rio 2016

 

Sta per andare in archivio la XXXIesima edizione dei Giochi Olimpici di Rio 2016: una edizione che sembrava partita con il piede sbagliato ma che lungo queste due settimane ha fatto dimenticare al pubblico di tutto il mondo i problemi – organizzativi, politici e sociali – che per mesi hanno furoreggiato nelle notizie che arrivavano dal Brasile. O quasi, perché forse non tutto è filato liscio ma in fin dei conti in quel di Rio possono comunque tirare un sospiro di sollievo e poter esclamare “anche questa è andata”. Ma vediamo nel dettaglio il bello ed il meno bello di queste Olimpiadi, senza avere la pretesa di possedere l’ultima parola ed approfondendo le prestazione azzurre.

La partenza in salita di Rio 2016

Una Olimpiade partita con il piede sbagliato, si diceva, tra zanzare untrici di virus, crisi istituzionali, impeachment, presidenti che si dimettono gridando al golpe, proteste di piazza, impianti ed infrastrutture incompiute o che cadevano a pezzi e persino lo Stato di Rio de Janeiro che dichiara bancarotta: c’erano tutti i presupposti per immaginare drammaticamente spacciati questi giochi ed invece, come è successo per altri eventi che sembravano con un piede nella fossa come i Mondiali di calcio in Sudafrica nel 2010 o quelli nello stesso Brasile del 2014 (e forse anche i Mondiali 2018 in Russia) tutta la polvere è finita sotto il tappetto all’accensione della fiaccola olimpica (potere degli sponsor?). Che poi certo, non è che sia tutto andato così bene, ne sanno qualcosa i poveri sventurati su cui è piombata una telecamera sospesa nei pressi degli impianti olimpici, per non parlare dei piccoli disastri organizzativi e logistici (i collegamenti infrastrutturali tra gli impianti, l’effetto straniante dello stadio dell’atletica senza il braciere olimpico) ma tutto sommato ad oggi l’evento olimpico ha retto e il pubblico di casa ha risposto con entusiasmo (pure troppo, chiedere al fischiatissimo argento nell’asta Renaud Lavillenie e ai suoi infelici paragoni): considerando inoltre il fatto che siamo in tempi di guerra, il comitato organizzatore di Rio 2016 può già tirare un sospiro di sollievo (Ryan Lochte permettendo) . E siamo riusciti più o meno a superare gli scandali doping che hanno decimato la rappresentativa russa e le liste degli atleti non puliti delle precedenti edizioni di Pechino e Londra pubblicati pochi mesi prima dell’inizio di Rio 2016; anche se, con il senno di poi, un minimo di apprensione per il prossimo rapporto Wada su questi Giochi c’è.
Una Olimpiade partita con la cerimonia di apertura più inconsistente ed esangue di questo secolo, il cui colpo di scena finale del maratoneta Vanderlei de Lima‎ come ultimo tedoforo ci ha salvato dagli sbadigli di coreografie trite e ritrite e l’ansiogena pubblicità progresso del global warming fuori tempo massimo, in spregio ai megawatt sparati dal Maracana (quattro anni fa, a Londra, la regina si gettava con il paracadute sullo stadio olimpico, per dire).
Spiace per la regia italiana ma evidentemente il budget era quello che era, e pure le idee a quanto pare.

Gli atleti di Rio 2016

Gli atleti più vincenti di queste Olimpiadi: i nuotatori Ledecky e Phelps e la ginnasta Biles

Gli atleti più vincenti di queste Olimpiadi: i nuotatori Ledecky e Phelps e la ginnasta Biles

Ma veniamo adesso al vero protagonista di una Olimpiade: non proprio gli sponsor (mica siamo ad Atlanta) ma lo sport. Anche questi Giochi ci hanno regalato imprese sovrumane da atleti a cui non avremmo potuto chiedere di più: a cominciare da Phelps, che non pago di aver battuto ogni record dell’Era Moderna ha incominciato a stracciare quelli di più di duemila anni fa; Bolt, che ormai dei record può fregarsene altamente e si avvia verso la leggenda con gli ori conquistati e la new entry olimpica, la giovane ginnasta americana Simone Biles, che con la sua storia personale rinnova l’American Dream e salta – o meglio, si libra nell’aria – un metro in più rispetto alle colleghe richiamando i fasti della Comaneci con il suo perfect ten.

Perché alla fine le Olimpiadi sono questo: storie di atleti che per quattro anni non sentiamo neppure di sfuggita, imprese di sportivi che per un giorno toccano la gloria davanti ad un mondo che, colpevolmente o meno, fino a quel momento gli ha ignorati (il record dell’etiope Almaz Ayana nei 10000 metri e quello del ciclismo su pista del quartetto azzurro maschile e della Gran Bretagna); storie edificanti di atleti che, seppur azzoppati, si aiutano a vicenda per tagliare un traguardo (la neozelandese Hamblin e l’americana D’Agostino nei 5000 metri); storie di sportivi che in mondovisione ci fanno vedere quanto possa essere dolorosa la loro vita di atleti (le fratture horror del ginnasta francese Ait Said, della ciclista olandese Annemiek van Vleuten e del pesista armeno Andranik Karapetya); storie di atleti che con i loro gesti, siano sorprendenti come la bandiera europea sventolata sul podio da Elisa Di Francisca o sconsiderati come il comportamento del judoka egiziano che nega la stretta di mano all’avversario israeliano, si caricano di significati che vanno oltre lo sport e diventano universali o più brutalmente politici; storie, infine, di sportivi che sembrano della domenica ma che ogni quattro anni possono avere il loro momento di gloria: mai come in questa Olimpiade hanno fatto rumore gli atleti un po’ sovrappeso come la comunque leggiadra ginnasta messicana Alexa Moreno e l’idolo del web, il nuotatore etiope Robel Kiros Habte (a proposito: com’è che una donna un po’ in carne venga massacrata di insulti ed un uomo invece portato in trionfo? Misteri dei social). Che poi noi a italiani questa faccenda dei cicciotelli ci è pure sfuggita di mano, ma questa è un’altra storia.


Chiudiamo con un piccolo bilancio della nostra spedizione, partendo dai flop (alcuni a sorpresa) delle nostre Caporetto nel nuoto, scherma e boxe (escludendo la sfortuna del povero Tamberi ed il caso Schwazer, che divide gli italiani come un referendum costituzionale e meriterebbe altro spazio che non sia questo).

I flop italiani di Rio 2016

L'Italia della boxe conclude l'avventura di Rio 2016 con zero medaglie

L’Italia della boxe conclude l’avventura di Rio 2016 con zero medaglie

Il nuoto non può prescindere dalla nostra portabandiera, Federica Pellegrini, su cui ormai si è detto di tutto: bisogna però ammettere che l’atleta veneta frequenta le corsie delle piscine olimpiche e mondiali dal 2004, mentre in questi anni delle giovani e rampanti nuotatrici si sono fatte strade per occupare il suo trono così come fece lei con la Manadou: a tal proposito, è illuminante guardare il podio della gara preferita dalla Pellegrini (in cui si è classificata quarta), i 200 stile libero, dove troviamo avversarie di pregio classe anni 90 come la svedese Sarah Sjöström, la neozelandese Emma McKeon e soprattutto lei, l’americana Katie Ledecky, un fenomeno capace di infrangere un record perfino se si fa la doccia. Alla Pellegrini tutto la nostra gratitudine per quanto ha raccolto in questi anni, ma Rio 2016 è stata defintivamente siglato il passaggio di consegne al nuovo simbolo del nuoto italiano: Gregorio Paltrinieri, il cui oro conferma una carriera in cui ha vinto tutto ciò che c’era da vincere tra Europei e Mondiali e che ha ricevuto pure la benedizione di Michael Phelps (scusate se è poco). Discorso a parte merita Tania Cagnotto, capace di vincere con la Dallapé un argento e da sola un bronzo, al netto delle invincibili cinesi, e pareggiare i conti finalmente con l’unica manifestazione che mancava alla sua parure di vittorie, ovvero l’Olimpiade.
Escludendo San Gregorio Magno, il bronzo di Gabriele Detti,l’argento di Rachele Bruni nelle acque libere, la spedizione del nuoto è stata piuttosto deludente, da anno zero, come lo è stata quella della scherma: la punta di diamante dei nostri sport nei palcoscenici mondiali quest’anno ha un po’ deluso, regalandoci sì la gioia dell’oro di Daniele Garozzo e gli argenti di Rossella Fiammingo, Elisa Di Francisca e della squadra maschile di spada (in finale per la prima volta dopo sedici anni) ma fermando il conto delle medaglie a 4 contro le 7 (con tre ori) di Londra 2012.
Disastrosa la boxe: zero medaglie per la spedizione guidata da Clemente Russo (che si è concesso anche una polemica con i giudici e persino contro il commentatore ed ex campione olimpico Patrizio Oliva) e i compagni di squadra Tommasone, Mangiacapre, Vianello, Cappai e Manfredonia; anche Irma Testa, prima donna italiana sul ring olimpico, paga l’inesperienza e la pressione contro una avversaria tosta come la campionessa del Mondo francese Mosselly: ma, vista la sua giovane età, saprà rifarsi. Della nouvelle vague del pugilato dilettantistico che ha animato il panorama azzurro in questi anni (Russo, Cammarelle, Picardi, Valentino, Mangiacapre) resta ben poco se ci limitiamo ai risultati di Rio, da dove, per la prima volta in questo secolo, torniamo a casa a secco di medaglie.

I trionfi azzurri a Rio 2016

Per L'Italia del Tiro una Olimpiade da ricordare: nella foto, l'oro e l'argento nello skeet femminile, Bacosi e Cainero

Per L’Italia del Tiro una Olimpiade da ricordare: nella foto, l’oro e l’argento nello skeet femminile, Bacosi e Cainero

Fortunatamente Rio 2016 ha riservato all’Italia più di una soddisfazione grazie alle nuove leve e ad inaspettate conferme.
Partiamo dallo sport che ha fatto la parte del leone, ovvero il tiro sportivo: l’Italia ha racimolato 7 medaglie, 4 ori e 3 argenti tra veterani (Cainero, Campriani) e new entry olimpiche (il figlio d’arte Gabriele Rossetti) che hanno sbaragliato gli avversari in più specialità: a Rio 2016 ci siamo riscoperti come popolo di tiratori scelti, insomma.
E’ stata l’olimpiade dei giovani con il 200esimo oro dello sfrontato e vincente judoka Fabio Basile e quello inaspettato del più pacato fiorettista Daniele Garozzo; ma non hanno sfigurato i veterani come Elia Viviani che nell’Omnium (ciclismo su pista) si prende la rivincita sbaragliando gli avversari dopo il deludente quarto posto di Londra 2012. Menzione d’onore anche per la Nazionale di ciclismo su strada del ct Cassani che, al netto della sfortunata caduta di Nibali, ha dato un’ottima prova di squadra trovando la quadratura del cerchio dopo una serie di tentativi andati a vuoto durante il nuovo corso del selezionatore di Faenza.
In chiaroscuro invece le notizie dagli sport di squadra: se la pallavolo maschile arriva in semifinale (confermando una continua presenza ai vertici da Atlanta 1996) quella femminile incassa una serie di sconfitte che compromettono definitivamente la sua presenza a Rio; se la pallanuoto femminile va in finale sperando di ritornare a casa con un oro come ad Atene 2004, quella maschile perde in semifinale contro la Serbia in una partita piena di rimorsi e rimandando l’appuntamento con l’oro che manca da Barcellona 92. Sempre nell’attesa che tornino ai Giochi basket e calcio azzurri.
Menzione speciale al beach volley della coppia Lupo e Nicolai che in finale si sono arresi alla coppia brasiliana ma concludono l’avventura olimpica con uno splendido argento dopo un torneo certamente altalenante ma pur sempre al cardiopalma, coronando così una carriera da annali dello sport italiano.

Se Malagò aveva cautamente previsto 20 medaglie, a pochi giorni dalla chiusura ci avviciniamo ai risultati di Pechino (27 medaglie, di cui 8 ori) e Londra (28, sempre 8 ori) con 24 medaglie di cui 8 ori al collo dei nostri atleti: nonostante la diffusione della pratica sportiva in Italia resti al di sotto della media europea e la limitata presenza dello sport nelle scuole (dati Libro Bianco del Coni 2012)  restiamo sempre saldi nella top ten olimpica, rispettando la continuità di piazzamento che ci caratterizza  da Barcellona 1992 a Londra 2012.

 

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