La protesta dei giocatori della NFL contro le violenze della polizia ai danni degli afroamericani

Pubblicato il autore: Daniele Caroleo Segui

giocatori della NFL

Il gesto compiuto dai alcuni giocatori della NFL domenica 11 settembre, per certi versi ricorda quello di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico, nel 1968, rispettivamente medaglia d’oro e medaglia di bronzo nei 200 metri di quella edizione dei giochi. Sul podio, i due atleti afroamericani con le medaglie al collo, appena iniziano a risuonare le notte dell’inno statunitense, chinano la testa ed alzano il pugno guantato di nero al cielo. Un messaggio forte, inviato al mondo intero, per protestare contro la situazione nei confronti dei neri americani e per evidenziare i numerosi diritti negati a quest’ultimi.

Tornando ai tempi sicuramente più recenti, nel corso della giornata di campionato di domenica 11 settembre, un giorno per altro molto particolare negli Stati Uniti visto che ricorreva il quindicesimo anniversario dal tragico attentato alle torri gemelle, alcuni giocatori della NFL hanno compiuto dei gesti di protesta molto simili a quello descritto poc’anzi, per manifestare pubblicamente il proprio dissenso contro le violenze pepetrate dalla polizia ai danni degli afroamericani.

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Ad esempio Arian Foster, Kenny Stills, Michael Thomas e Jelani Jenkins, tutti appartenenti ai Miami Dolphins, si sono messi in ginocchio durante l’esecuzione dell’inno prima dell’inizio della loro partita a Seattle. Così come hanno fatto Jeremy Lane dei Seahawks, anche se poi ha deciso di rimanere in piedi in coerenza con la decisione del resto della squadra, ed Eric Reid dei San Francisco 49ersMarcus Peters dei Kansas City Chiefs ha invece sollevato il pugno, così come Jurrell Casey, Jason McCourty e Wesley Woodyard, dei Tennessee Titans. Lo stesso gesto per altro fatto anche da Devin McCourty e Martellus Bennett, dei New England Patriots, ma solo dopo la conclusione dell’inno. Alcuni giocatori dei Packers, dei Jaguars e dei Texas hanno inoltre voluto tenere le cime delle bandiere giganti stese sul campo durante l’inno, mentre i Chiefs hanno assunto una posizione unitaria decidendo di incrociare tutti le braccia come segno di solidarietà. Senza dimenticare che in occasione del primo anticipo di giornata, giocato giovedì, anche Brandon Marshall dei Denver Broncos si era messo in ginocchio durante l’esecuzione dell’inno statunitense. Gesti analoghi, infine, sono stati adottati anche da diversi giocatori delle squadre universitarie americane.

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Una protesta silenziosa, ma comunque molto eloquente, messa in atto contro le violenze e la brutalità delle forze dell’ordine statunitensi nei confronti della popolazione afroamericana. Una protesta che segue, di fatto, l’esempio del quarterback dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick che per primo si era rifiutato di stare in piedi, con la mano sul cuore, nel corso dell’inno americano, in occasione delle partite di precampionato.

“Mi rifiuto di alzarmi e mostrare orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime la gente di colore e le minoranze. Per me questa presa di posizione è ben più importante del football e sarei un egoista se mi girassi dall’altra parte. Ci sono corpi per le strade e gente pagata per farla franca. Questo è un messaggio di indignazione per gli omicidi che stanno insanguinando le strade. Penso che molti giocatori della NFL si sentano come me, ma sono solo nervosi sulle conseguenze di manifestarlo pubblicamente. Ed è tragico quando i giocatori non si sentono liberi di dire quello che pensano sia giusto perché ne temono le conseguenze”, aveva dichiarato lo stesso Colin Kaepernick nei giorni scorsi.

Un gesto che ha scatenato, ovviamente, innumerevoli polemiche. Sulla questione è intervenuto anche il Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha esplicitamente difeso chi sta “esercitando il proprio diritto costituzionale a fare una legittima dichiarazione di protesta“. Mentre intanto molti veterani di guerra, tramite l’hashtag  #VeteransForKaepernick, hanno espresso solidarietà ai giocatori della NFL autori di questi gesti.

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Al termine delle partite di domenica uno dei protagonisti di questa protesta, Arian Foster, atleta dei Miami Dolphins, impegnato e attivista, ha avuto inoltre modo di ribadire ulteriormente la sua posizione: “Sono nero. Adoro esserlo, e ho deciso di supportare Colin Kaepernick in quello che sta facendo per accrescere l’attenzione sul sistema giudiziario americano”.

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