Giusy Versace: “Non sono Wonderwoman”

Pubblicato il autore: giammarco bellotti Segui

Giusy-Versace

Giusy Versace, una delle atlete italiane più famose che hanno partecipato alle Paralimpiadi, ha rilasciato un’interessante intervista al portale Lifegate.it. Noi vi proponiamo gli estratti più interessanti con la speranza che possa trasmettere quei valori fondamentali dello sport che si stanno perdendo nelle varie discipline.

Come hai vissuto le tue prime Paralimpiadi?
Inizio a realizzare ora di essere stata davvero lì. Sono molto felice, perché era un obiettivo che mi ero prefissata da tempo. È stata una grande vittoria essere lì e avere la mia famiglia in tribuna che tifava per me. C’erano mio fratello – che ormai è la mia ombra – il mio fidanzato, un mio carissimo amico e mia madre e mio padre, che sono divorziati e sono riusciti a non litigare per tutta la settimana. Una grande tifoseria, insomma.

Qual è l’aspetto più bello dello sport paralimpico?
Sicuramente la possibilità che ti dà di confrontarti. Questa è una cosa che molti non riescono a vivere nella quotidianità. Quando hai un handicap vivi un po’ nel tuo mondo e pensi di esse l’unico, lo sfigato di turno. Ti guardi attorno e nessuno è come te. Lo sport invece ti aiuta ad uscire di casa, a confrontarti e a incontrare altre storie come le tue o anche più gravi. Io, quando alla sera mi stacco le gambe e vado a dormire mi dico, “Sai che c’è? Alla fine non mi é andata poi così male”. Un’altra cosa bella è che ti permette di superare i tuoi limiti e raggiungere obiettivi che magari non avresti mai immaginato di raggiungere.

Nel 2012 eri andata molto vicina a partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Cosa successe?
La Federazione mi escluse a pochi giorni dalla partenza e rimasi a casa come riserva. Ci rimasi molto male. Tanto da pensare di abbandonare tutto. Poi il mio allenatore mi ricordò i veri motivi per cui avevo iniziato a correre e Sky mi chiese di commentare i giochi. Tutto questo mi fece tornare la voglia di scendere di nuovo in pista e così in questi quattro anni mi sono allenata con tanta costanza e determinazione.

A proposito di delusioni. Come hai vissuto la squalifica a Rio nella gara dei 400 metri?
Sarei ipocrita a non ammettere l’amarezza che ho provato. In sette anni di percorso non mi era mai capitato né in allenamento né in gara e mi è successo proprio a Rio, al mio esordio, nella gara più importante per me. Per fortuna mi sono riscattata il giorno dopo nella gara dei 200 metri e ho centrato una finale difficilissima, arrivando terza in batteria e ottava in finale. So che avrei potuto ambire a un posizionamento più alto, ma, come dice mia madre, sono tra le otto più veloci al mondo. Inoltre ho chiuso con un primato personale sui 100 metri che non mi aspettavo. Non posso che essere fiera del percorso che ho fatto. Per questo devo ringraziare non solo il mio allenatore Andrea Giannini, ma anche il gruppo sportivo delle fiamme azzurre della polizia penitenziaria con cui io corro da un anno.

Dove trovi la forza interiore per affrontare le sfide della vita?
La trovo nella fede. Credere molto mi aiuta a dare un senso a ciò che mi è successo, perché comunque ho perso le gambe a 28 anni, quando ero nel pieno della mia crescita personale e professionale. In casi così è molto facile arrabbiarsi con Dio e invece a me non è successo. Anzi mi sono svegliata dal coma con un grande senso di gratitudine e ho iniziato a guardare le mie nuove gambe non come una croce ma come una nuova opportunità, non solo per me, ma anche per gli altri.

In quali momenti della tua vita hai dovuto attingere maggiormente a quella forza?
I primi due anni dopo l’incidente sono stati sicuramente i più difficili, perché mi sono dovuta abituare alla mia nuova vita. Comunque i momenti difficili ci sono sempre, anche oggi, che sono passati undici anni dall’incidente. Vivo indossando arti artificiali che fanno male, che spesso mi fanno sanguinare e zoppicare. Non tutti i giorni sono uguali. La gente mi vede un po’ come Wonder Woman, ma non è così.

 

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