Il Kirkpinar: lo sport turco Patrimonio dell’Umanità per l’Unesco

Pubblicato il autore: Daniele Caroleo Segui

kirkpinar

Si narra che il Kirkpinar sia nato circa seicento anni fa, precisamente nel 1346. Siamo nell’antica Tracia, vicino Adrianopoli. In questo luogo i soldati al servizio del sultano ottomano, tornati vittoriosi da una battaglia, decisero di festeggiare, organizzando, come di consueto, una sorta di torneo di lotta. Questi incontri servivano anche per mettere in pratiche nuove tecniche di combattimento, oltre che, ovviamente, per far svagare e divertire i soldati dopo le battaglie. In quell’occasione, la leggenda racconta che due fratelli si sfidarono così a lungo tanto da stramazzare al suolo a causa dello sforzo profuso per avere la meglio l’uno sull’altro.  I due soldati vennero dunque sepolti sotto un albero di fico situato nei pressi dell’accampamento. I loro compagni, però, tornati nello stesso posto un po’ di tempo più avanti, trovarono, al posto della sepoltura dei due fratelli, quaranta sorgenti d’acqua. Da qui il nome Kirkpinar, che significa, per l’appunto, “quaranta sorgenti”. Da allora i giovani lottatori turchi si incontrano ad Edirne, per ricordare e commemorare i due fratelli caduti durante quell’incontro di lotta. Ogni anno. Fino ai giorni nostri.

Ancora adesso infatti il Kirkpinar si disputa nel mese di luglio, raccogliendo l’adesione di migliaia di partecipanti, chiamati “pehlivan“. Indossano un pantalone di cuoio (alcuni raccontano che questo particolare indumento fosse il premio messo in palio dal sultano per quel primo, famoso, torneo di lotta) chiamato “kispet” e si cospargono il corpo di olio affinché la presa dell’avversario sia quanto più difficoltosa possibile e per evitare le escoriazioni.

I pehlivan vengono quindi divisi per categorie, in base all’età e al peso. Dopo di che il “cazgir” o il “salavatci“, cioè i cosiddetti maestri di cerimonia, presentano gli atleti al pubblico accorso ad assistere a questa storica ed importante manifestazione. I partecipanti, intanto, vengono benedetti con la recitazione della “Shahada“, una sorta di dichiarazione di fede islamica dal contenuto molto emozionale.

Ogni incontro, inoltre, viene aperto con una danza e con delle movenze rituali molto particolari: i combattenti si piegano per terra, piegano il ginocchio destro e fanno leva con la mano destra per baciare la terra, portandosi poi la mano sul cuore, sulle labbra e sulla fronte. Poco prima di dare il via all’incontro, inoltre, i concorrenti si toccano a vicenda e successivamente, più volte i polpacci, la schiena, il collo e le mani. La lotta inizia dopo il segnale del capo, chiamato “Agha“.

Le regole di questo sport sono relativamente semplici: i lottatori possono afferrare il kispet dell’avversario per controllarlo o cercare di atterrarlo. Per quanto riguarda gli affondi nei confronti del proprio rivale, il tutto è rimandato, molto spesso, alla discrezionalità dei giudici di gara. Sono ammessi, ad esempio, i colpi a mano aperta sul collo o sul volto. Il pugno chiuso invece non è sostanzialmente permesso.

Una disciplina antica, con una storia centenaria, che viene praticata, tra l’altro, mentre viene diffusa, dai cosiddetti “Mehter” (i musicisti che accompagnavano le armate turche in battaglia) la musica tradizionale ottomana.

Un tempo i vincitori, oltre alla gloria ottenuta per il successo sui propri avversari, otteneva anche dei capi di bestiame. Oggi invece le premiazioni si sono modernizzate, passatemi il termine, e vengono dunque messi in palio le classiche coppe e medaglie unitamente ad una cintura d’oro massiccio.

Per comprendere ulteriormente il valore culturale e storico di questa antica pratica, capace di unire caratteristiche come la forza, la potenza, la strategia e l’abilità, insieme a valori fondamentali come quelli tradizionali e religiosi, va infine sottolineato ed evidenziato che nel 2010 l’UNESCO ha dichiarato questa disciplina come Patrimonio dell’Umanità.

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