L’antica disciplina del Kabaddi: in India è in corso la Coppa del Mondo

Pubblicato il autore: Daniele Caroleo Segui

kabaddi

In lingua “hindi”, idioma del subcontinente indiano, significa precisamente “trattenere il respiro“: parliamo del Kabaddi (a volte traslitterato in Kabbadi o Kabadi), antichissima disciplina sviluppatasi come allenamento bellico ricreativo in India e, recentemente, divenuta un vero e proprio sport di contatto a squadre.
Sostanzialmente potremmo descriverlo come un mix tra il wrestling ed il rugby. È, di fatto, un gioco piuttosto semplice che non ha bisogno di campi spaziosi o di attrezzature specifiche particolari per essere praticato. In pratica si affrontano due squadre che devono segnare più punti possibili, toccando o bloccando gli atleti del team avversario.
Ogni squadra è composta da dieci giocatori (ma il numero può comunque variare in base alla tipologia di Kabaddi che si sta praticando). Quattro di questi sono fissi in campo, e compongono la difesa, i cosiddetti Antis. Altri sei giocatori, invece, restano fuori dal campo, alternandosi, e sono i veri e propri attaccanti della squadra, detti anche Raider. L’obiettivo delle due squadre è quello di combattere tra di loro per ottenere quanti più punti possibili, alternando la fase difensiva alla fase offensiva.
Il campo è di forma circolare, con un diametro di trenta metri, diviso in due parti uguali da una riga centrale. La sfida dura quaranta minuti suddivisi in due tempi da venti minuti ciascuno, con una pausa di cinque minuti necessari per il cambio di campo.
Il gioco si sviluppo con l’invio, a turno, da parte delle due squadre, di un Raider, che entra nel campo nemico e deve toccare, entro trenta secondi, con le mani o con i piedi uno dei difensori, per poi scappare nella sua metà campo prima di essere ripreso. In questa fase di gioco, però, gli Antis si tengono per mano per circondare il Raider avversario. Solo il difensore toccato precedentemente può riprendere l’attaccante della squadra avversaria, solitamente atterrandolo acchiappandogli una gamba, facendolo restare nel suo campo finché è costretto a respirare. Già, perchè la caratteristica principale del Kabaddi è proprio il respiro: il Raider, infatti, deve trattenerlo per tutto il tempo dell’attacco, ripetendo a mezza voce il mantra “kabaddi kabaddi kabaddi”. Nel caso in cui dovesse riprendere fiato mentre si trova ancora nella metà campo avversaria, viene squalificato e il punto va alla squadra impegnata nella fase difensiva. La tecnica per riuscire in questa impresa si può imparare grazie allo pratica yoga, essendo un “canto” strettamente legato al “Pranayama” (controllo ritmico del respiro) e che permette, quindi, di coniugare la trattenuta del fiato, per l’appunto, ad un’intensa attività fisica.
Nel campo, durante le sfide di Kabaddi, sono presenti un arbitro e due guardalinee, che hanno il compito di verificare che nelle varie fasi del gioco, nel placcaggio, nella lotta, nel tentativo di fermare o di scappare, i giocatori non escano fuori campo, altrimenti il punto viene assegnato agli avversari.
In questi giorni, inoltre, è in corso la Coppa del Mondo di Kabaddi. L’edizione di quest’anno è stata organizzata in India, nazione che per altro ha vinto tutte le edizioni precedenti di questo torneo. La competizione di quest’anno, che ha preso il via ad Ahmedabad, nella al TransStadia Arena, e che si concluderà il prossimo 22 ottobre, vede la partecipazione di atleti in rappresentanza dei seguenti paesi: India, Iran, Bangladesh, Thailandia, Stati Uniti, Australia, Giappone, Corea del Sud, Inghilterra, Polonia, Kenya e Argentina.
Una disciplina antica, sviluppatasi sopratutto nelle zone rurali del Bangladesh, dell’India, del Pakistan e dell’Iran e che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 ha fatto pure la sua apparizione come sport dimostrativo, anche se poi, per certi versi insipiegabilmente, non è mai stata inserita nel novero delle discipline a cinque cerchi.

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